La vicenda Telecom ci insegna qualcosa: la proprietà talvolta è un furto

Tronchetti Provera, per difendere il suo disastroso piano di liquidazione e smantellamento di Telecom e Tim, ha annunciato che andrà avanti fino a che non si dichiari che la proprietà è un furto.
Avevamo sempre supposto che i padroni fossero autentici marxisti, cultori della lotta di classe. Ora scopriamo che amano anche Proudhon, a cui si deve la celebre frase “la proprietà è un furto”. In realtà il furto lo stiamo subendo noi.

Secondo l’articolo 41 della Costituzione, l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Da sempre in Italia il capitalismo ha considerato questo principio costituzionale carta straccia, ma in questi anni di liberismo siamo andati ben oltre il passato. Sono servizi fondamentali, che nel passato erano gestiti dallo stato come beni pubblici, che sono stati sottoposti alle più brutali leggi del mercato finanziario.

Si diceva che questo avrebbe prodotto efficienza e sviluppo, il risultato è l’esatto opposto. La rendita capitalistica, che è cresciuta enormemente con le privatizzazioni, è finita tutta nella speculazione finanziaria. Dalle contraddizioni e dai limiti del monopolio pubblico si è passati alla speculazione sfacciata del monopolio privato. Da Alitalia alle Autostrade, passando per le Ferrovie, la privatizzazione ha solo peggiorato l’andamento delle imprese. Il caso Telecom è emblematico. L’impresa funzionava in mano pubblica, il centrosinistra insensatamente la privatizzò. E, come pare abbia ricordato l’attuale ministro dello Sviluppo economico speriamo con senso critico sul proprio operato di allora, nei piani alti di Telecom si sono avvicendate tutte le grandi famiglie del capitalismo italiano, assieme ai nuovi capitani di industria. E tutti hanno fallito.

Alla base di questo disastro stanno due scelte di fondo. La prima è quella alla quale pare che lo stesso governo volesse porre rimedio, secondo un piano segreto rivelato dalla stampa. E’ bene ricordare che nel passato l’autorità per la concorrenza aveva dichiarato che le grandi reti dovevano rimanere pubbliche e che la competizione capitalistica sarebbe dovuta avvenire solo nel servizio diffuso. E’ ovvio infatti che la rete della telefonia è oggi uno dei beni pubblici fondamentali della nostra società, perché attraverso di essa passano comunicazioni e conoscenza in misura senza precedenti con il passato. Se è vero che l’intenzione del governo era quella di portare di nuovo in mano pubblica la rete telefonica, bisogna considerare questa una scelta di buon senso industriale, purché non si traducesse in sfacciati regali per i proprietari di Telecom. In ogni caso è chiaro che qualcosa deve essere andato storto e che le decisioni di Tronchetti Provera sono state proprio concepite per bloccare questa possibilità e per preparare il terreno alle grandi multinazionali della comunicazione.

E qui arriviamo alla seconda causa del disastro attuale: la finanziarizzazione del sistema delle imprese.

Le privatizzazioni affidate alla Borsa hanno semplicemente fatto sì che le grandi imprese siano state acquistate con i loro stessi soldi. Sembra incredibile, ma la sostanza è che i capitalisti che hanno acquistato Telecom, Autostrade e tante altre aziende, l’hanno fatto senza capitali. Si sono fatti prestare i soldi dalle banche e poi hanno rimborsato i debiti prosciugando risorse e investimenti nelle aziende controllate. Telecom è stata scalata in debito da Colaninno e poi ceduta a Tronchetti Provera. Tutto questo ha prodotto un buco enorme nelle casse dell’azienda. Se questo è il caso più scandaloso, ne abbia tanti altri che spesso non raggiungono le prime pagine della cronaca. Pensiamo ad Avio, un’azienda all’avanguardia nella produzione di motori per aerei, che la Fiat ha venduto al fondo Carlyle (lo stesso che sciaguratamente appare nelle vicende Telecom), il quale dopo aver succhiato risorse se ne è andato, lasciando la fabbrica a un altro fondo che farà ancor più danni, mentre la proprietà pubblica, in mano a Finmeccanica, si riduce e sta a guardare.

La vicenda Telecom, per la sua stessa dimensione dovrebbe ora servire da insegnamento. Invece non pare proprio che sia così. Il gruppo Fincantieri, che grazie alla proprietà pubblica e a uno dei tanti miracoli del lavoro italiano, ha fatto sì che il nostro paese diventasse uno dei più importanti produttori di navi al mondo, vuole andare in Borsa. E’ il suo azionista, quello stesso governo che prende calci in faccia dalla Telecom, che con diabolica perseveranza continua una politica fallimentare. Se Fincantieri cadrà nella roulette dei fondi e delle azioni, tra un po’ in Italia non sapremo più produrre navi, ma sicuramente avremo nuove occasioni per contemplare l’opera della speculazione finanziaria.

Il capitalismo ha sempre avuto molte facce, ma quella che vediamo oggi è la peggiore. Quel noto rivoluzionario che oggi è vicepresidente nel governo tedesco, ha definito la rapacità dei giochi finanziari che consumano le aziende, come “il capitalismo delle cavallette”.

Forse non tutta la proprietà è un furto, ma quando il capitalismo finanziario si impadronisce di lavoro e beni pubblici e spreme le imprese per ottenere facili profitti, quando tutto questo accade, la proprietà diventa un furto sociale.

Il governo non può solo brontolare, deve decidere di cambiare politica, mettendo in discussione questi due capisaldi del liberismo: il fatto che la mano pubblica debba ritirarsi dai settori e dai beni strategici e la subordinazione dell’impresa alla speculazione finanziaria. Bisogna costruire una politica industriale che vada in una direzione esattamente opposta rispetto a quella delle scelte degli ultimi quindici anni.

Altro che riscrivere il patto del ’93, per inventarsi nuove compatibilità salariali. Il ministro Padoa Schioppa eserciti i suoi poteri di proprietario d’imprese, utilizzi quel poco rimasto della golden share e, soprattutto, assieme a tutto il governo si valga dei poteri dello stato per intervenire sulle scelte delle imprese. Questo fa un governo europeo che si rispetti di fronte a padroni che si comportano come finanzieri sudamericani del secolo scorso.

Quanto ai soliti lamenti a sostegno del liberismo e dei poteri forti, che puntualmente ci vengono dalle istituzioni europee, si faccia una cosa utile per l’Italia e per l’Europa, li si ignori.