«La verità? Una questione di volontà politica»

L’inchiesta di Ustica è anche una storia di giornalisti che provano a indagare su quel che accadde la notte del 27 giugno 1980, che scoprono verità ma soprattutto si trovano a scontrarsi con un muro di omertà. Il «muro di gomma» appunto, come si intitolava il film costruito sull’esperienza di Andrea Purgatori, che nel 1980 faceva il cronista al Corriere della sera e oggi è il condirettore del settimanale Left.
Com’è cominciata quell’inchiesta?
Con una telefonata di un controllore di volo di «Roma controllo» a Ciampino. Una chiamata molto precisa, che parlava già di aerei americani in volo e di una probabile esercitazione militare. Mi telefonò lui per raccontarmi tutto. In quel periodo i controllori erano tutti militari, anche quelli che si occupavano degli aerei civili, e io mi occupavo della loro battaglia per la smilitarizzazione, tema all’epoca particolarmente sentito. Ci conoscevamo e avevamo un rapporto di fiducia che non ho mai violato, neppure quando i magistrati chiesero che rivelassi il suo nome.
Insomma, il quadro di quel che era successo quella notte fu subito chiaro?
Non del tutto, il problema enorme era e continuò ad essere l’accesso alla documentazione militare, ma ricordo bene che se sul giornale del 28 mattina eravamo riusciti solo a dare la notizia della sciagura, il Corriere della sera del 29 giugno parlava già della collisione e di un missile, persino i nostri disegni erano abbastanza precisi.
27 anni dopo invece siamo al punto di partenza. Perché?
Il primo problema fu che la documentazione per gran parte non si è mai trovata e in parte è stata inviata solo con molto ritardo. Solo nell’82, ad esempio, la commissione d’inchiesta del ministero dei trasporti scrisse che il velivolo non era precipitato per una causa interna o un guasto al motore. Ma che quella notte ci fosse uno scenario di guerra, che il Dc9 volava in un cielo con aerei non identificati l’ha ammesso ai magistrati anche la Nato e tutte le sentenze, compresa quella confermata ieri, hanno mantenuto questa ricostruzione. Ci vorrebbe una volontà politica forte per farci raccontare una vicenda che coinvolge partner importanti come Francia e Usa e uno soprattutto commerciale come la Libia. Non sono certo i magistrati a poter bussare alla tenda di Gheddafi. L’inchiesta comunque non è del tutto conclusa: alla procura di Roma rimangono aperti alcuni fascicoli stralciati da questa indagine e il reato di strage non si prescrive.
Davvero dopo tanti anni oggi l’Italia potrebbe avere il coraggio di chiedere spiegazioni?
Tre anni fa Gheddafi ha ammesso le sue responsabilità nella strage di Lockerbie e nell’attentato in Ciad, nello stesso messaggio alla nazione ha specificato che la Libia con Ustica non c’entra nulla e che in quel caso erano delle vittime. Il nostro ambasciatore a Tripoli ce l’ha la tv? L’ha visto quel messaggio? Con questo leader l’Italia parla di immigrati, di petrolio. Perché non gli abbiamo mai chiesto di rispondere alle domande dei magistrati e dei parenti delle 81 vittime?
Ustica è solo uno dei casi in cui l’Italia ha subito i silenzi di paesi che commettono reati contro i nostri cittadini. Perché?
Sulle carte c’è scritto chiaramente che l’Italia aveva una politica doppia nei confronti della Libia, la considerava paese nemico ma permettevamo ai loro aerei di scorrazzare nei nostri cieli. Probabilmente lo facemmo anche con un Mig che gli americani volevano abbattere quando invece fu colpito il Dc9. Se hai qualcosa da nascondere sei più ricattabile.