La verità all’inferno – La lingua della menzogna e della violenza

Premessa
La terza notte di Valpurga è uno dei più importanti scritti di Karl Kraus, anche se non è tra i più noti. Si tratta di un atto d’accusa, drammatico e feroce al tempo stesso, nei confronti del nazismo, dei suoi esponenti e dei suoi apologeti. Lo scrittore austriaco lavorò ad esso tra il maggio e il settembre del 1933, pochi mesi dopo la presa del potere da parte di Hitler. È un’opera sconvolgente: perché dimostra senza possibilità di smentita come già allora fosse possibile – per chi non volesse tapparsi gli occhi – scorgere praticamente tutte le caratteristiche di inganno, sopraffazione e violenza che avrebbero improntato di sé il regime nazista sino alle sue più estreme manifestazioni: i campi di sterminio e l’annientamento scientificamente pianificato di milioni di esseri umani.
Nella sua opera Kraus affronta molti temi, ma tiene fermo ad un unico filo conduttore, ad un obiettivo perseguito con ostinazione: lo smascheramento dell’opera sistematica di eliminazione della verità ed esaltazione della menzogna compiuta dai nazisti. Come vedremo, Kraus riuscì a cogliere in pieno il proprio obiettivo. Il suo scritto, però, non ebbe all’epoca alcuna efficacia pratica. Per un motivo molto semplice: salvo poche sue pagine, La terza notte di Valpurga fu pubblicata postuma nel 1953, in quanto Kraus non ritenne prudente dare alle stampe questo scritto per non creare problemi agli amici che ancora aveva in Germania.
Siamo noi, quindi, gli interlocutori di questo scritto. Che ci parla, certamente, di un passato che rappresenta la pagina più nera del libro nero del capitalismo: quel “miscuglio di sangue e menzogne” che fu il nazismo, la cui orrenda realtà oggi sempre più spesso si ama stemperare ed annacquare in una generica denuncia dei “totalitarismi”. Ma il discorso di Kraus contiene al tempo stesso spunti importanti anche per la comprensione e la critica del nostro presente.
È senz’altro vero che oggi, come allora, “la parola… si va formando fra la necessità e l’inutilità”. Per un verso, infatti, è difficile sottrarsi alla sensazione che la parola, il discorso argomentato e razionale siano – anche oggi – drammaticamente insufficienti rispetto agli sviluppi di una situazione in cui la guerra è tornata ad essere impugnata contro la crisi, ed il capitalismo sembra tornare – come aveva scritto altrove lo stesso Kraus – a “far quadrare i propri bilanci con le bombe”. Al tempo stesso, però, proprio la costruzione di questo discorso razionale – contro tutte le mistificazioni e contro tutte le menzogne – rappresenta uno dei compiti più necessari del momento attuale.

1. Una lingua sfigurata al servizio del potere
Nella prima pagina della Terza notte di Valpurga Kraus definisce il nazismo come “una dittatura che oggi possiede tutto tranne la lingua”. Più oltre parlerà delle “forme di annientamento” della lingua poste in opera dai nazisti, e ancora della “decadenza della lingua” e della “svendita della parola” ad opera degli intellettuali divenuti apologeti del nazismo. Questo però è soltanto un aspetto del problema: per Kraus il nazismo non possiede la “lingua” – ma solo nel senso che per sottometterla ai propri fini l’ha dovuta corrompere e adulterare.
Il risultato di tutto ciò non è un’assenza della lingua: è invece la creazione ed il controllo di una lingua posticcia e artificiale (di una “neolingua” nel senso di Orwell), che diventa un formidabile strumento di dominio. Quando nel 1947 il filologo Victor Klemperer raccoglierà in un libro straordinario i suoi appunti sul linguaggio del nazismo, presi durante 12 anni di sofferenze patite in quanto ebreo sotto il Terzo Reich, esprimerà con grande precisione l’importanza strategica del linguaggio per il regime nazista: “il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente”.
A questo fine, aveva notato già Kraus, il nazismo realizza e adopera massicciamente “nuove formazioni linguistiche che apparivano impossibili da ottenere, o solo da pensare, prima dell’avvento” del nazismo stesso. Queste nuove formazioni linguistiche hanno lo scopo di “piegare la lingua alle esigenze di una profonda falsità e di soddisfare la tendenza all’ipocrisia e alla dissimulazione di ogni tipo di infamia”.
La prima funzione di questo linguaggio deformato è quindi la funzione propriamente eufemistica. Così l’irruzione in una casa diventa una innocente “revisione”, l’eliminazione dei partiti politici avversari e della stampa ostile “uniformazione”. Come osserverà Klemperer, i nazisti non rubano, “mettono al sicuro”; un oppositore arrestato e rinchiuso in un campo di concentramento è “in viaggio”; il termine “prelevare” può indicare tanto l’arruolamento forzato quanto la deportazione, e la posta indirizzata ad un ebreo che nel frattempo è stato deportato torna al mittente con la dicitura “destinatario emigrato”. Opere più recenti, come il Vokabular des Nationalsozialismus di Cornelia Schmitz-Berning, hanno posto in luce la straordinaria (e agghiacciante) latitudine di significati assunta da molti termini; un esempio per tutti: il verbo “betreuen”, che propriamente significa “accudire”, “prendersi cura di qualcuno”, “avere sotto tutela”, e che nella lingua dei nazisti viene adoperato per indicare azioni quali “controllare”, “influenzare”, “dominare”, ed anche “deportare” e “uccidere”. E purtroppo Kraus morì troppo presto per poter venire a conoscenza dell’ultima importante categoria di eufemismi nazisti, ossia quelli adoperati nella fase finale della guerra per tentare di coprire – sempre più pateticamente – le sconfitte militari subìte (particolare successo ebbe a questo proposito un’espressione quale “guerra di movimento difensiva”).
Oltre all’uso eufemistico del linguaggio, vi è poi l’uso semplicemente minimizzante. Cosicché le violenze quotidiane di cui i nazisti si rendono colpevoli diventano “intemperanze di singoli”, “spiacevoli incidenti” che sono comunque “fenomeni marginali” – laddove invece la violenza è l’essenza stessa del regime nazista. C’è infine la lingua del disprezzo. Esemplari saranno a questo riguardo l’uso di “pezzi” per designare i prigionieri dei campi di concentramento, o quello del termine “liquidati” applicato ai partigiani uccisi.
Ma in fondo, in molti di questi casi, possiamo osservare il convergere di utilizzo eufemistico, minimizzante e a fine dispregiativo del linguaggio: è proprio l’uso di termini dispregiativi che trasformano le persone in cose, infatti, a minimizzare e rendere meno grave – e quindi più facilmente accettabile – quanto accaduto.
In tutti i casi citati, è proprio la sistematica violenza fatta alla lingua, al significato dei termini, il segnale più chiaro della violenza esercitata nella società. Kraus lo intende appieno: “sensibile come sono ai sintomi, comprendo guerra e fame dall’uso che la stampa fa della lingua, dal capovolgimento di senso e di valore, dallo svuotamento e dallo svilimento di ogni concetto e di ogni contenuto”.

2. La negazione della verità
Tutti gli usi citati del linguaggio hanno un tratto in comune: sono funzionali alla negazione della verità.
I nazisti negano con pari disinvoltura ciò che hanno compiuto e ciò che hanno affermato. La negazione di ciò che hanno compiuto è attuata nella maniera più sfacciata. Kraus la commenta così: “‘Questo credi di me?’ domanda il colpevole e perséguita i testimoni per propaganda”. Il termine tecnico, coniato dai nazisti, è “Greuelpropaganda”, letteralmente “propaganda degli orrori” (o anche “propaganda a base di atrocità”). La “propaganda degli orrori” è considerata un crimine: cosicché “la violenza di Stato castiga con la prigione le notizie delle atrocità”. Si produce in questo modo un caratteristico rovesciamento ed inversione di ruoli: le uccisioni, le torture, le violenze quotidiane sono sempre “presunte” nel linguaggio dei nazisti; mentre la vittima – se ha il coraggio di dare testimonianza dell’aggressione subìta – compie un vero crimine, in quanto si rende colpevole… di “propaganda degli orrori”.
Quando poi i fatti sono troppo evidenti per poter essere negati, allora altre strategie vengono messe in campo. Il carnefice in questo caso è vittima in quanto “incompreso”: “creda a noi, dispiace a tutti noi l’incomprensione contro cui urtano a volte le misure da noi prese”. Oppure entra in gioco la minimizzazione: “se il mondo si appella alla contraddizione evidente tra parola e azione – osserva Kraus –, allora si tratta di fenomeni marginali”. Infine, nei casi più estremi gli stessi nazisti si vedono costretti a “condannare” ciò che fanno: cosicché – nota sarcasticamente Kraus – si può assistere al singolare spettacolo di “una classe dirigente che esprime continuamente la sua disapprovazione per gli abusi che approva”.
Ma il movimento e il regime nazista non sono caratterizzati soltanto dalla “contraddizione… tra le parole e i fatti”, ma anche dalla contraddizione “fra le parole stesse”. I nazisti non negano soltanto ciò che hanno compiuto: negano anche ciò che hanno detto. Gli stessi discorsi di Hitler contengono un impressionante campionario di dichiarazioni contraddittorie: affermazioni tra loro contrarie, dichiarazioni solenni rovesciate pochi giorni dopo averle pronunciate, ed infine dichiarazioni ritrattate, ma in modo da confermarne il significato. Così Hitler prima afferma in un discorso ad Essen che “ogni sparo di uno delle SA o delle SS è uno sparo che proviene da me”. Poi commenta così quanto egli stesso ha detto: “se ora molti dicono che nel mio discorso di Essen io avrei dato il via libera a ogni tipo di mancanza di disciplina, perfino al saccheggio o a cose del genere, mi oppongo vivamente. Ma non sono stato nemmeno così vile da prendere le distanze da quello che hanno fatto, ed anzi lo ho approvato. E se nell’euforia degli avvenimenti qualcuno ha mancato, allora la colpa è nostra, dei capi. Perché abbiamo predicato così. E continueremo a risanare, senza pietà!”.

3. La delegittimazione della verità
Ma la verità non viene soltanto negata dai nazisti: essa viene anche e direttamente delegittimata. La cosa – lo abbiamo visto – avviene principalmente nella forma di una delegittimazione di quanto viene detto dagli avversari, dalle vittime e dai testimoni delle violenze. “Ne abbiamo abbastanza di orrori!” è la “formula di scongiuro” che nel Terzo Reich viene ripetuta sino alla nausea. Kraus osserva che essa “non si rivolge mai contro gli autori dei misfatti, ma contro le vittime; e sempre contro quelli che annunciano i misfatti”. Qui “cento maglie si intrecciano nella menzogna e nell’inganno. Non si sa niente di niente e non si parla d’altro; non si è fatto nulla, ma ne è colpevole l’altro; non è successo nulla, e l’altro l’ha fatto; si incolpa chi dice la verità della menzogna scoperta”.
A questo proposito è però importante notare che questa strategia è resa possibile non soltanto dal possesso e dall’“uniformazione” di tutti gli organi di informazione e dalla complicità di non pochi intellettuali (lo vedremo più avanti), ma anche da una circostanza oggettiva: il fatto, cioè, che è l’enormità e la mostruosità stessa di ciò che succede a renderlo incredibile. È facile, osserva Kraus, “considerare ciò che è inimmaginabile anche irreale”, e in tal modo, la stessa “impensabilità” della verità “diventa errore di chi la raffigura”. È evidentemente tanto più semplice “smentire l’evidenza” quanto più essa è “inverosimile”: “se si legge ad esempio che dei prigionieri hanno dovuto strappare l’erba con i denti; che lo spauracchio di Breslavia, l’assassino e capo della polizia Heines fa frustare uomini anziani e fa sputare in faccia all’ex presidente dai suoi stessi funzionari… allora è legittimo non credere a queste cose”. Qui è la stessa mostruosità di quanto si compie a proteggersi da ogni accusa.
Anche questo aspetto accompagnerà l’intera storia di sangue del Terzo Reich. Si pensi a quanto dicevano le SS dei campi di concentramento ai prigionieri, nel ricordo di Primo Levi: “nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà… La gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi”. In ogni caso, la ferocia nazista sin da subito protegge se stessa attraverso i suoi stessi eccessi. Che, complice l’atteggiamento di quella “umanità che non ammazza, ma che è capace di non credere a quello che non vive direttamente”, impediscono che la verità sia creduta, e quindi risulti efficace.

4. La costruzione della menzogna: i miti reazionari
La menzogna viene costruita anche in positivo, e non soltanto nella forma della negazione della verità. A questo riguardo un ruolo fondamentale è giocato da slogan e frasi fatte (i cliché), che diventano ben presto onnipervasivi. Karl Kraus parla esplicitamente di “un’ipertrofia dei cliché parlati e stampati che hanno portato l’etere e le fabbriche della carta fino al limite massimo delle loro possibilità. Questa ipertrofia – aggiunge Kraus – va avanzando come una commozione cerebrale epidemica”, apparentemente irresistibile. Non diversamente, Victor Klemperer osserverà che “le frasi fatte si impadroniscono di noi”, e che rappresentano come “minime dosi di arsenico che, ingerite senza saperlo, manifestano poi i loro effetti tossici”.
È così che vengono costruiti e propinati alle masse i miti reazionari. Questi miti vanno dal culto della “Germanicità” all’idealizzazione di figure e momenti del Partito Nazista (come i “martiri” delle SA, puri e semplici assassini a loro volta assassinati su ordine dello stesso Hitler), dal totale rovesciamento della verità storica sulla prima guerra mondiale (per cui la Germania da paese aggressore diventa paese aggredito) alla costruzione del Nemico, nelle due figure, connesse tra loro, del “Comunista” e dell’“Ebreo”. Come è noto, fu questa costruzione del Nemico (interno non meno che esterno) il vero capolavoro ideologico del nazismo, dando a quanto avveniva un’interpretazione che consentiva ad un tempo di far distogliere lo sguardo dai rapporti sociali reali, dalla realtà e crudeltà della lotta di classe che infuriava, e di creare un comodo capro espiatorio per tutto quanto era avvenuto in Germania negli ultimi anni (guerra e sconfitta militare, disoccupazione e fame, ecc.). Kraus vede con lucidità come questa costruzione del Nemico, ed in particolare del “nemico interno”, abbia “sedotto anche la parte sana del popolo” tedesco, rendendola malata.
5. I manovali e i cantori della menzogna
La stampa e la radio giocano un grandissimo ruolo nella costruzione dei miti reazionari del regime, e più in generale nella sistematica falsificazione della realtà. Falsificazione in senso diretto e con esiti che non di rado si situano tra il macabro e il grottesco: come quando un quotidiano afferma che il campo di concentramento di Dachau, “con le istituzioni del servizio religioso e delle lezioni statali, si può paragonare ad un internato”, ove perdipiù si pratica “un lavoro educativo”. In altri casi la falsificazione è più sottile e prende un’altra strada, quella della banalizzazione della verità: come quando, in un altro giornale, il resoconto delle torture inflitte a un vecchio rabbino è presentato a fianco della descrizione delle avventure galanti di un giovane direttore generale. È in casi come questo, dice Kraus, che emerge con forza “il concetto giornalistico di un’umanità che prostituisce la disgrazia facendola diventare ciarlataneria, e che continua a mentire anche quando dice la verità”. In questo asservimento al nazismo della stampa Kraus, che ne Gli ultimi giorni dell’umanità aveva già illuminato la stupidità e malafede della stampa del tempo di guerra, vede in fondo l’inveramento del carattere di “prostituzione” di ogni giornalismo.
La menzogna, però, non ha soltanto i suoi manovali: ha anche i suoi cantori: quegli intellettuali, più o meno di spicco, che hanno scelto di appoggiare il Terzo Reich, “giustificandolo” teoricamente. Nelle pagine che dedica a questo argomento, Kraus, giudicando direttamente i suoi contemporanei dalle cose che dicono e che scrivono, afferma delle verità che tuttora molti critici della filosofia e della letteratura – contro ogni evidenza – si rifiutano di accettare.
Ad esempio, commentando Heidegger ed il suo famigerato discorso Sull’autoaffermazione dell’Università tedesca, pronunciato pochi mesi prima, Kraus vede come in esso la filosofia tedesca sia ridotta a “preparazione del pensiero di Hitler”, e come lo stesso Heidegger, questo “galoppino del trascendente”, abbracciando in pieno la parola d’ordine nazista del vincolo di “terra e sangue”, si faccia “sostenitore della violenza” nazista.
Ancora più diretta l’esaltazione della violenza della “rivoluzione nazionale” nazista offerta da Oswald Spengler, l’autore del Tramonto dell’Occidente, per il quale “essere una bestia feroce conferisce all’uomo un alto rango”, e gli assassinii politici meritano un plauso.
Per quanto riguarda Gottfried Benn, infine, oggetto della serrata critica di Kraus è la lettera aperta agli esuli tedeschi, letta alla radio il 24 maggio 1933 e successivamente pubblicata nella Deutsche Allgemeine Zeitung. Qui all’esaltazione dell’“irrazionalismo” ed alla rivendicazione della “lotta per l’irrazionale” si unisce la copertura ideologica offerta al terrore nazista spostando su un piano mitologico ed escatologico il significato degli eventi contemporanei. Così, per Benn, con il nazismo “non abbiamo a che fare con forme di governo ma con una nuova visione della nascita dell’uomo”: e “forse si tratta dell’ultima grandiosa concezione della razza bianca, probabilmente di una delle più grandiose realizzazioni dello spirito del mondo”. Dietro questa vuota retorica metafisico-panteistica, si affaccia poi – non diversamente che in Heidegger e Spengler – la nuda esaltazione della violenza imperialistica nazista: “questa Europa! Ha certo dei valori – dove non si può conquistare e sparare, è un pianto!”.
Per contro, l’esaltazione dell’“irrazionalismo” offerta da Benn, per cui “irrazionale vuol dire prossimo alla creazione e capace di creazione”, non è un semplice orpello ideologico: al contrario, essa esprime realmente uno dei contenuti profondi e caratterizzanti dell’ideologia nazista. Kraus annota con scrupolo i sintomi della lotta contro la ragione, nei discorsi dei nazisti come negli scritti dei giornalisti e degli intellettuali affiliati. Da questo punto di vista, l’esaltazione della forza creativa dell’irrazionalità da parte di Benn si trova in assoluta sintonia con il Völkischer Beobachter, che incita i suoi lettori a “rinunciare a tutte le differenziazioni dell’intelletto” per amare il Führer, ed “amarlo in senso assoluto”. Questo “irrazionale” o, come anche lo definisce Kraus, “Irrnationales” (che vuol dire più o meno “follia nazionalistica”: per lo scrittore austriaco, infatti, “la Nazione è un fiotto in cui ogni pensiero annega”…), è una vera e propria “peste dei cervelli”: una peste che “distrugge i concetti fondamentali” del pensiero “come se già fossero in azione le bombe batteriologiche della moderna guerra aerea” e che spalanca le porte alla barbarie. “A che servono le norme dell’umanità? È l’irr-nazionale!”.

6. Irrazionalismo e razionalità tecnica
Il punto, però, è che si tratta di una barbarie moderna, in cui l’esaltazione della violenza irrazionale convive con la razionalità tecnica, e grazie ad essa si rafforza. I nazisti sono “dei barbari dotati di energia elettrica”. Ed è proprio in questa “contemporaneità di elettrotecnica e mito, di disintegrazione dell’atomo [sic!] e rogo” che consiste l’aspetto più spaventoso e pericoloso del nazismo (e, possiamo tranquillamente aggiungere dopo Hiroshima, non solo di esso…).
È interessante osservare come molte osservazioni di Klemperer confermino la diagnosi di Kraus.
Così, da una parte il nazismo rivaluta e addirittura dà un valore positivo al “fanatismo” e alla “cecità” (l’avverbio “ciecamente” è adoperato in accezione sempre positiva dai nazisti). Sostituisce la parola “filosofia” (in quanto legata a contenuti e modalità di esposizione razionali) con la “intuizione [o “visione”] del mondo” (Weltanschauung). E Arthur Rosemberg, uno dei principali ideologi del nazismo, contrappone esplicitamente la “verità organica”, “che scaturisce dal sangue di una razza e vale solo per questa razza”, al duplice errore dei filosofi: che innanzitutto si mettono “alla caccia della cosiddetta verità unica ed eterna”, e in secondo luogo conducono la ricerca “per via puramente logica, continuando a trarre deduzioni dagli assiomi della ragione”. Abbiamo così “intuizione del mondo” contro filosofia, “verità organica” contro verità razionale.
D’altro lato, però, tutta intera la razionalità tecnica e le sue conquiste più avanzate sono poste al servizio dell’“intuizione del mondo” nazista e dell’affermazione della sua sanguinaria “verità organica”. Anche in questo caso l’analisi linguistica è rivelatrice. Perché la “Weltanschauung” è per un verso “il vedere, la visione (Schau) del mistico, quindi la visione dell’occhio interiore, l’intuizione e rivelazione dell’estasi religiosa”. Ma essa viene inculcata attraverso “parate” militari, “spettacoli” e coreografie organizzate nei minimi dettagli con meticolosa razionalità ed adoperando le più moderne tecnologie e tecniche di persuasione.
Klemperer cita direttamente Goebbels, che il 27 febbraio del 1933 annotava: “La grande azione di propaganda per la giornata del risveglio della nazione è già fissata in tutti i particolari. Si svolgerà in tutta la giornata come una splendida parata (Schau)”. Il commento di Klemperer è illuminante: “Qui la parola Schau [che in tedesco vuol dire “visione”, ma anche “parata”, “spettacolo”. N.d.R.] non ha minimamente a vedere con l’interiorità e la mistica, è piuttosto equiparata allo show inglese, che significa esposizione, sfoggio, è sotto il segno dello spettacolo da circo, dello spettacolo Barnum degli americani”. Klemperer conclude: “romanticismo e pubblicità commerciale, Novalis e Barnum, Germania e America”: nelle parole “Schau e Weltanschauung” usate dai nazisti “sono presenti ambedue gli elementi, fusi tra loro altrettanto inestricabilmente quanto l’aspetto mistico e lo sfarzo esteriore in una funzione cattolica”. Anche queste, ci sembra, sono parole che parlano direttamente al nostro presente.

7. Strategie di resistenza
Nel testo di Kraus è presente una forte denuncia dell’ignavia delle democrazie liberali dell’epoca (tanto in Europa quanto negli Stati Uniti) nei confronti della barbarie nazista. E del resto lo scritto di Kraus nasce con un obiettivo politico immediato esplicitamente dichiarato: favorire un atteggiamento quanto più possibile intransigente del governo austriaco nei confronti della Germania nazista. Oggi però non sono questi gli aspetti di maggiore interesse delle pagine di Kraus. Più importante è la strategia di smascheramento concretamente sviluppata in questo testo nei confronti dell’attacco nazista alla verità. Proverò a passare in rassegna i principali momenti di questa strategia.
Il carattere sintomatico e rivelatore della menzogna. La lingua batte dove il dente duole: la menzogna dice – a chi voglia ascoltarla – cose molto importanti su chi mente. Di qui la domanda retorica di Kraus a proposito dei nazisti: “Per accertare il loro agire non basta forse quello che dicono e il modo in cui mentono?”. Esattamente nello stesso senso Klemperer dirà: “Ciò che qualcuno vuole occultare, o agli altri, o a se stesso, perfino ciò che racchiude entro di sé incosciamente, la lingua lo porta alla luce… Le asserzioni di una persona possono essere menzognere, ma nello stile del suo linguaggio la sua vera natura si rivela apertamente”. La lingua della menzogna, insomma, ci dice la verità sul mentitore.
Il ritorno a verità di base. “Come non riconoscersi – scrive Kraus – in quell’un per uno uguale uno, che rappresenta una scoperta quando l’alta matematica è andata in rovina?”. Quanto più la menzogna e la mistificazione avanzano, tanto più bisogna tornare a riaffermare il valore di ciò che è banale e tener fermo ad esso. A questo si connette la forte riaffermazione del valore dell’evidenza.
Il valore dell’evidenza. La riaffermazione del valore dell’evidenza, la sua difesa e il suo utilizzo contro ogni stravolgimento della verità rappresentano elementi cruciali della terza notte di Valpurga (ma Kraus rivendica più in generale questa difesa come un aspetto caratterizzante dell’intera sua opera, quando si definisce come “un pubblicista che per tutta la sua vita non ha fatto altro che non nascondere le cose evidenti; e che soprattutto ha agito contro quelli che l’hanno fatto e che come mestiere lo fanno”). Per questo le pagine della terza notte di Valpurga sono ricche di resoconti, spesso agghiaccianti, delle violenze commesse dai nazisti nei mesi successivi alla presa del potere. Kraus li usa come contrappunto – un contrappunto che è immediatamente confutazione – delle astruserie pseudo-filosofiche con cui Gottfried Benn difendeva il regime nazista contro le accuse degli intellettuali emigrati. Ma l’evidenza può essere anche e semplicemente l’evidenza visiva: e Kraus a questo riguardo utilizza le stesse foto-ricordo utilizzate come cartoline illustrate dai nazisti. Come quella che ritrae “la scena di un sindacalista invalido, con la mitezza, la vergogna, la paura e la sottomissione dipinte sul volto, trasportato in un carro per cani e scortato da un branco di civili e di armati”. (L’uso di scattare foto-ricordo delle torture inflitte a prigionieri, come si sa, non è passato di moda da allora. E, così come le foto-ricordo naziste furono poi proibite, allo stesso modo oggi Rumsfeld, dopo lo scandalo di Abu Ghraib, ha pensato bene di proibire ai suoi soldati… l’uso dei videotelefoni cellulari).
I sintomi linguistici del terrore. Spesso ciò che non viene detto – o addirittura ciò che viene negato – è in grado di rivelare la verità di una situazione più di mille denunce esplicite. Kraus nel suo testo utilizza molte dichiarazioni omissive o negazioni di questo genere. Le più agghiaccianti sono contenute in due necrologi pubblicati su giornali tedeschi dell’epoca: “Il 16 di questo mese morì in pace il mio diletto marito. La sepoltura è stata fatta in totale segreto”; “Per un equivoco mi è stato strappato mio marito. Si prega discrezione nelle condoglianze…”. In effetti, è difficile pensare a prove più lampanti e inconfutabili del terrore sotto il Terzo Reich.
La difesa del linguaggio. Abbiamo visto più sopra come Kraus attacchi, attraverso le formazioni linguistiche create o stravolte nel loro significato dal nazismo, la barbarie che esse coprono e che contribuiscono a rafforzare e perpetuare. Il regime nazista, in effetti, creò un intero vocabolario a propria immagine e somiglianza, escogitando nuove parole o utilizzando secondo i propri scopi vecchi termini. La difesa del linguaggio da parte di Kraus è quindi difesa dalla barbarie. Lo smascheramento, la ridicolizzazione, la puntuale evidenziazione delle incongruenze e delle contraddizioni che attraversano l’uso nazista delle parole sono altrettante tappe di questa difesa.

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E’ quasi banale osservare che la potenza delle armi ideologiche e linguistiche di manipolazione non è diminuita dai tempi del Terzo Reich ad oggi. Essa è al contrario cresciuta enormemente: grazie a mezzi di comunicazione di massa sempre più forti, pervasivi e concentrati, e grazie alla spaventosa potenza di fuoco dell’industria culturale. Un’industria che sembra ormai in grado di plasmare il vissuto in dipendenza da ciò che viene percepito mediaticamente, anziché il contrario.
Quanto alla politica della menzogna, essa viene oggi riproposta in forme che hanno ben poco da invidiare a quelle dell’epoca nazista.
In questo contesto, la lezione di Kraus è più che mai preziosa e attuale. Come pure il suo monito:
“Peggiore del delitto è il delitto accompagnato dalla menzogna, e ancora peggiore è la menzogna di chi sa: pretesto di un’incredulità che non vuol credere ai fatti ma alle bugie; compiacenza nel farsi tonto così come lo vuole il potere; idiozia crudele”.