La verità colpita a morte alla schiena

Un libro su Roberto Franceschi, militante di sinistra ucciso dalle forze dell’ordine nel 1973

Nel 1973 Roberto Franceschi aveva vent’anni. Studiava Economia politica all’Università Bocconi di Milano. La sera del 23 gennaio 1973 era in programma un’assemblea del movimento studentesco alla Boccconi. Roberto Franceschi aveva firmato la richiesta per tenere quell’assemblea, che poi, in realtà, costituiva il proseguimento di una già iniziata qualche giorno prima. In quel periodo e in quella stessa università si erano tenuti vari incontri dello stesso tipo, tutti normalmente autorizzati e non c’era mai stato alcun incidente. In quell’occasione, però, l’allora rettore, Giordano Dell’Amore, ordinò che potessero accedere esclusivamente gli iscritti alla Bocconi e dispose un controllo dei tesserini all’ingresso dell’università. Non solo, chiese anche l’intervento della polizia. Così un reparto della celere si schierò fuori della Bocconi. Vietare la partecipazione ad operai e studenti di altre università significava, in pratica, impedire lo svolgimento dell’assemblea che, infatti, quella sera non si tenne. Intorno alle 22,30 gli studenti si allontanarono dall’università e, poco dopo, all’improvviso, un gruppetto di giovani attaccò la polizia, lanciando sassi e qualche bottiglia molotov.

L’azione fu rapidissima, ma mentre i manifestanti stavano scappando, confusi tra gli altri studenti, dalla schiera di poliziotti, comandati dal vicequestore Tommaso Paolella, vennero sparati dei colpi di pistola, almeno quindici. A terra rimasero, colpiti rispettivamente alla schiena e alla nuca, l’operaio Roberto Piacentini e Roberto Franceschi. Il primo si salverà, Roberto Franceschi morirà in ospedale qualche giorno dopo, il 30 gennaio.

Questo è soltanto l’inizio della vicenda narrata in Roberto Franceschi. Processo di polizia (Baldini Castoldi Dalai, pp. 273, € 14, 40). Il libro, curato da Daniele Biacchesi, infatti, oltre che degli avvenimenti di quella sera, si occupa, seguendoli con attenzione e competenza, dei vari processi susseguitisi dalla morte del giovane. Una ricostruzione puntuale, chiara e comprensibile degli innumerevoli processi penali che si concluderanno il 22 aprile 1985 con l’assoluzione di tutti i poliziotti imputati di omicidio preterintenzionale e lesioni e la condanna del vicebrigadiere Agatino Puglisi e del capitano Claudio Savarese per falso ideologico.

Si sa che la pistola che ha ucciso Roberto Franceschi è quella di un agente di polizia, Gianni Gallo, non si sa però chi l’abbia usata. Ci sono testimoni che, dalle finestre e dai balconi delle loro case, hanno visto e riconosciuto vari poliziotti che sparavano, prendendo la mira, contro i manifestanti, ma le loro testimonianze si scontrano contro il muro di gomma messo su dai vari esponenti della polizia. Così, tra imbarazzanti «non ricordo», «non so», tra bossoli ritrovati e poi spariti, va in scena ancora una volta quel medesimo copione che tante volte pezzi dello stato hanno utilizzato – dalla strage di piazza Fontana in poi – per evitare che emerga la verità.

Oltre alle deposizioni cambiate, ritrattate, spesso incredibili, colpiscono, per contrasto, da una parte le dichiarazioni del governo, nella persona dell’allora ministro dell’Interno Mariano Rumor, il quale non esitò ad affermare che «il comportamento degli agenti e dei responsabili delle “forze dell’ordine” è stato all’altezza del loro compito»; dall’altra la lettera che la madre di Roberto, Lydia Franceschi, indirizzò al ministero della Pubblica Istruzione per dimettersi dal suo lavoro di preside, dove, tra l’altro, scriveva: «Oggi dopo la sentenza della Corte d’assise d’appello che ha concluso un lungo e perverso iter giudiziario con l’assoluzione anche dell’ultimo imputato per non aver commesso il fatto, temo di dover aggiungere che la verità appartiene sì a tutti, ma non al nostro Stato democratico; a questo Stato in cui si può ancora agire a livelli istituzionali con omertà e con menzogna per sconfiggere la giustizia. In questo Stato, signor Ministro, non sono più capace di tornare a scuola dai miei ragazzi e continuare a educarli alla dignità di cittadini».

Con la fine dei processi penali prendono il via le cause civili che si concluderanno, il 20 luglio del 1999 con il riconoscimento del risarcimento alla famiglia Franceschi, già disposto in alcune sentenze precedenti. Anche in questo caso il comportamento delle istituzioni è stato, a dir poco sconcertante e ha reso evidente la distanza che troppo spesso le separa dai cittadini: il 30 dicembre 1997 si è arrivato a chiedere, da parte dell’Avvocatura Distrettuale dello stato la restituzione della somma erogata. Tale somma, invece, è servita a costituire la Fondazione Roberto Franceschi che – come si afferma sul suo sito www.fondfranceschi.it – «esplica la propria attività nel campo delle ricerche sociali. Promuove pubblicazioni, incontri e dibattiti, istituisce premi di laurea» ed è alla base della pubblicazione di questo libro. Un libro che non si limita a rievocare un passato lontano, ma mostra in maniera abbagliante come sia difficile coniugare verità e giustizia. Un problema gravissimo che troppe volte, e con troppe morti, si è ripresentato nella storia recente del nostro paese. Come testimonia anche l’ultimo capitolo del volume, curato da Luca Boneschi e dedicato a un’altra incredibile vicenda di sangue: l’assassinio a Roma il 12 maggio 1977 di Giorgiana Masi, 19 anni. E come dimostra, ancora oggi, l’uccisione a Genova il 20 luglio 2001 di Carlo Giuliani, 23 anni.