La voce di Pete Seeger “torna” in Italia

Quando Bruce canta le canzoni di Pete Seeger è certamente appassionante, ma l’originale non è poi così male. Mentre il circo mediatico musicale sta accompagnando la tournée di Bruce Springsteen dedicata alla riproposizione delle canzoni di Pete Seeger, arriva nei negozi di dischi l’album Pete Seeger in Italia pubblicato da Il manifesto, un live registrato nel corso di due indimenticabili (per chi come me c’era) concerti nell’aprile del 1977 a Novara e Torino nell’ambito della prima edizione di un Festival dedicato a Victor Jara. E’ un disco da non perdere e non soltanto perché consente un interessante confronto tra le scalette delle esibizioni dal vivo del “grande vecchio” e quelle del Boss, ma soprattutto perché ci restituisce un Pete Seeger in grande forma che interagisce con un pubblico attento e reattivo e che dà una memorabile dimostrazione della sua capacità di saltare tra i generi senza grandi preoccupazioni. Chi c’era ha ancora negli occhi la sua presenza carismatica: solo sul palco, con la camicia dei volontari statunitensi inquadrati delle Brigate Internazionali che difendevano la Spagna repubblicana e un solo strumento tra le braccia (o la chitarra o il banjo). Il resto dell’orchestrazione arriva dal pubblico che l’accompagna in un lungo viaggio musicale sospeso tra politica e poesia. Quello che si esibisce a Novara e Torino è un uomo che sta per compiere cinquantotto anni e ha un sacco di storie da raccontare ed è anche un artista che ha già conquistato i giovani e le classifiche dei dischi di tutto il mondo, Stati Uniti compresi, dopo gli anni del silenzio e delle persecuzioni maccartiste. Per la verità le classifiche sono state scalate dalle sue canzoni più che lui, visto che in proprio è arrivato al vertice solo nel 1948 con gli Weavers e la canzone “Goodnight Irene”. Le sue fortune discografiche sono affidate ad altri interpreti come Peter, Paul & Mary che portano al vertice delle classifiche dei dischi “If I had hammer”, o il Kingston Trio e Joan Baez che fanno lo stesso con “Where have all the flowers gone? ” oppure i Byrds cui affida la sua “Turn, turn, turn”. Il suo carisma però non è nei successi discografici, ma nella capacità di influenzare gli artisti con un punto di vista che si contrappone al “flower power” e che non tralascia mai né le radici né l’essenza del conflitto. In fondo c’è un po’ di Pete Seeger nei pensieri di Robbie Robertson della Band che dichiara a un giornalista: «Voglio scrivere e cantare soltanto cose vere e che hanno un peso reale. Per questo preferisco rifarmi ai contadini che si univano ai sindacati durante la depressione piuttosto di dar retta a te che vai a San Francisco a metterti un fiore fra i capelli». L’altra lezione di Pete Seeger è che i generi musicali sono soltanto una convenzione linguistica perché in musica la contaminazione è la regola e il purismo un’idiozia. Canta rock con le inflessioni del folk e folk attingendo alle emozioni del rock. Le sue interpretazioni hanno una grande madre, l’anima del blues, e tanti padri, primi fra tutti i suonatori delle barrelhouse, luoghi dove gli operai delle ferrovie e delle fabbriche statunitensi, bianchi e neri, si incontravano per suonare, ballare, cantare e scambiare opinioni. I due concerti ripresi nel disco del manifesto raccontano di questo Pete Seeger, quello vero, quello che passa dalla leggerezza di “Sweet Roseanne” al blues operaio di “Car car”, quello per cui la musica non può mai essere disgiunta dall’impegno politico e sociale «ma non per questo si deve suonare male». Il fatto che oggi si possa ascoltarli ha un po’ il sapore del miracolo. Il merito va tutto a Dario Toccaceli, musicista e organizzatore culturale, che li ha registrati all’epoca e ritrovati dopo tanto tempo in un vecchio scatolone. Ripuliti con cura e con amore vengono oggi riproposti. Forse la felice congiunzione con la riscoperta springsteeniana può aiutare la diffusione del disco se non altro, come già detto, per un confronto tra la scaletta del boss e quella di Seeger. La prima differenza che salta all’occhio, per esempio, è che nel suo concerto il buon Pete non canta quella “We shall overcome”, il canto dei lavoratori del tabacco del Tennessee raccolto da Zilphia Horton, cui Springsteen ha intitolato tour, disco, dvd e tutto quello che ne consegue. E’ un caso, ma non troppo. In quegli anni infatti la canzone appartiene più al repertorio di Joan Baez che al suo, nonostante Seeger proprio con “We shall overcome” sia stato il primo occidentale al vertice delle classifiche dei dischi nella Germania Est. Il disco racconta invece di un concerto che ripropone quasi tutto il meglio del suo repertorio con l’aggiunta di alcuni omaggi: al suo amico Woody Guthrie, al Cile democratico e antifascista, a Cuba e alle Brigate Internazionali di Spagna. Il resto è gioia e piacere di suonare e di cantare per un pubblico che canta con lui e, quando sul finale di “Car car” rischia di farsi schiacciare un piede dal banjo, ride a applaude divertito. Il bello dell’album “Pete Seeger in Italia” è che queste cose ci sono tutte e si ascoltano davvero.