La vicenda di Federico Aldrovandi

La triste vicenda di Federico Aldrovandi, il giovane diciottenne ferrarese morto pochi minuti dopo essere entrato in contatto con la polizia è divenuta nota grazie al blog lanciato dalla madre su kataweb, affinché si faccia chiarezza sulle circostanze che hanno determinato la morte del figlio.
La scelta di rendere pubblici gli interrogativi suscitati dalle incongruenze manifeste dellle versioni ufficiali, si è resa necessaria alla famiglia a seguito degli inaccettabili ritardi nella formalizzazione della relazione medica, fondamentale ai fini della ricostruzione della dinamica.
Ciò che accadde all’alba del 25 settembre scorso non sembrava destinato ad avere alcuna eco al di fuori delle mura cittadine. La stampa locale infatti, affidandosi al mattinale della Questura e successivamente agli elementi forniti dalla stessa, archiviò l’evento narrando di atti di autolesionismo e di un malore improvviso che avrebbe colto il ragazzo proprio dinnanzi alla pattuglia, imputabili evidentemente all’assunzione di sostanze stupefacenti. Presto altri dettagli contrastanti con questa versione cominciarono ad affiorare e ad imporsi all’attenzione dei familiari, già stupiti dalle modalità di comunicazione della tragedia da parte delle forze dell’ordine, che attenderanno cinque ore dalla morte prima di contattare i genitori.
Federico e i suoi amici avevano trascorso la serata a Bologna, il programma prevedeva un concerto al Link poi sospeso. È vero pare avesse assunto qualcosa una smart drug, naturale e non proibita ed un francobollo di Lsd, rivelatosi poi totalmente inefficace. Le analisi tossicologiche non a caso rileveranno una concentrazione minimale di chetamina ed oppiacei – sostanze estranee agli acidi – ed in percentuale talmente ridotta da non giustificare comportamenti aggressivi autoriferiti e tanto meno malori. Erano all’incirca le cinque della mattina quando il gruppo rientrato a Ferrara si separa da Federico, che si congeda dagli amici dicendo loro di preferire raggiungere casa passeggiando un po’. Le passeggiate di Federico al termine delle serate erano comunque una consuetudine tale da non autorizzare sospetti, dichiareranno poi i suoi compagni.
Alle 5,47, stando alle dichiarazioni della polizia si sarebbe verificato il primo contatto, a seguito di una richiesta di intervento rivolta alla Questura da una signora residente in via Ippodromo, la quale telefonò, turbata dalla presenza di un ragazzo che si aggirava nella zona camminando in modo strano e probabilmente cantando. Alle 6,10 gli stessi poliziotti avrebbero chiamato il 118, che sarebbe intervenuto di lì ad otto minuti, trovando il giovane ormai privo di vita riverso in una pozza di sangue e ammanettato. Alle 8 la madre si rende conto che il figlio non è rientrato, preoccupata inizia a chiamarlo sul cellulare, sul quale in corrispondenza del suo numero compare la dicitura ‘mamma’. Nessuna risposta. Altrettanto farà il padre, il cui numero è salvato nella memoria del telefonino con il nome proprio: Lino. Gli risponderà una voce maschile, che gli intimerà di qualificarsi, adducendo come ragione il ritrovamento di un cellulare perduto sul quale si stavano operando accertamenti. La famiglia allora telefonerà in Questura, dove eviteranno ogni tipo di informazione alludendo al cambio turno. Sarà annunciato loro il decesso solo alle 11, da una pattuglia che li raggiungerà nella loro abitazione per segnalare loro la morte del figlio probabilmente dovuta all’assunzione di sostanze.
Da qui i dubbi. La stampa locale non farà menzione delle numerose incongruenze, affidandosi alle versioni ufficiali. Il pm affiderà le indagini allo stesso corpo coinvolto nella vicenda (cioè alla polizia di stato). Procedura indubbiamente consentita, ma che costituisce una manifesta anomalia rispetto alla consuetudine, che suggerirebbe per garantire il massimo di obiettività in ordine agli esiti di incaricare un corpo terzo, che in questo caso avrebbero potuto essere i carabinieri. Il Procuratore Capo Messina dichiarerà ancora prima di disporre degli esiti dell’autopsia, sulla quale è stata richiesta dal medico legale l’ennesima proroga che scadrà il 27 febbraio, che la morte non è stata causata dalle percosse. Una excusatio non petita che dovrebbe indurre a qualche riflessione. Affiancata di recente da un’altra dichiarazione che, assumendo gli esiti delle analisi tossicologiche, segnala che il decesso non è riferibile all’uso o abuso di sostanze psicotrope.
Di fatto a seguito dell’intervento coraggioso della madre al quadro complessivo si sono andati aggiungendo tasselli di grande rilevanza, che diventando di dominio pubblico pongono interrogativi inquietanti alla città e al paese.
Sono un fatto le lesioni presenti sul corpo di Federico: lo schiacciamento dello scroto, le due ferite lacero-contuse dietro la testa, l’echimosi all’occhio destro, i segni delle manganellate e dello strangolamento (i due lividi da compressione sul collo).
Sono un fatto le testimonianze che si sono via via prodotte, le quali parlano di un giovane che gridava basta, smettetela, così non riesco a respirare. E di agenti che dubitavano della sua identità (Federico aveva dimenticato i documenti) accusandolo di essere un extracomunitario e di non chiamarsi Federico. Sono un fatto i verbali della polizia che annotano la rottura di un manganello; sono un fatto le cure mediche di cui si sono avvalsi gli agenti, le prognosi relative e il rifiuto del ricovero.
A seguito delle esternazioni della madre su questa triste pagina di cronaca si sono accesi i riflettori mediatici con tutte le spettacolarizzazioni e le strumentalizzazioni conseguenti.
È nostro interesse che a questo evento non sia imposta la tradizionale vita mediatica, caratterizzata da tempi infelici e da rapide rimozioni.
Si tratta ora di compiere il massimo sforzo per accertare la verità e per assecondare l’istanza di chiarimento promossa dalla famiglia, abituata a confidare nell’operato delle forze dell’ordine (la madre è una dipendente comunale, il padre un ispettore della municipale), evitando di affidarsi aprioristicamente ad una determinata versione.
Gli elementi sin qui raccolti hanno già suggerito un’interpellanza parlamentare agli Onorevoli De Simone e Giordano, ed una interrogazione comunale è stata presentata dal Gruppo consiliare di Rifondazione Comunista.
Compito della politica in questo momento, soprattutto dopo i fatti di Genova, è garantire il massimo di pubblicità e di trasparenza per ciò che attiene alle dinamiche che coinvolgono la libertà e la vita delle persone, in un contesto segnato purtroppo da involuzioni di tipo autoritario. Il nostro è un paese che risente sempre più del generale clima guerresco promosso all’indomani dell’11 settembre. La militarizzazione di ogni spazio quotidiano segna le nostre vite e la sindrome sicurataria ricercata attraverso martellanti richiami allo stato dall’erta e alla pericolosità insita nel migrante, imprimono una cifra di violenza alla nostre esistenze e alla nostra convivenza.
Il ricorso a strumenti lesivi della dignità e della stessa incolumità delle persone non è estraneo alla condotta delle istituzioni preposte alla tutela dei cittadini. Non resta che accertare ora se questo episodio sia riconducibile a questa interpretazione.