La verità nel pallone?

Il luogo dell’agguato sotto le lenti di un aerostato

L’Oxford Dictionary alla voce check point recita: «Luogo presso il quale vengono controllati o ispezionati documenti, veicoli etc». Quindi un luogo visibile e illuminato in modo che i veicoli possano riconoscerlo, ridurre la velocità e farsi ispezionare dopo che, a causa di una serie di opere murarie, sbarramenti di cemento, piccole trincee nel manto stradale, gimcane, si sono già praticamente fermati o hanno rallentato al massimo la loro velocità. Senza dubbio il check point a circa 5 chilometri dall’aeroporto di Baghdad, in vista del quale Nicola Calipari aveva acceso la luce interna dell’auto per rendere ancor più evidente chi si trovasse a bordo della «Toyota Corolla», risponde in pieno a questa descrizione. Non così il luogo dove la pattuglia americana ha ucciso il funzionario del Sismi e ferito Giuliana Sgrena dal momento che i soldati Usa hanno fatto fuoco all’uscita di una stretta curva a destra che si immetteva in autostrada, dalla banchina, e nella piena oscurità, del tutto invisibili agli occhi di chiunque stesse sopraggiungendo. Inoltre che senso ha organizzare un posto di blocco con una manciata di soldati a poche centinaia di metri da quella vera e propria fortezza ultracontrollata, illuminata e difesa da ingenti forze militari Usa, coadiuvate da contractors privati con cani antiesplosivi, e un sistema di telecamere che riprende ogni auto e ogni passeggero?

Il modus operandi della pattuglia Usa sembra rispondere in realtà più al concetto di imboscata, di agguato – chiunque fosse il loro obiettivo e non necessariamente l’auto con a bordo i tre italiani – che a quello di un check point. Tanto che, stando alle prime indiscrezioni al capocentro del Sismi all’aeroporto che gli aveva appena comunicato l’allarme per la sparatoria avvenuta pochi minuti prima l’ufficiale Usa di collegamento, il capitano Green, avrebbe risposto «non esiste alcun check point sulla strada» (Corriere della Sera 15/3/05).

Assai poco credibile nella ricostruzione ufficiale è inoltre il fatto che, prima di essere informati ufficialmente dagli italiani, verso le 8,30, circa 20-25 minuti prima dell’omicidio, i comandi Usa già non sapessero dell’auto e di cosa stava succedendo. E’ noto a tutti che in una zona così strategica come quella dell’aeroporto, gli Usa intercettano qualsiasi comunicazione telefonica in tempo reale e sono in grado di localizzare qualsiasi veicolo in avvicinamento al check point e oltre. In realtà da qualche parte nella base «Victory» accanto all’aeroporto e di sicuro al Pentagono, vi sono senza alcun dubbio non solo le registrazioni delle comunicazioni tra Calipari, gli ufficiali di collegamento all’aeroporto, il governo di Roma e quelle con eventuali emissari della guerriglia irachena, ma anche foto e riprese televisive dell’arrivo dell’auto e di quel che è successo su quella fatale curva. E non si tratta solamente delle immagini fotografiche ed elettroniche scattate dai satelliti e dai droni senza pilota in continuo volo sulla zona, ma anche di quelle provenienti dal grande pallone aerostatico, simile a quello del jocker-Nicolson, che oscilla pigramente al vento dall’estate scorsa, controllando tutte le vie di accesso verso l’aerostazione e camp victory.

L’aerostato bianco, agganciato al suolo con un cavo di acciaio nel quale passano anche la corrente e i fili per il funzionamento delle apparecchiature e delle telecamere, si trova generalmente, a circa 300 metri di altezza ed è in grado di controllare in tempo reale, trasmettendo le sue informazioni ad una sala di controllo in grado di dare indicazioni immediate ai soldati sul terreno, un’area di circa 10 chilometri. Trovandosi a circa 3 chilometri dal luogo dell’omicidio la memoria del pigro aerostato, non può non aver registrato le scene salienti dell’agguato dal momento che il suo compito è infatti quello di individuare possibili nemici in avvicinamento verso l’aeroporto (altro che pattuglia spaventata nel buio della città ostile).

I soldati Usa sono entusiasti del gigante buono (costruito dalla Lockheed Martin) che li protegge dal cielo tanto che nel luglio del 2004 la «Denton News» (Texas) sosteneva: «è veramente utile per i ragazzi sul terreno – sostiene dil sergente Munroe – dal momento che in tal modo possiamo monitorare sia i convogli che le pattuglie sul terreno, ed essere sicuri che non vi sia nessuno che si trovi davanti o dietro di loro. Quando ad esempio delle pattuglia a piedi entrano nel pericoloso quartiere di al sheik Maruf le telecamere dell’aerostato scrutano i tetti per vedere se vi sono dei ribelli». Forse la verità sull’uccisione di Calipari sta proprio nella pancia del grande pallone a meno che, come quei radar nella notte di Ustica, non sia stato «spento» proprio quella sera dalle 20,30 alle 21.