La verità di Carter

In questo mese sono apparsi due articoli di fondamentale importanza riguardo alla questione palestinese. Il primo è di Jimmy Carter, che quando era presidente degli Usa formulò gli accordi del 1977 in base ai quali Israele dovette smantellare gli insediamenti nel Sinai e la penisola ritornò sotto la sovranità dell’Egitto. Nell’articolo pubblicato in TomPaine.com del 9 marzo e riprodotto su http://www. commondreams.org/views06/0309-32.htm, Carter afferma che da oltre un quarto di secolo la politica di Israele è in conflitto con le posizioni della comunità internazionale, comprese quelle ufficialmente assunte dagli Usa. Ed aggiunge «l’occupazione israeliana della Palestina ha bloccato il raggiungimento di un accordo globale di pace, indipendentemente dal fatto che i palestinesi abbiano formalmente un governo, uno capeggiato da Yasser Arafat o da Mahmoud Abbas, oppure con Abbas come presidente e con Hamas in controllo del Parlamento e del gabinetto». L’ex presidente osserva poi che Tel Aviv intende destabilizzare il nuovo governo palestinese. Nota invece che Hamas è piuttosto interessata a consolidare il proprio successo politico e a garantire l’ordine e la stabilità, tesi sostenuta anche da molti analisti israeliani. Si arriva quindi al pezzo forte dell’intervento di Carter: «L’ostacolo più prominente alla pace è la colonizzazione della Palestina da parte di Israele». Semplice, diretto e vero, cosa di cui la sinistra italiana si è completamente scordata. Carter ricorda come al suo arrivo alla presidenza Usa in Cisgiordania e a Gaza vi fossero solo alcune centinaia di coloni che sono poi cresciuti fino a 225 mila, soprattutto sotto il governo di Ehud Barak. Per Carter la migliore offerta fatta ai palestinesi, quella di ritirare il 20% dei coloni e di lasciare i restanti 180mila sul 5% del territorio palestinese, era fuorviante. Infatti considerando il sistema di strade, di zone adibite all’espansione dei restanti insediamenti, l’intero territorio palestinese sarebbe stato frammentato in zone non collegate e spesso irraggiungibili. La colonizzazione isrealiana della Palestina è pertanto l’ostacolo principale alla pace e di questo erano consapevoli anche alcuni esperti legali isrealiani. Sull’Independent dell’11 marzo, il corrispondente da Gerusalemme, Donald Macintyre, scrive di un libro appena pubblicato dello storico Gershom Gorenberg, «The Accidental Empire: Israel and the Birth of the Settlements, 1967-1977» (New York: Times Books, 2006), in cui si ri-rivela che dopo la guerra del 1967 il consigliere legale del ministero degli esteri di Tel Aviv, aveva inviato un rapporto, classificato come segretissimo, sull’illegalità di eventuali insediemnti ebraici nei territori appena occupati. Il consigliere era Theodor Meron che, dopo aver lasciato Israele, divenne, fino allo scorso anno, il presidente del Tribunale Internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia. Nella relazione che egli stilò per l’allora primo ministro israeliano, Levi Eshkol, si affermava che gli insidiamenti avrebbero «contravvenuto esplicitamente alle disposizioni della Quarta Convenzione di Ginevra».