La vergogna nell’armadio

Con la presentazione della relazione firmata dalla maggioranza si è conclusa nelle scorse settimane l’attività della commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti. La commissione era stata istituita (con legge 15 maggio 2003, n. 107) allo scopo di indagare le motivazioni e le circostanze che portarono all’occultamento, nel cosiddetto «armadio della vergogna», di parecchie centinaia di fascicoli relativi a istruttorie avviate, ma mai portate a termine, dalla magistratura militare in merito a fatti criminosi di cui si resero responsabili fascisti e nazisti durante la seconda guerra mondiale. Ma la relazione di maggioranza della commissione presentata dal parlamentare di An Raisi, a quel che sappiamo, è riuscita a non contentare nessuno se è vero che su di essa si è astenuto perfino il presidente della Commissione, l’esponente dell’Udc Tanzilli, sorpreso egli stesso dalla conclusione pilatesca con la quale il relatore escludeva che l’occultamento fosse mai avvenuto. Per questo, in mancanza di qualsiasi spiegazione su come fosse potuto accadere che ben 695 fascicoli relativi a fatti di estrema gravità fossero spariti dalla circolazione, se ne potrebbe concludere che a nulla è servita l’inchiesta parlamentare, salvo a ribadire per la seconda volta l’impossibilità di venire a capo in maniera attendibile di quello che rimane uno degli ennesimi misteri d’Italia. In realtà, le cose non stanno esattamente in questi termini: per fortuna infatti esiste una relazione di minoranza – seria, documentata, sostenuta dall’audizione di una pattuglia di agguerriti esperti – che cerca di dare una risposta argomentata e politica ai molti quesiti e ai molti filoni d’indagine che sono stati affrontati dalla Commissione. Si tratta di un lavoro che, se potesse essere pubblicato, di per sé rappresenterebbe una sorta di «libro nero» della giustizia italiana in materia di crimini di guerra: un testo che metterebbe a nudo non solo connivenze e tutele corporative di settori delle forze armate italiane nelle pieghe della continuità dello stato a cavallo dell’armistizio dell’8 settembre del 1943, ma anche complicità e responsabilità dei ministri della difesa e degli esteri della repubblica italiana per le impunità accordate prima a membri delle forze armate e dell’apparato fascista per crimini commessi prima del settembre del ’43 in territori d’occupazione dell’Italia e in seguito, dopo l’8 settembre, ad appartenenti all’apparato repressivo nazista e ai suoi complici della Repubblica di Salò per azioni in violazione dei diritti umani contro la popolazione italiana sotto l’occupazione tedesca. Si tratta di un complesso di procedure e di problemi, di un intreccio di circostanze e di interferenze apparentemente inspiegabili, spesso con una forte componente di carattere tecnico, che fanno sì che molte questioni non siano facilmente accessibili ad un pubblico non particolarmente esperto. Questo ha consentito ogni possibilità di sottrarle all’attenzione del grosso pubblico, nonostante il rilievo politico che molte di esse indubbiamente avevano e retrospettivamente tuttora hanno. Facciamo un solo esempio, ma capitale, per capire le molte filiazioni di problemi al tempo stesso giuridici, storici e politici (di politica interna e di politica internazionale) che sono derivate dalla domanda preliminare sottesa all’impostazione generale dell’inchiesta, ossia il quesito sulla perseguibilità dei criminali di guerra. Ebbene, una volta posto il quesito, l’indagine ha aperto una serie di passaggi necessari per arrivare a circoscrivere l’oggetto specifico della ricerca. Tra di essi, i casi più importanti hanno richiesto la ricognizione di almeno questi punti: 1) la questione dei crimini di guerra commessi dall’Italia in particolare in Jugoslavia e in Grecia, come e perché non vennero mai puniti; 2) la questione – al di là delle iniziali intenzioni – della mancata punizione dei responsabili di crimini commessi dai tedeschi in Italia, motivata spesso dall’utilizzazione di costoro da parte dei servizi segreti statunitensi, compreso il caso clamoroso di Theodor Saevecke, il responsabile delle uccisioni di piazzale Loreto dell’agosto del 1944, che ha potuto essere processato a Torino soltanto nel 1998 alla vigilia della morte, dopo avere percorso una onorata carriera nella politica della Bundesrepublik; 3) la sorte dei collaborazionisti italiani reclutati per i servizi segreti statunitensi, quali gli esponenti della X Mas, con in testa Valerio Borghese, la cui storia porta anche alle origini dell’organizzazione Gladio. Bastano queste citazioni per concludere che non vi è chi non veda la rilevanza tutta politica delle circostanze citate. Una volta scoperchiata la pentola, è incalcolabile la dose dei veleni che ne fuoriescono, veleni che hanno corroso il fragile scheletro della democrazia italiana. Fermiamoci a uno solo dei filoni che abbiamo citato, perché è quello con il quale dovremmo confrontarci più da vicino, dato che ormai non passa giorno che la politica italiana non torni a protestare la sua innocenza e a presentare l’Italia come vittima di altrui nefandezze. Parliamo dei crimini commessi dall’Italia durante la sua occupazione in Jugoslavia e in Grecia (sulle questioni coloniali altri è già intervenuto con maggiore autorità e competenza). Ebbene, avevamo sperato, come del resto è stato auspicato anche da altri, che in occasione dell’ultima giornata del ricordo il presidente della repubblica potesse levare una autorevole parola per impedire che ancora una volta si celebrasse quella che è stata ripetutamente definita come una memoria dimezzata. Ma questa speranza è stata una volta di più delusa, soffocata solo da retorica patriottica. Parlare delle ferite che l’Italia ha inferto ad altri popoli, oltre che in primo luogo alla propria dignità, in questo paese significa pur sempre compiere delitto di lesa patria. E così, barcamenandoci tra mezze verità e mezze menzogne, perpetuiamo le ambiguità di chi non ha mai il coraggio civile di fare i conti con la propria storia, rifiutando quella radicalità etica che altri popoli, per esempio i tedeschi, hanno saputo assumere, dando prova del loro senso di responsabilità e della loro attendibilità. Eppure i lavori della commissione sembravano avere fatto propri gli esiti delle ricerche di studiosi seri e affidabili – lo storico tedesco Klinkhammer e almeno gli storici italiani Pezzino e Focardi – che in più circostanze hanno chiarito come e perché i crimini italiani siano rimasti impuniti, e come e perché non sia stata perseguita neppure la pista dei crimini tedeschi, nel timore che una riapertura di questo discorso costringesse a portare alla sbarra anche militari e funzionari italiani imputati di crimini. Gli studi avevano evidenziato la politica della diplomazia e dei governi italiani da Badoglio in poi per dilazionare ogni risposta alle richieste di Grecia e soprattutto Jugoslavia (senza contare Albania ed Etiopia), incoraggiati in questa loro tattica dal graduale venir meno negli stessi anglo- americani – che pure avevano caldeggiato la punizione dei crimini – di ogni interesse nel riaprire il contenzioso con l’Italia, da parte inglese presumibilmente per non indebolire il ruolo della monarchia nella fase della cobelligeranza. Ma neppure dopo il trattato di pace del febbraio del 1947, che pure attribuiva ai vincitori il diritto di rivendicare la consegna degli incriminati, gli alleati intesero servirsi della loro possibilità di un intervento che avrebbe incoraggiato anche le residue pretese di Grecia e Jugoslavia di arrivare a una resa dei conti. La documentazione di prima mano di questi comportamenti, che videro in primo piano l’attività del ministero degli esteri e di quello della difesa, sembrava fosse stata acquisita dalla commissione d’inchiesta ma per quel che ne sappiamo non è stata alla fine recepita nella relazione conclusiva. Evidentemente, nell’ottica di una tutela a oltranza dell’onore nazional- patriottico, dei responsabili italiani dei crimini non deve rimanere la benché minima traccia, così come traccia non deve rimanere dei collaborazionisti fascisti di Salò che si resero corresponsabili delle stragi naziste dell’estate del 1944 e dei mesi precedenti la sconfitta della Wehrmacht sul fronte italiano. Diciamo francamente che si tratta di una assai poco onorevole pagina della nostra fuoriuscita dalla guerra. Per sottrarsi a un giudizio internazionale il governo italiano si impegnò a sottoporre alla giustizia italiana i responsabili di crimini, ma si preoccupò poi essenzialmente di dilazionarne il giudizio fino ad assicurarne l’impunità, speculando fra l’altro sulla guerra fredda, una volta ottenuto il tacito assenso degli angloamericani al colpo di spugna. Nessuna preoccupazione dunque di fare chiarezza sui comportamenti dell’Italia, solo l’enfatizzazione dell’orgoglio nazionale, la soddisfazione per avere umiliato greci e jugoslavi, ostaggi oramai di conflitti tra grandi potenze che passavano tranquillamente sulle loro teste, l’ottimo risultato di avere dato coperture corporative ferree ai rappresentanti dell’imperialismo fascista e ai collaborazionisti con i tedeschi. L’ultima delle preoccupazioni era evidentemente quella di dare una risposta positiva al senso di giustizia delle popolazioni che erano state offese dalla ferocia degli occupanti. Se è vero che dai lavori della Commissione che ha indagato sull’armadio della vergogna è stata esclusa molta della documentazione che abbiamo citato, bisognerà pure che qualcuno ci spieghi a quale risultato è approdato il lavoro della commissione e se alla vergogna dell’armadio non si è aggiunta anche quella vera di avere sprecato una occasione irripetibile per fare luce su un nodo non irrilevante del nostro passato. Probabilmente anche una occasione in più per riflettere come e perché nel nostro paese non sia possibile alcuna impostazione seria di un discorso che riguardi la politica della memoria, che è sempre una memoria non solo dimezzata ma anche strabica.