La vittoria drogata di Vladimir Putin, zar del Cremlino

Vladimir Putin ha posto le premesse istituzionali per cambiare la costituzione e per restare al potere non solo fino al 2008, ma oltre: fino al 2012 e – chissà? – anche fino al 2016. Del resto nessuno poteva pensare che un giovanotto in salute potesse abbandonare il Cremino in così giovane età. Negli Stati uniti si può – per adesso – andare impunemente in pensione, sempre che non si sia commesso qualche cosa di grave e irreparabile. In Russia non si può, a meno che non ci si sia assicurati che il successore è pronto a coprirti le spalle per il resto dei tuoi giorni. Boris Eltsin ha avuto una sorte benigna con Vladimir Vladimirovic. Ma non è detto che si ripeta. E sarebbe stato molto difficile trovare un successore così fedele e longevo andando in pensione a 55 anni.

La tecnologia elettorale del Cremino ha funzionato alla perfezione. I comunisti sono stati confinati su proporzioni ormai inoffensive. Due nuovi partiti, inventati in tempi recenti (il primo, Edinaja Rossija) e recentissimi (il secondo, Rodina), insieme a un terzo partito che era morente ma è stato rivitalizzato con potenti iniezioni finanziarie e televisive (LDPR di Zhirinovskij) costituiranno la nuova maggioranza della Duma. Il presidente pare che non avrà problemi a costituire un nuovo governo, liberandosi finalmente anche del premier Kasianov (a meno che quest’ultimo non decida di fare atto plateale di sottomissione, come, a suo tempo, fu costretto a fare Jurij Luzhkov, sindaco di Mosca. Infine Putin ha liquidato i due partiti pro-occidentali, non concedendo loro nemmeno il prestigio di entrare nella Duma. Hanno terminato la loro funzione e adesso sono divenuti scomodi, ingombranti, inutili. Lo spirito generale aleggiante nel paese è stato, in parte, assecondato. Rodina e LDPR, hanno potuto dire agli elettori ciò che Edinaja Rossija, il partito del presidente, non poteva dire: e cioè che bisogna alzare la testa contro la prepotenza dell’Occidente. In tal modo Putin ha preso due piccioni con una fava, perché ha portato via ai comunisti più della metà dei loro voti nazional-patriottici. E lo ha fatto senza sporcarsi le mani con una campagna elettorale troppo «russa».

E’ ben vero che, nonostante la «tecnologia» elettorale, si notano segni di scricchiolio nel consenso popolare attorno a disegni del presidente. Infatti la tecnologia consente di agire essenzialmente sugli elettori che vanno a votare. E qui si è notato un preoccupante calo di votanti, il minimo assoluto fino ad ora nella nuova Russia. Il che indica, senza equivoci, che circa mezza Russia è stanca e disgustata. In secondo luogo è impossibile non notare che il quinto partito russo, ovviamente non rappresentato nella Duma, ben più forte di Jabloko e della SPS, è quello degli elettori che hanno votato contro tutto e tutti. Cioè si può dire fin d’ora che meno della metà dei russi si è fatta abbindolare dalla tecnologia elettorale degli strateghi del Cremino. Certo ha contato in questo l’impresentabilità di gran parte dei candidati di Edinaja Rossija, quint’essenza della burocrazia e della corruzione generale. La gente li riconosce al volo e ha fatto fatica a votarli, anche se erano sostenuti dal presidente.

E’ più che probabile, comunque, che – tecnologia più fascino personale inclusi – Vladimir Vladimirovic prenderà molto di più del 51 % necessario a vincere al primo turno l’elezione di primavera. Quindi tutto torna alla perfezione e gli osservatori occidentali possono dire quello che vogliono sulla regolarità delle elezioni: gli si è già risposto come meritano. Cioè gli si è detto che, prima di fare le pulci alla democrazia russa, vadano a vedere con quanti voti è stato eletto George Bush. Sempre che sia stato davvero eletto, della qual cosa c’è abbondanza di elementi per dubitare.

Resta da vedere cosa vorrà fare, il presidentePutin, del potere che si è assicurato. E qui sorgono molti interrogativi. A chi guarda dall’esterno – come chi scrive queste righe – sembra di capire che il patto di ferro che legava Putin alla «Famiglia» è ormai rotto. Gli avevano messo alle calcagna, per sorvegliare le sue mosse – non si sa mai – tre cerberi danteschi, tutti e tre piazzati nei gangli vitali della nomenklatura, tutti e tre depositari di molti e ingombranti kompromat, da agitare in caso di necessità o di emergenza. Aleksandr Voloshin alla testa dell’Amministrazione; Mikhail Kasianov alla testa del governo; Anatolij Ciubais alla testa del Rao Ees, «oligarca di stato» per i decisivi favori procacciati alla «Famiglia». L’avvio di Mikhail Khodorkovskij in direzione Lefortovo ha significato la rottura con Voloshin. Il secondo cerbero, Anatolij Ciubais, ha reagito scompostamente offrendo la ciambella di salvataggio a Voloshin. Di conseguenza adesso anche il secondo cerbero è in grave pericolo. Si tratta di vedere quanto reggerà il terzo e ultimo. Se si arrende – ma solo se si arrende – potrà essere graziato. E lo stesso vale anche per tutti gli altri oligarchi. Non è nemmeno escluso che la liquidazione di Jabloko e dell’ SPS sia stata decisa per dare un segnale a tutti i liberals «americani», quelli che – come ha scritto il New York Times – rappresentavano «le voci che noi amavamo sentire». Ma anche qui la domanda che sorge è: per fare che cosa? Per ridurre lo spazio del capitalismo liberale a vantaggio del dirigismo statalista? In Occidente sono preoccupati di questo. Ma credo che si sbaglino. Non è in questione nessuna ideologia, né pro, né anti capitalista. E’ in questione chi sarà il futuro proprietario privato dei mezzi di produzione che, a suo tempo, furono depredati con le privatizzazioni a scapito dei cittadini russi. Dunque in Occidente non dovremmo essere preoccupati. In ogni caso capitalismo sarà, solo che, forse, in parte, al posto degli oligarchi pasticcioni troveremo dei burocrati altrettanto pasticcioni. Comunque adesso è Putin che ha il bandolo della matassa nelle sue mani.

Come s’è detto prolungherà il suo mandato. Potrebbe continuare l’offensiva contro gli oligarchi, ma è improbabile che lo faccia. Probabilmente colpirà alcuni e altri li costringerà a diventare amici, secondo le prescrizioni di Machiavelli. Ma dovrà fare a meno degl’investimenti esteri perché toccare gli oligarchi significherà minare la fiducia degli investitori occidentali. Quindi niente «modello cinese», perché per quello ci vogliono molti investimenti esteri. Si farà quel poco che si potrà fare con le risorse petrolifere e energetiche: come sempre fino ad ora. Una cosa che, invece, Putin non potrà fare sarà la lotta contro la corruzione. Il partito che ha portato alla vittoria è la sede principale della corruzione, il suo nido. Liberarsene sarebbe in plateale contraddizione con tutta la linea di condotta fin qui seguita. Se Putin avesse voluto colpire la corruzione non avrebbe creato Russia Unita. Ma questo è un cancro che ucciderà ogni reale sviluppo del paese e perfino ogni possibilità di allargamento della democrazia, poiché democrazia e corruzione sono termini antitetici.

In politica estera Putin è stato, fino ad ora, simile al condottiero romano Quinto Fabio Massimo: un temporeggiatore. Amico di tutti, cioè di nessuno, è riuscito a evitare collisioni con Washington ingoiando molte pillole amare (per lui e per l’ala nazional-patriottica dei suoi consiglieri). Continuerà questo corso perché pensa (sbagliandosi) che tra qualche lustro sarà abbastanza forte da poter dettare qualche condizione. Si sbaglia perché non avrà il tempo e i mezzi per fare tutto questo. Si sbaglia perché non ha capito che la Russia, da sola, non potrà farcela comunque e avrà bisogno di alleanze. C’è chi pensa che sarà adesso condizionato da partiti come Rodina e Zhirinovskij, che lui stesso ha allevato e nutrito. Ma non sarà così. Entrambi i partiti nazionalisti sono ai suoi comandi e potranno essere mantellati quando lo zar deciderà, se lo deciderà. Non vorrà rischiare di finire nel centro del mirino americano, e li terrà a freno. Gli serviranno essenzialmente per fini interni, per mostrare all’opinione pubblica russa che assieme al presidente vi sono forze che rivendicano una Russia potente e protagonista. E li userà per portare avanti il suo progetto di ricomposizione della parte «slava» dell’ex Unione sovietica, cioè Russia, più Ucraina, più Bielorussia, più Kazakhstan. La quale cosa incontrerà il favore popolare quasi dovunque nell’ex Unione sovietica, con l’eccezione di una parte cospicua dell’Ucraina.

Ma questa idea non piacerà negli Stati uniti. Dove Vladimir Putin comincia ad essere guardato con sempre maggiore sospetto. E non perché sia «poco democratico», ma perché si teme che non sia più un alleato affidabile come appariva nel recente passato. Questo significa che cercheranno di mettergli i bastoni tra le ruote. E nella capitale dell’impero i vassalli riottosi non li sopportano.