La «vera» lapide a Pinelli tornerà al suo posto

Gabriele Albertini, autore della provocazione, confessa: «Mi aspetto che venga danneggiata, divelta, distrutta e che ci sia qualcuno che dica che hanno fatto bene». Nella notte tra venerdì e sabato il sindaco in scadenza ha fatto sostituire la lapide che dal 1978 ricordava in piazza Fontana il ferroviere anarchico Pino Pinelli, diciottesima vittima della strage alla Banca dell’agricoltura. «Ucciso innocente nei locali della Questura», c’era scritto nella lapide firmata da «gli studenti e i democratici milanesi». «Innocente morto tragicamente nei locali della Questura», recita sotto il logo del Comune la nuova lapide, lasciando ai posteri il compito d’immaginare che cosa di tragico ci sia stato in quella morte, avvenuta il 15 dicembre 1969 quando precipitò dal quarto piano. Le aspettative del sindaco più meschino della storia di Milano, «una povera persona» per dirla con Dario Fo, sono andate deluse. Nessuno ha abboccato alla sua provocazione. La nuova lapide non è stata né divelta, né distrutta. Una mano ignota ha attaccato un pezzetto di nastro adesivo sulla parola «morto» e ripristinato la parola «ucciso». Domenica pomeriggio la «pecetta» non c’era più. Giovedì, in compenso, nell’aiuola le lapidi diventeranno due. Gli anarchici del Ponte della Ghisolfa, il circolo in cui militava Pinelli, ricollocheranno una lapide in versione originale. Ieri in consiglio comunale l’opposizione ha chiesto al «rubagalline» Albertini dove ha nascosto la refurtiva notturna. Tutto il centro sinistra ha criticato duramente l’abuso elettoralistico della memoria storica. I consiglieri di Rifondazione si sono presentati in aula con appesi al collo manifesti della vera lapide, c’è stata bagarre e la seduta è stata sospesa per mezz’ora.

La querelle sulla lapide è annosa. E’ tornata in auge dopo le benemerenze conferite alla memoria al commissario Luigi Calabresi sia da Ciampi che da Palazzo Marino. Sulla figura di Calabresi, «che sicuramente quel reato non ha commesso», dice Albertini, restava l’ultima «macchia», la lapide appunto. Il sindaco aveva promesso alla vedova Calabresi che l’avrebbe tolta e per pura «coincidenza» la sostituzione è avvenuta in campagna elettorale. Poche ore prima, guarda caso, del presidio dei centri sociali per l’anniversario dell’uccisione di Dax, tenuto sabato sotto San Vittore dove sono detenuti gli arrestati per gli scontri in corso Buenos Aires. Un po’ troppe coincidenze, notano i partiti del centro sinistra, che bollano la mossa segreta di Albertini (la giunta ha approvato la sostituzione della lapide a cose fatte) come una provocazione.

Per giustificare la rimozione della vecchia lapide il sindaco fa appello alla «verità processuale» sulla morte di Pinelli. Nel 1975 l’allora giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio prosciolse i poliziotti dall’accusa di omicidio, scartò come «non verosimile» il suicidio e avanzò l’ipotesi del «malore attivo». Una sentenza che molti citano senza aver letto, in cui si ricostruiscono le pressioni e le illegalità a cui il ferroviere anarchico fu sottoposto. D’Ambrosio ieri ha dichiarato che la parola ucciso, «se intesa in senso lato», sulla lapide in piazza Fontana non lo scandalizzava: «Se Pinelli non fosse stato torchiato per tre giorni e tre notti, senza avvocato e senza mandato di cattura, quasi senza mangiare, in una stanza di questura trasformata in una camera a gas dalle sigarette, sottoposto a una pressione tremenda basata sul nulla, non sarebbe mai morto».

Pinelli, aggiunge l’ex magistrato candidato per il Ds, «fu di sicuro la vittima innocente di una macchina repressiva messa in moto su indicazioni del governo per indicare negli anarchici i colpevoli». E’ a questa verità storica che i milanesi sono affezionati.