La violenza dei maschi dilaga sempre più. Non copriamo l’orrore.

La violenza dei maschi dilaga, è un urlo di guerra; è un ghigno truce che non ci togliamo dalla faccia e ogni giorno di questa estate maledetta scorre il sangue delle donne. Si parla di “una stagione all’inferno”, di un’estate particolarmente sanguinaria, di un’acutizzazione dell’attacco maschile. Lo dicono in tanti, in tante, anche le compagne. Noi non sappiamo se sia così e temiamo che questa stagione di ferocia e di morte sia la prosecuzione della consueta guerra degli uomini contro l’altra parte del genere umano. Ciò che sappiamo è che non possiamo partecipare “in modi diversi” al massacro, non possiamo giraci dall’altra parte e siamo chiamati, quantomeno, a testimoniare ( ma anche a dirci, è importante) ogni attacco, a raccontarne ogni tassello, affinché come per Auschwitz – si, proprio come per i luoghi più alti della degenerazione dell’umano – l’orrore non sia coperto, rimosso, dal silenzio.

Raccontiamo, dunque, testimoniamo: è mercoledì 28 luglio, ultimo scorso, siamo a Grotte, frazione di Loreto, Ancona. La madonna nera lauretana, famosa nel mondo, dovrebbe misticamente ergersi, innanzitutto, in difesa delle donne; ma la volontà divina ci viene da sempre data per imperscrutabile. Lo sarà anche questa volta, poiché la madonna nera non muoverà un dito per evitare il massacro contro le donne della sua terra.

E’ un giorno afoso, africano: Claudio Alberto Sopranzi – custode presso un camping della riviera adriatica – attraversa rapido le strade vuote di Grotte che lo portano in via De Gasperi, nella casa ove sa di trovare la donna che ama (Vincenza Mannino: come diranno da lì a poco i carabinieri, “di anni 28”), che ama – è l’eterna, straordinariamente irrazionale, contraddizione maschile – e che tuttavia deve essere colpita, punita. Claudio Alberto – testa bassa e mani in tasca, a stringere la Beretta calibro 7.65 – giunge all’appartamento della madre di Vincenza, forza la porta d’entrata e nelle stanze trova il buio che danno le tapparelle chiuse, dalle quali filtra una sola lama della luce del giorno. Buio all’ interno e luce all’esterno: presto sarà una metafora dell’orrore che si riverserà, come sangue, nella casa. L’uomo gira le stanze, cerca Vincenza e nella penombra la trova assieme alla madre, Rita Pulvirenti, “di anni 54 ” e alla sorella, Silvana Mannino, “di anni 30”. Colui che sta divenendo, in quel preciso istante, un assassino, estrae la pistola: deve punire la donna che ha l’unica colpa di non riuscire ad amarlo e per questo Claudio Alberto è già incline a pensare che tutte le donne gli sono nemiche. Prima colpisce la madre, Rita: un solo colpo all’addome, mortale. Un colpo che spinge Vincenza e la sorella Silvana al terrore e alla fuga cieca e disperata. Ma l’uomo che nel frattempo si è già fatto assassino sventaglia proiettili volti a spaccare, punire, i corpi delle sue nemiche e a ribadire l’ancestrale ferinità maschile: altri sei proiettili per abbattere come una bestia la sorella del “suo amore” – avvolta nel terrore, trovata accucciata a terra alla ricerca di un riparo che non ha trovato – e trapassare le gambe e il bacino di Vincenza, che seppur grave, si salverà. Come scriveva Shakespeare, “è proprio quando si oltrepassano i limiti consentiti dalla ragione che nulla è più casuale”; e non può essere casuale che le prime parole dette dall’assasino ai carabinieri siano state : “era buio, sparavo alle sagome”. E’ così: le tre donne erano ormai solamente sagome, alle quali la sua violenza maschile aveva sottratto ogni umanità; erano proiezioni del proprio odio ( ancora: di natura prettamente, “culturalmente”, maschile) che andavano eliminate per svuotare la testa di un uomo ormai troppo colma di ossessioni : si dice che la mamma e la sorella di Vincenza fossero contrarie alla sua storia con Claudio Alberto.

Due donne uccise – per questo – ed un’altra ( “la fidanzata”) gravemente ferita: tutto ciò ( come hanno detto gli inquirenti) “per futili motivi” e fondamentalmente perché l’uomo non si sentiva amato, cercato come avrebbe voluto, come se ogni donna fosse culturalmente, socialmente costretta ad amare l’uomo che vuole essere amato da lei; perché Vincenza non era sufficientemente “presa” da lui: ma “per il cacciatore” una preda non può non essere docile, pena la morte. Siamo, noi, ancora così.

Questo ennesimo attacco omicida contro le donne ( non follia: non possiamo, non dobbiamo ridurre a ciò una tanto primitiva quanto contemporanea pulsione maschile) avviene alcuni giorni prima dello sconvolgente e recente fatto di Milano, ove Oleg Fedchenko, venticinquenne pugile ucraino, ammazza a forza di pugni in faccia Emilu, una donna filippina incontrata casualmente per strada e “senza colpe”, se non quella di essere la prima donna incrociata dal pugile dopo che la fidanzata lo aveva lasciato. E avviene dopo un’estate segnata da un fiume di sangue femminile versato da noi, “uomini”.

E’ tempo, è tempo davvero, che noi maschi, anche maschi comunisti – per uscire dalla jungla esistenziale in cui viviamo – prendiamo atto seriamente della parte di cultura sub umana che ci governa e comprendiamo una volte per tutte che la donna può liberarsi quando vuole di noi; che ciò è un segno tra i più probanti della libertà ( non dell’una o dell’altro: ma della categoria stessa di libertà) e che come risposta a ciò i rancori, la nostra stessa sofferenza di uomini “lasciati” o non amati, le persecuzioni quotidiane contro le donne ( sino ai colpi di pistola) sono solo il segno della mancanza maschile di libertà. Molti di noi, negli anni ‘60, nel “sessantotto”, avevano creduto di capirlo. Che molti di noi lo abbiano dimenticato, che tanta parte degli uomini non l’abbiano ancora compreso è il segno, tra i tanti, di questi tempi bui. Che vanno, anche per questo, superati e cancellati.