La via iraniana per gas e petrolio

TEHERAN – «Gli sviluppi politici interni sono stati decisivi per il ritorno dell’Eni-Agip in Iran: senza l’apertura di Mohammed Khatami probabilmente non saremmo qui neppure noi», dice Giorgio Pilia, rappresentante del gruppo a Teheran. L’ascesa nel ’97 del presidente riformista, trionfatore anche alle presidenziali di venerdì, è stata accompagnata dalla ripresa di pieni rapporti, diplomatici ed economici con l’Europa, dal ritorno nella capitale degli ambasciatori dell’Ue e preceduta dall’operazione di rottura condotta, con l’appoggio di Parigi, dalla Total, prima società petrolifera a firmare un contratto con gli iraniani sfidando le sanzioni americane che vietano, qui come in Libia, investimenti stranieri oltre i 20 milioni di dollari. Sull’Iran c’è una strategia europea che ha attenuato la tradizionale concorrenza tra società come Total, Eni e Shell, altrove in concorrenza spietata. Il management europeo sa che qui è sconsigliata una competizione sfrenata: la consultazione è invece la regola non scritta. «Il futuro sarà un’Europa che funziona a gas, con energia più pulita, mentre ai Paesi in via di sviluppo sarà lasciato il petrolio», dicono all’Eni. E l’Iran è il secondo Paese al mondo, dopo la Russia, per riserve di gas: da questo punto di vista una sorta di «scandalo geologico». La presenza dell’Eni-Agip in Iran è storica, risale al 1958 quando Enrico Mattei firma un accordo che provoca la reazione furibonda delle Sette Sorelle del petrolio. Questo accordo ebbe enorme risonanza perchè toccava interessi consolidati. I contratti con le multinazionali prevedevano un 20% allo Stato e l’80% alle compagnie, si era poi passati al fifty-fifty mentre Mattei propose il 20% alle società e l’80% ai Governi: una rivoluzione. Fu a quell’epoca che il rapporto tra l’Eni, l’Iran e la Corte diventò costante, familiare, e Mattei si incaricò persino di trovare una moglie allo Shah, senza figli dalla prima moglie Soraya, cercandola tra le principesse italiane. Ma la rivoluzione di Khomeini nel ’79 interruppe l’avventura delle società petrolifere in Iran cominciata con l’Anglo-Iranian-Bp. Il contratto di buy-back per lo sfruttamento del gas di South Pars, firmato dall’Eni nel luglio 2000, doveva per la verità essere già concluso a metà degli anni Novanta in partnership con la Total ma sull’operazione arrivò uno stop politico mentre esplodeva il caso Mykonos. I francesi poi andarono avanti in collaborazione con la Petronas malese e la russa Lukoil. Bernabè, l’ex amministratore delegato della società, rimasta esclusa dal predominio americano in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, dichiarò allora: «Ci sentiamo in diritto di verificare alternative a questi Paesi strategici. Se possiamo penetrare in questi mercati mi attengo alle regole di solidarietà internazionale previste da embarghi e sanzioni, altrimenti dovremo agire in modo diverso». E l’alternativa, nel Golfo, sono Iran e Irak, dove anche qui l’Agip ha negoziato importanti diritti di esplorazione. Dopo la cocente delusione di essere stata appena esclusa dallo sfruttamento del gas saudita l’altra sponda di Ormuz è per il gruppo italiano una rotta obbligata. L’Eni, impegnata a South Pars con 2 miliardi di dollari in joint venture al 60% con la Petropars, è l’unica società straniera ad avere un partner locale. La Petropars, costituita con i fondi di investimento dell’ente petrolifero di stato iraniano Nioc, è appoggiata dalla Nico, braccio finanziario diretto l’ex ambasciatore iraniano in Italia Hedayatzadeh. In collaborazione con Elf (ora TotalElfFina) l’Agip partecipa inoltre, con quote rispettivamente del 45% e del 40% allo sfruttamento dei giacimenti offshore di Doroud (550 milioni di dollari) e Balad (180 milioni). Con l’apertura dei pozzi onshore di petrolio gli investimenti Eni in Iran potrebbero toccare i 4 miliardi di dollari. South Pars è uno dei più importanti giacimenti di gas del mondo, un terzo nelle acque dell’Iran, due terzi in quelle del Qatar, suddiviso nella parte iraniana in 12 fasi di sviluppo che prevedono investimenti colossali: almeno 20, miliardi di dollari, oltre 40mila miliardi di lire. L’Eni si è aggiudicata la fase 4 e 5 con una produzione stimata tra 200mila e 500mila barili equivalenti di petrolio che dovrebbe attestarsi nel 2005 intorno a 350mila. Il segno distintivo degli accordi delle compagnie straniere in Iran, come in altri Stati del Golfo, è il buy-back, un contratto di servizio in cui le società si impegnano nello sviluppo di un giacimento per arrivare a un determinato livello di produzione e il loro investimento viene rimborsato in quote di gas o petrolio. Sull’investimento viene riconosciuta alla società una remunerazione, variabile dal 13 al 16%. Nel caso di South Pars c’è un Master Development Plan con due piattaforme e un gasdotto e gli obiettivi di produzione devono essere raggiunti in 65 mesi, cinque anni e mezzo, che indicano la durata del contratto, cioè la fine del servizio: da quel momento la Nioc va avanti da sola ma le società dell’Eni continuano a fornire assistenza. In Iran e nel mondo islamico, dove vengono osservate le regole della riba, cioè il divieto (per la verità molto spesso aggirato) di versare interessi sui capitali, il buy-back rappresenta la giustificazione per sostenere che non ci sono elementi di profitto e la percentuale in prodotto riconosciuto alle compagnie figura come rimborso dei costi di investimento. Non solo. «Questi contratti — sottolinea Kazempour Ardebili, governatore iraniano all’Opec — consentono di affermare che non si tratta di investimenti stranieri». Ma soprattutto il buy-back assicura ai Paesi petroliferi e all’Iran un controllo completo sulla produzione e poi sulle vendite di gas e petrolio. Per questo le nuove frontiere dell’energia, come l’Asia centrale, sono così ambite: le multinazionali puntano a negoziare condizioni ben diverse e più vantaggiose rispetto a quelle che spuntano nel Golfo. Ardebili ammette che i buy-back, soprattutto per la loro breve durata, non possono essere iscritti a bilancio delle compagnie come riserve, quindi non incidono sul valore di una società. Anche se ormai — e a questo mira anche l’Eni — c’è la tendenza a considerarli un asset, cioè parte del capitale, aspetto certo non secondario mentre continua la concentrazione del settore con fusioni e acquisizioni. Nonostante le garanzie del buy-back i contratti sul gas e petrolio sono in Iran un campo di battaglia: la vera posta in gioco tra conservatori e riformisti, l’oggetto di speculazioni continue sulle clausole segrete con le compagnie. Riserva europea, finchè restano le sanzioni Usa, l’Iran per lo sfruttamento delle sue risorse energetiche richiede investimenti per almeno 30-40 miliardi di dollari. E oggi le tre major europee (Eni, TotalElfFina e Royal Dutch Shell) tendono a contenere i loro impegni. Gli stessi iraniani non hanno assegnato molte concessioni a South Pars che sarebbero riservate alle società americane una volta tolte le sanzioni. La fame di colossali investimenti forse potrebbe essere soddisfatta soltanto dal ritorno del Big Oil Usa mentre ora sono i giapponesi a iniettare liquidità, 3 miliardi di dollari, nella finanziaria iraniana Nico in cambio di garanzie sulla produzione. Perchè allora l’Iran è strategico per l’Eni e le società europee? Per le sue grandi risorse ma anche perchè è il punto di passaggio più breve ed economico per convogliare sui mercati gas e petrolio del Caspio e delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. L’opposizione degli americani alla «via iraniana» è evidente e oggi nel Golfo, tra Iran e Irak, passa per gli Stati Uniti una linea rossa che segnala un confronto, a volte neppure troppo sotterraneo, tra le due sponde del’Atlantico. Una battaglia destinata a continuare fino al momento in cui l’Iran resterà una riserva di caccia europea.