La vita nei territori palestinesi occupati

EMBARGO: venerdì 2 luglio 2010

Facendo seguito alla Serie iniziale di The Lancet sullo stato di salute nei territori Palestinesi occupati (tPo) uscita all’inizio del 2009, a partire da adesso verrà pubblicata una serie di Comunicati ed Estratti con scadenza annuale. Questo rapporto fornisce un’analisi dettagliata delle attuali condizioni di vita della popolazione a Gaza e nella Cisgiordania.

Gli Estratti sono i migliori tra quelli presentati alla conferenza dedicata alla ricerca sulla Salute in Palestina svoltasi presso la Birzeit University a marzo di quest’anno, a cui hanno partecipato ricercatori dei tPo e di tutte le parti del mondo. Gli Estratti descrivono l’impatto dell’attacco israeliano del 2009 sui tPo e danno un quadro generale della ricerca sullo stato di salute dei residenti nei tPo.

• STUDIO CHE MOSTRA IL DEVASTANTE IMPATTO DELL’ATTACCO ISRAELIANO DEL 2009 NELLA STRISCIA DI GAZA
• IL TERRORE DI PARTORIRE SOTTO ASSEDIO
• LE PERSONE FERITE NELL’ATTACCO ISRAELIANO DEL 2009 HANNO UNA PEGGIORE QUALITA DELLA VITA; GLI UOMINI HANNO QUATTRO VOLTE PIU POSSIBILITA DI ESSERE FERITI RISPETTO ALLE DONNE
• UN BAMBINO PALESTINESE SU QUATTRO NON FA COLAZIONE
• USTIONI DA FOSFORO BIANCO SU UN CIVILE DI 18 ANNI COLPITO DURANTE L’ ATTACCO ISRAELIANO
• AVERE PARTI MULTIPLI PUO AUMENTARE IL RISCHIO DI MALATTIE CARDIACHE
• STUDENTI DELLA SANITA PUBBLICA NEI TPO CHIEDONO LA FINE DEL CONFLITTO E PROGRESSI NELLA RICERCA
• L’AIUTO AI PALESTINESI E VISTO COME UNO STRUMENTO POLITICO INADEGUATO
• LE DIFFICOLTA DI DIVENTARE RICERCATORI NEI TPO
• A 18 MESI DALLA SERIE DI THE LANCET SULLO STATO DI SALUTE NEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI
• ALTRI ESTRATTI

STUDIO CHE MOSTRA IL DEVASTANTE IMPATTO DELL’ATTACCO ISRAELIANO DEL 2009 NELLA STRISCIA DI GAZA

Il devastante impatto dell’attacco israeliano del 2009 nella Striscia di Gaza è illustrato da uno degli Estratti pubblicati in rete da The Lancet questa settimana, scritto dal Dr Niveen Abu-Rmeileh, Institute of Community and Public Health-Birzeit University, Cisgiordania, territori Palestinesi occupati e colleghi.

Gli autori hanno studiato la qualità della vita legata alla salute in termini di stato di salute prima e dopo l’invasione e i fattori associati ad una qualità della vita non soddisfacente, nonché i bisogni più impellenti di un numero rappresentativo di adulti residenti nella Striscia di Gaza. Hanno raccolto dati utilizzando una ricerca a campione su vari nuclei familiari residenti nei tPo, basata su domande riguardanti tre aree – demografica, socio- economica e sanitaria – per tutti i membri del nucleo familiare; caratteristiche abitative, svaghi, accesso ai servizi di base e fatti avvenuti durante e dopo gli attacchi; e qualità della vita, ansia, insicurezza e rischi
(con focus su adulti =18 anni). Alcune domande vertevano in maniera specifica sui 6 mesi precedenti l’invasione, sul periodo dell’invasione e sui 6 mesi successivi all’invasione. La prevalenza di lesioni e menomazioni a prescindere dalla causa è stata estrapolata dalle diverse domande.

È stato esaminato un campione rappresentativo di 3017 nuclei familiari (1% del totale di nuclei familiari residenti nella Striscia di Gaza) con una percentuale di risposte del 97%. Quasi un terzo del campione di popolazione è stato trasferito durante la guerra, mentre il 39% delle 3017 case in esame è stato completamente (1%) o parzialmente (38%) distrutto. Tre quarti di queste case non erano stati ancora riparati al termine dello studio (il 29 agosto 2009). 137 (0,7%) membri dei nuclei familiari hanno riportato ferite di vario genere: i tre quarti sono state causate dalla guerra [dall’inizio dell’attacco fino alla data della ricerca (dal 14 luglio al 29 agosto 2009)]; e il 4% delle 321 menomazioni è stato causato dall’attacco. Più di sette su dieci nuclei familiari dipendono dagli aiuti umanitari per mangiare.

La qualità della vita è stata definita come non buona (su cinque categorie:
molto buona, buona, né buona né cattiva, cattiva, pessima) da metà degli intervistati al momento della ricerca rispetto al 39% del periodo prima della guerra. Il 52% degli uomini ha definito la qualità della vita non buona contro il 48% delle donne. Nelle risposte degli intervistati sulla qualità della vita intervengono anche altri fattori. Il 69% degli intervistati appartenenti a nuclei familiari in cui nessun membro lavora ha definito la qualità della vita come non buona contro il 41% di appartenenti a nuclei familiari in cui almeno un membro ha un lavoro a tempo pieno; il 60% degli intervistati con case danneggiate ha definito la qualità della vita come non buona contro il 43% di quelli con le case intatte. Infine, il 57% degli intervistati appartenenti a famiglie che ricevono aiuti umanitari per mangiare ha definito la qualità della vita non buona conto il 30% degli intervistati che non li riceve.

Inoltre, l’85% degli intervistati ha mostrato medi o alti livelli di insicurezza, paure e rischi, mentre la metà ha mostrato medi o alti livelli di ansia. Gli intervistati sono stati valutati anche per il loro grado di sofferenza in vari ambiti su una scala da 0 a 10 dove 10 è la peggiore. Il 92% degli intervistati ha misurato la sofferenza con valore 8 o maggiore per via dell’assedio al momento della ricerca (luglio-agosto 2009); il 90% con valore 8 o maggiore per via dell’occupazione israeliana, l’85% con valore 8 o maggiore per via dell’ultima guerra e l’83% con valore 8 o maggiore per via di lotte interne tra palestinesi.

La ricerca ha identificato alcune esigenze fondamentali: lavori di ricostruzione sono richiesti con urgenza dal 58% dei nuclei familiari con case danneggiate durante la guerra; una qualche fonte di sostentamento* da 2249 persone (75%); e servizi (acqua, elettricità, metano per cucinare) sono richiesti con urgenza dal 56%.

Gli autori concludono che: “L’attacco israeliano nella Striscia di Gaza ha avuto effetti negativi sulla qualità della vita per la generalità della popolazione adulta causando alti livelli di ansia, insicurezza a livello umano e sofferenza a livello sociale. L’assedio di questa regione continua ad essere il principale ostacolo per il miglioramento delle condizioni e della qualità della vita della popolazione e ha priorità di intervento”.

Dr Niveen Abu-Rmeileh, Institute of Community and Public Health-Birzeit University, Cisgiordania, Palestinesi occupati. T. +972-2-2982020 – e-mail:
[email protected]

Intero Estratto: http://press.thelancet.com/optaftermath.pdf%20

Nota per i redattori: * L’assedio ha minato lo sviluppo economico nella Striscia di Gaza e ha portato ad una riduzione del denaro contante a disposizione. La frase “necessità di mezzi di sussistenza” è una combinazione di diverse necessità riportate dagli intervistati tra cui il bisogno di liquidità, la necessità di percepire uno stipendio e/o di avere una qualche fonte di guadagno e il reinserimento a livello lavorativo. Questa mancanza di
opportunità è il risultato di un assedio cronico.

IL TERRORE DI PARTORIRE SOTTO ASSEDIO

Un Estratto pubblicato in rete da The Lancet riporta strazianti resoconti di donne che hanno partorito durante l’assalto israeliano alla Striscia di Gaza tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009. L’articolo è di Sahar Hassan e Laura Wick, Birzeit University, tPo.

Le ricercatrici hanno rintracciato donne che hanno partorito e levatrici che hanno assistito le partorienti tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 e a un piccolo gruppo di loro è stato chiesto di raccontare la propria storia. Con l’eccezione di una donna, che ha rifiutato, tutte si sono dimostrate sollevate per aver modo di parlare della propria esperienza.

Sette delle 11 donne hanno partorito in ospedale, una in clinica e tre in casa – con sette parti naturali, tre cesarei e una donna che ha perso il bambino.
Tra le complicazioni sono indicate sepsi, lancinanti dolori alla schiena e al collo dovuti all’anestesia, ipotermia nel neonato e attacchi eclamptici. Le donne e cinque delle levatrici intervistate hanno parlato di parto avvenuto durante i bombardamenti, con persone morte e ferite attorno a loro; e di come hanno affrontato violenza, paura, incertezza e la solitudine e il dolore aspettando che arrivassero le doglie, di veder nascere il bambino e di essere riunite ai propri cari.

Una donna ha descritto le notti come spiriti maligni in cerca di cadaveri, dicendo: “Non avevo gli stessi pensieri degli altri di fronte alla morte o ai bombardamenti… pensavo solo alla mia situazione! Cosa sarebbe successo se avessi avuto le doglie durante la notte? Come me la sarei cavata? Bombardavano perfino le ambulanze! Le notti erano come incubi. Ogni mattina tiravo un sospiro di sollievo per aver visto un nuovo sorgere del sole”. Un’altra dice: “Non riesco a credere di non essere morta. In realtà mi sento come se avessi avuto una nuova vita. Ora cerco di non pensare a quei momenti”.

Gli autori dicono: “Le donne si sentivano paralizzate dalla paura di morire sotto i bombardamenti insieme ai loro cari in casa, per strada o in ospedale; e di partorire se non era possibile trovare una levatrice o un pronto intervento sanitario. Le levatrici hanno dato voce alla paura di assistere delle partorienti in situazioni estreme e la loro scarsa preparazione – materiale e psicologica – nel seguire nascite al di fuori degli ospedali. Le donne sono riuscite a superare ciò che hanno passato concentrandosi sulla vita di tutti i giorni, come suggeriscono i racconti di Veena Das, e occupandosi della sopravvivenza delle proprie famiglie, che risultava essenziale per ricostruire le loro esistenze frammentate”.

E concludono: “Le donne hanno parlato del forte trauma che hanno dovuto subire ma anche delle eroiche battaglie per partorire o assistere una nascita e sopravvivere con le proprie famiglie. Queste donne stanno affrontando un processo di guarigione circondate da distruzione e non avendo altro posto dove andare, hanno iniziato a ricostruirsi una vita”.

Sahar Hassan, Birzeit University, tPo. (attualmente in Norvegia) T. +47 4639 1217
e-mail: [email protected]
Intero Estratto: http://press.thelancet.com/optlabour.pdf

LE PERSONE FERITE NELL’ATTACCO ISRAELIANO DEL 2009 HANNO UNA PEGGIORE QUALITA DELLA VITA; GLI UOMINI HANNO QUATTRO VOLTE PIÙ POSSIBILITà DI ESSERE FERITI RISPETTO ALLE DONNE

Un’analisi di ferite non mortali si trova in uno degli Estratti tPo pubblicati in rete da The Lancet, scritto dal Dr Nedal Ismael Ghuneim, Ministero della Sanità, Striscia di Gaza, tPo e Yehia Abed, Al Quds University-Facoltà di Salute pubblica, Gerusalemme, tPo.

Per la loro analisi i ricercatori hanno lavorato su un campione di 274 persone curate per ferite di guerra all’ospedale EL-Najjar. Il rapporto di uomini su donne era di 4:1, con le donne (età media 33 anni) in genere più grandi degli uomini (età media 25 anni). Più di un ferito su tre stava dormendo al momento di essere colpito e più di tre quarti sono stati feriti durante i bombardamenti aerei.

Il Dirty War Index*, che valuta gli effetti del conflitto sulle popolazioni, è risultato essere 20 per le donne e 16 per i bambini, su un punteggio da 1 a 100. In tutti i risultati è emerso che la qualità della vita del campione di popolazione è inferiore a quella riscontrata negli Stati Uniti e in Turchia. Indicatori fisici, emotivi, mentali e funzionali sono peggiori nei feriti. Lesioni non causate da bombe o schegge di proiettile e quelle non gravi sono associate ad un sostanziale miglioramento della qualità della vita.

I ricercatori concludono chiedendo più strutture di igiene mentale per la cura dei feriti di guerra in modo da ridurre l’impatto delle loro ferite.

Dr Nedal Ismael Ghuneim, Ministero della Sanità, Striscia di Gaza, tPo. – e-mail: [email protected]

Intero Estratto: http://press.thelancet.com/optinjuries.pdf

Nota per i redattori: *Dirty war index (DWI): strumento che identifica livelli di azioni di guerra proibite o altamente indesiderate (“dirty”) come la
tortura, gli abusi su minori e la morte di civili. DWI è una percentuale e viene calcolata come: (numero di “dirty” casi/totale di casi) x 100. Il miglior
valore DWI possibile è 0, che indica che il risultato indesiderato non è riscontrato in alcuno dei casi analizzati. Il peggior valore DWI possibile è 100, che indica che il risultato indesiderato è riscontrato nel 100% dei casi analizzati.

UN BAMBINO PALESTINESE SU QUATTRO NON FA COLAZIONE

Le abitudini alimentari di bambini e adolescenti sono analizzate in uno degli Estratti pubblicati in rete da The Lancet, con i preoccupanti risultati che un bambino su quattro non fa colazione, uno su 10 è anemico e uno su 17 è rachitico. Inoltre, il 2% è sottopeso e il 15% è obeso o sovrappeso. Questo Estratto è tratto da un articolo di Mrs Kholoud Nasser, Ministero dell’ Istruzione e dell’Alta Formazione, Ramallah, tPo e colleghi.

Gli autori hanno studiato un campione di 2000 studenti [età 9-11 anni (bambini) e 14-16 anni (adolescenti)] della popolazione di riferimento residente in diversi distretti della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, tPo. Sono stati misurati peso, altezza e concentrazione di emoglobina per valutare il grado di anemia da deficienza di ferro. Le informazioni su grado di conoscenza, preferenze e comportamenti sono state raccolte principalmente durante conversazioni con i bambini e usando un questionario fai-da-te (scritto) per gli adolescenti.

Il 6% dei 1883 bambini valutati è rachitico (8% dei 930 ragazzi contro il 3% delle 950 ragazze), meno dell’1% ha consunzione, il 2% è sottopeso, l’11% è anemico (7% dei ragazzi contro il 14% delle ragazze) e 15% è sovrappeso e obeso (l’11% dei ragazzi contro il 20% delle ragazze; nel complesso, l’11% è sovrappeso e il 4% obeso). Il 26% dei bambini non fa colazione (il maggior indicatore di sane abitudini alimentari) – 32% dei 1082 adolescenti contro il 18% degli 801 bambini. La mancanza di appetito è una delle ragioni principali per le quali gli adolescenti non fanno colazione, mentre nei bambini la ragione è alzarsi tardi. I bambini hanno totalizzato il 47% nei test sulla conoscenza nutrizionale, l’86% nei test sulle preferenze e il 46% nei test sul comportamento, mentre gli adolescenti hanno totalizzato rispettivamente 50%, 70% e 23%. Circa i tre quarti dei bambini sono disponibili a cambiare i loro comportamenti e ad accettare i consigli su sane abitudini alimentari rispetto ad un adolescente su tre.

Gli autori dicono che una maggiore anemia nelle ragazze può essere dovuta a mestruazioni non compensate da una buona dieta, mentre il maggior tasso di rachitismo nei ragazzi può dipendere da uno sviluppo tardivo o da un precario stato di salute sin dalla più tenera età. Gli autori affermano: “Malnutrizione e alti tassi di sovrappeso e obesità possono essere dovuti alle cattive abitudini alimentari dei bambini e al consumo di cibo e merendine. Malnutrizione e sovrappeso rappresentano le due facce di una cattiva alimentazione nei tPo”.

E concludono: “I bambini hanno scarsa conoscenza nutrizionale rispetto agli adolescenti; tuttavia, gli adolescenti hanno abitudini peggiori, cosa che può essere legata a un effetto domino. Nonostante gli effetti salutari, la colazione è un pasto che viene spesso saltato, causando brevi attacchi di fame che incidono sulla concentrazione dei bambini e sui loro risultati scolastici. Sono necessari programmi nutrizionali nelle scuole efficienti e a tutto campo studiati per ogni fascia di età, con particolare attenzione ad adolescenti e ragazze, perché i dati di sovrappeso e anemia da insufficienza di ferro sono allarmanti”.

Mrs Kholoud Nasser, Ministero dell’Istruzione e dell’Alta Formazione, Ramallah, tPo.
T) +972-599879503 – e-mail: [email protected]
Intero Estratto: http://press.thelancet.com/optbreakfast.pdf

USTIONI DA FOSFORO BIANCO SU UN CIVILE DI 18 ANNI COLPITO DURANTE L’ATTACCO ISRAELIANO

Lancet di questa settimana pubblica uno studio che illustra le orrende ustioni riportate da un civile di 18 anni durante l’attacco israeliano nei territori Palestinesi occupati nel gennaio 2009. Lo studio è del Dr Loai Nabil Al Barqouni, Al Quds University, Abu-Deis, Gerusalemme, tPo e colleghi.

Il ragazzo è stato portato allo Shifa Medical Centre nella Striscia di Gaza, tPo, dopo un attacco con bombe incendiarie. Le ferite coprivano il 30% del suo corpo ed erano localizzate principalmente sulla spalla destra e sulle gambe. La diagnosi è stata bruciature da fosforo bianco e le sue ferite sono state pulite con una soluzione di bicarbonato di sodio prima di essere fasciate. Tuttavia, il giorno seguente i dottori allarmati hanno notato fumo bianco fuoriuscire dalle ferite, che avevano molti tessuti morti, e penetrare in profondità nella carne. È stato trasferito d’urgenza in sala operatoria dove sono state rimosse ulteriori particelle di fosforo bianco; durante l’intervento, una particella ha colpito il collo di un’infermiera lasciandole un’ustione superficiale.

Otto giorno dopo il ragazzo stava relativamente bene e oggi, 16 mesi dopo la visita di controllo, ha cicatrici larghe e morbide nelle zone del corpo che sono state colpite. Gli autori dicono: “Entrando in contatto con la pelle, il fosforo bianco produce dolorose bruciature chimiche; queste lesioni hanno un tipico aspetto giallastro, necrotico, con molto spessore per via delle componenti chimiche e termiche. Dato che il fosforo bianco ha un’alta solubilità lipidica, le lesioni si estendono spesso ai tessuti sottostanti ritardando la cicatrizzazione della ferita. Il fosforo bianco può anche essere assorbito dal sistema causando la sindrome da disfunzionalità organiche multiple dovuta al suo effetto su eritrociti, reni, fegato e cuore”.

E concludono: “Non possiamo fare una stima del numero di questi casi nei nostri reparti ustionati perché ci troviamo in una situazione di guerra in cui non è stata fatta alcuna registrazione; queste ustioni si incontrano raramente e la letteratura che descrive questo tipo di casi è limitata. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite su alcune armi convenzionali, è proibito sottoporre i civili ad attacchi con bombe incendiarie”.

Dr Loai Nabil Al Barqouni, Al Quds University, Abu-Deis, Gerusalemme, tPo.
T. +970 599770950 – e-mail: [email protected]
Per lo Studio completo, vedi: http://press.thelancet.com/optcasereport.pdf%20

AVERE PARTI MULTIPLI PUO AUMENTARE IL RISCHIO DI MALATTIE CARDIACHE

In genere le donne palestinesi hanno molti parti. Questo ha dato ai ricercatori nei tPo un’opportunità unica di studiare gli effetti del numero di nascite per donna (multiparità) sul rischio di malattie coronariche, in quanto gli studi precedenti non hanno riguardato alti numeri di donne che hanno partorito più di sei volte. In questo Estratto i ricercatori, guidati dalla Dr Najwa Odeh Rizkallah, UNICEF Gerusalemme, oPT, concludono che la pluriparità porta a obesità, alte concentrazioni di trigliceridi nel sangue e un maggior rischio di sindrome metabolica. Ognuno di questi fattori, singolarmente o in combinazione, può a sua volta aumentare l’incidenza di malattie coronariche.

I ricercatori hanno studiato donne residenti nei campi profughi di Amaari e Kalandia nei tPo. Hanno selezionato un campione di 515 donne su 587 con età comprese tra i 40 e i 65 anni. Le donne sono state contattate per lettera spiegando lo scopo dello studio e sono state invitate a prendervi parte. 15 donne che non hanno dato un campione di sangue sono state escluse. Alle altre 500 sono stati misurati i lipidi e lo zucchero nel sangue e sono state valutate obesità, diabete, alta pressione sanguigna (ipertensione) e sindrome metabolica.

La multiparità media delle donne studiate è di 7,3 nascite. Più di due terzi (69%) delle donne è obeso, l’84% ha obesità centrale (circonferenza della vita superiore o pari a 88 cm) e oltre la metà (52%) ha obesità addominale (alto rapporto vita-fianchi). Una donna su cinque (22%) è diabetica, due su cinque (43%) soffrono di ipertensione. In seguito a correzione dei dati per età e altri fattori, ogni ulteriore gravidanza aumenta l’indice di massa corporea di 0,3kg/m2, la circonferenza della vita di 0,58cm e la concentrazione di trigliceridi nel sangue di 0,036mmol/L. Le donne cui è stata diagnosticata la sindrome metabolica (58%) hanno una multiparità molto superiore alle altre.

Gli autori concludono che: “Nelle donne palestinesi, un’alta multiparità è significativamente legata a obesità, concentrazione di trigliceridi e maggior rischio di sindrome metabolica. Ciascuno di questi fattori di rischio, singolarmente o in combinazione, può causare una maggiore incidenza di malattie coronariche. Gli studi futuri dovrebbero valutare gli effetti di frequenza e intervalli delle nascite”.

Dr Najwa Odeh Rizkallah, UNICEF Gerusalemme, oPT. T. +972 54 778 7616 / +970
598 303 225 / +972 2 5840400 ext. 427 – e-mail: [email protected]
Intero Estratto: http://press.thelancet.com/optparity.pdf

STUDENTI DELLA SANITA PUBBLICA NEI TPO CHIEDONO LA FINE DEL CONFLITTO E PROGRESSI NELLA RICERCA

In uno dei Comunicati, 35 studenti della Birzeit Univeristy nei tPo con specializzazione in salute pubblica chiedono la fine del conflitto, affermando che l’occupazione impedisce lo sviluppo di un sistema sanitario qualificato per la popolazione. Gli studenti, rappresentati da Azza Shoaibi, dicono: “Nonostante la violazione di diritti umani da parte degli occupanti, la comunità internazionale sembra trattare il nostro caso in maniera ipocrita. Vediamo i leader dei paesi industrializzati reagire a ciò che fa Israele con la giustificazione del bisogno di Israele di tutelare la propria ‘sicurezza’.”

E aggiungono: “Non si può raggiungere uno sviluppo sostenibile e completo senza avere il controllo delle ricchezze locali, incluse terra, acqua e risorse naturali, con le attuali restrizioni della circolazione e con la divisione del paese in enclavi che rendono impossibile costruire un sistema sanitario coerente”.

Chiedono anche l’aumento dei fondi per la ricerca, che ritengono abbia bisogno di un sistema informativo sanitario aggiornato e dati attendibili. Fanno appello al Ministero della Sanità dei tPo perché prenda il comando e assuma la gestione del sistema sanitario, collaborando con altri istituti sanitari e definendo linee guida e norme specifiche.

E concludono: “Con l’aiuto di amici e collaboratori internazionali ci possiamo presentare al mondo in maniera positiva. Facciamo appello ai nostri amici nel mondo perché ci aiutino a rompere l’isolamento dei Palestinesi e per mantenere i tPo in contatto con il mondo. Vi invitiamo a farci visita, ad essere testimoni oculari delle condizioni in cui viviamo qui. Vi chiediamo anche di fare in modo che il sostegno dei vostri governi rispetti le nostre esigenze e non causi danno e non finanzi l’occupazione con le vostre tasse. La salute è un concetto universale riconosciuto da tutti. L’occupazione militare, al contrario, è compresa pienamente solo da coloro che vivono sotto occupazione. Queste visite e altre forme di collaborazione e costruzione di alleanze ci porta più vicini alla produzione di un cambiamento, a riprenderci il nostro futuro”.

Azza Shoaibi, Birzeit University, Ramallah, tPo. T. +970 2598198317 – e-mail: [email protected]
Intero Comunicato: http://press.thelancet.com/optstudents.pdf

L’AIUTO AI PALESTINESI E VISTO COME UNO STRUMENTO POLITICO INADEGUATO

Un secondo Comunicato riguarda le politiche relative agli aiuti dati ai tPo ed è scritto da Angelo Stefanini dell’Università di Bologna, Italia ed Enrico Pavignani, Consulente Indipendente della Salute pubblica, Bologna, Italia.

Loro dicono: “Gli aiuti ai Palestinesi sembrano uno strumento politico inadeguato, fornito per limitare il danno creato da un problema politico che le nazioni donatrici non osano affrontare”.

Gli autori sottolineano che la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che gli Stati sono obbligati a non dare aiuti che possano mantenere la situazione creata dall’occupazione. Fanno l’esempio dei finanziamenti per strutture sanitarie altamente localizzate per mitigare i ritardi causati dai posti di blocco israeliani, che tendono a normalizzare una situazione inaccettabile.

E aggiungono: “In virtù del fatto che il 45% degli aiuti va a Israele e il restante 55% è diviso tra i costi delle misure di occupazione e i reali benefici del progetto, gli aiuti finanziano l’espansione israeliana nei territori Palestinesi occupati… Una generosa e incondizionata assistenza al sistema sanitario ha portato a punitivi livelli di dipendenza da donatore: il 42% della spesa sanitaria è finanziato da donatori.

Il Comunicato mette in luce il ruolo di donatori e beneficiari. Gli autori dicono: “I donatori vedono il proprio ruolo in vari modi, come meri distributori di fondi o come parte attiva. Il modo in cui scelgono gli interventi è spesso opportunistico, alimentando così un contesto competitivo in cui le joint venture non sono ben viste e si evita il confronto. Ne risulta un quadro degli aiuti non ancora permeato dalle buone pratiche di donazione contenute nella Dichiarazione di Parigi. Viceversa, i beneficiari tendono a favorire gli aiuti tramite accordi bilaterali, privilegiando i donatori generosi che non fanno domande scomode. Questo contesto non favorisce consultazioni costruttive e un meccanismo di coordinamento formale può passare in secondo piano. Il risultato è che gli aiuti umanitari sono dati per scontato e i servizi si sviluppano al di fuori di vincoli fiscali, con i costi che superano le future presumibili risorse interne. In particolare, i donatori non affrontano un fattore cruciale per la salute nei territori Palestinesi occupati: la sicurezza umana e la violenza strutturale imposta dall’ occupazione”.

E concludono: “Cosa si può fare?… Bisognerebbe affrontare sia l’aspetto tecnico che quello politico… Soprattutto, bisognerebbe risolvere il divario tra l’assistenza fornita dai donatori e la loro visione geopolitica. Per incoraggiare la reciproca comprensione degli aspetti diplomatici e tecnici è necessario un sostegno incondizionato. Il passaggio a un approccio basato sui diritti umani e sulla legislazione umanitaria internazionale è atteso da troppo tempo”.

Angelo Stefanini, Centro Internazionale di Sanità, Dipartimento di Medicina e Salute pubblica, Università di Bologna, 40126 Bologna, Italia. T. +39 051209400
– e-mail: [email protected]
Intero Comunicato: http://press.thelancet.com/optstefanini.pdf

LE DIFFICOLTA DI DIVENTARE RICERCATORI NEI TPO

Un terzo Comunicato documenta le difficoltà di organizzare una conferenza per ricercatori nei tPo, presieduta dalla Prof. Rita Giacaman e dalla Dr Rhana Khatib of Birzeit University. Ma gli accademici dicono che l’accordo tra the Lancet e la Palestinian Health Alliance aiuta a rendere universale il problema della salute dei Palestinesi, non solo rispetto agli indicatori tradizionali ma anche nell’ambito dell’occupazione.

Il giorno in cui sono arrivati i partecipanti internazionali alla conferenza c’ erano anche centinaia di coloni israeliani scortati dalle forze di sicurezza israeliane. Gli autori dicono: “C’era tensione nell’aria; sentore di violenza ovunque; e accesso negato o ristretto da una parte all’altra della Cisgiordania e a Gerusalemme Est. E il paese era investito da un insolito temporale che ha trasformato molte strade della Cisgiordania in ruscelli fangosi”.

E aggiungono: “Nonostante questi problemi, la maggioranza dei partecipanti locali e internazionali è arrivata nella mattinata del 1 marzo per partecipare alle due giornate dei lavori. La sala era piena e straripante, a riprova della capacità di ripresa dei Palestinesi; del sostegno morale e materiale e della solidarietà di colleghi e amici internazionali; e della decisione della comunità accademica e professionale palestinese di fare, diffondere e usare la ricerca per produrre un miglioramento nello stato di salute della popolazione”.

I partecipanti internazionali alla conferenza arrivavano da Giappone, Stati Uniti, Svezia, Norvegia e Regno Unito ma la maggior parte degli studi è stata presentata da Palestinesi provenienti dalla Cisgiordania (Ramallah, Hebron e Nablus) e da Gerusalemme Est. Ad alcuni ricercatori provenienti dalla Striscia di Gaza e dal Libano è stato negato il visto. Gli autori dicono: “Viviamo, insegniamo, facciamo ricerche e svolgiamo la nostra vita accademica sotto l’ occupazione militare israeliana; e insicurezza e incertezza significano che non sappiamo mai se saremo in grado di finire l’anno scolastico o la ricerca affidataci finché non viene portata a termine”.

Nell’apprezzare i vari contributi della conferenza, gli autori dicono: “The Lancet Palestinian Health Alliance ha posto noi e i nostri partner locali e internazionali fermamente su un nuovo livello più forte che mai, il livello globale”.

E concludono: “La conferenza Alliance avrà luogo ogni anno all’inizio di marzo e aiuterà a sostenere una costante costruzione di competenze per la ricerca sanitaria. Queste conferenze aiuteranno a dare ai ricercatori palestinesi la forza e la volontà di continuare a credere che possono persistere nel portare avanti la ricerca, nonostante i molti ostacoli e a volte l’invivibilità della situazione; e che possono influenzare il cambiamento, anche quando le condizioni politiche producono un diffuso sentimento di impotenza. Le conferenze aiuteranno anche a rendere umane le immagini dei Palestinesi visti o come terroristi o come vittime inermi. Noi siamo reali, umani, un popolo con un mandato; siamo scienziati e studiosi che lottano per vincolare il lavoro accademico allo sviluppo della società; e siamo qui e, nonostante tutto, restiamo dove siamo”.

Prof. Rita Giacaman, Birzeit University, oPt. T. +972-2298-2019 / +972-599- 721841
e-mail: [email protected]
Intero Comunicato: http://press.thelancet.com/optgiacaman.pdf

A 18 MESI DALLA SERIE DI THE LANCET SULLO STATO DI SALUTE NEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

In un quarto e ultimo Comunicato, l’editore di Lancet Dr Richard Horton dice:
“Quando abbiamo pubblicato il nostro rapporto nel 2009, un messaggio chiave era che ‘La speranza di migliorare la salute e la qualità della vita dei Palestinesi esisterà soltanto quando la gente riconoscerà che le condizioni strutturali e politiche presenti nei territori Palestinesi occupati sono i fattori chiave dello stato di salute della popolazione’. Quella conclusione è vera oggi quanto lo era 18 mesi fa, nonostante i tentativi di riprendere i negoziati di pace e giustizia nella regione”.

E aggiunge: “Non siamo tanto ingenui da credere che la ricerca medica e per l’ assistenza sanitaria sia sufficiente di per sé a trasformare ciò che a volte può sembrare una paralisi politica insanabile. Riteniamo però che studi periodici sullo stato di salute della popolazione palestinese possano richiamare l’attenzione internazionale su una dimensione critica ma nascosta della situazione palestinese, fornendo nuove e impellenti ragioni per far riunire i leader politici e ideare soluzioni a lungo termine per le molte ingiustizie legate all’assistenza sanitaria che la popolazione palestinese deve affrontare”.

Il Dr Horton conclude che i progressi sullo stato di salute nei tPo rilevati dalla ricerca saranno discussi negli incontri annuali della The Lancet- Palestinian Health Alliance.

Ufficio Stampa Lancet T. +44 (0) 20 7424 4949 – e-mail: [email protected] com
Intero Comunicato: http://press.thelancet.com/opthorton.pdf

Altri Estratti:
Uso del servizio sanitario e scelta del fornitore sanitario nella Striscia di Gaza: ricerca per nucleo familiare
http://press.thelancet.com/opthealthservice.pdf

Sviluppo di un programma per disabili in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza
http://press.thelancet.com/optdisability.pdf

Effetti del piano di emergenza di assicurazione sanitaria nei reparti maternità della Cisgiordania durante il conflitto: analisi retrospettiva
http://press.thelancet.com/opthealthins.pdf

Grado di fecondazione in coppie appena sposate nei villaggi rurali nei
territori Palestinesi occupati: studio prospettico
http://press.thelancet.com/optfecund.pdf

Abitudini alimentari degli adolescenti palestinesi nei tre principali
governatorati della Cisgiordania: ricerca intersettoriale
http://press.thelancet.com/optdietary.pdf

Funzioni polmonari e sintomi respiratori nei fattori palestinesi: ricerca
intersettoriale
http://press.thelancet.com/optlung.pdf

Funzioni polmonari, sintomi respiratori, problemi dermatologici ed esposizione a sostanze chimiche delle parrucchiere ad Hebron City, territori Palestinesi occupati: studio intersettoriale
http://press.thelancet.com/opthair.pdf

Conservazione, uso e costo dei prodotti farmaceutici per i nuclei familiari palestinesi: ricerca intersettoriale
http://press.thelancet.com/optyouth.pdf

Effetti dei turni di lavoro nel settore dell’igiene mentale sulle infermiere
palestinesi: studio comparato
http://press.thelancet.com/optshift.pdf

15 anni di cooperazione nella ricerca e nell’alta formazione tra la Facoltà di Medicina, Università di Oslo e istituzioni palestinesi
http://press.thelancet.com/optnorway.pdf

Programma Qaderoon per la promozione dell’igiene mentale dei giovani residenti nel campo profughi di Burj El Barajneh, Beirut, Libano: analisi di intervento comunitario
http://press.thelancet.com/optyouth.pdf

traduzione di Flavia Vendittelli