La vera bomba nucleare degli ayatollah è quella finanziaria

Il 26 aprile scorso l’agenzia di stampa iraniana Irna diramava un secco lancio, stranamente ignorato dai giornali italiani. Il ministro del Petrolio di Teheran, Kazem Vaziri Hamaneh, ha dichiarato ai giornalisti che l’istituzione della borsa petrolifera iraniana è entrata nella fase finale e che il suo lancio ufficiale è previsto per la prossima settimana. Prende così corpo una delle storie più gettonate dal popolo di internet, a metà strada fra la leggenda metropolitana e la più classica delle teorie del complotto. Sintetizzando all’estremo, secondo questa teoria sarebbe proprio il lancio dell’Iran Oil Stock Exchange ad avere provocato l’escalation della Casa Bianca contro Ahmadinejad e non la costruzione di una bomba che perfino la Cia ammette non essere dietro l’angolo.
La teoria della borsa iraniana circola in rete già da qualche mese. E’ stata prima lanciata dai “bloggers” pacifisti e piano piano ha cominciato a risalire la filiera mediatica transitando per i siti più prestigiosi della controinformazione – come Counter Punch, Common Dreams, Znet – per approdare a media ufficiali come il San Francisco Chronicle e Channel 4, dove è stata ripresa e analizzata nel dettaglio da esperti di energia e analisti economici i quali, pur con le dovute cautele, hanno aggiunto dettagli interessanti. Quando poi sono cominciate a filtrare le notizie sui piani strategici d’attacco confezionati su mandato dell’amministrazione – principalmente del vice-presidente Dick Cheney – in tempi non sospetti – cioè ben prima che il regime di Teheran facesse saltare i sigilli imposti dall’Aiea – il quadro d’insieme della teoria ha cominciato a diventare più verosimile. Ma perché gli americani dovrebbero essere così terrorizzati dalla borsa petrolifera iraniana?

Da quando, nel 1958, Washington stilò con l’allora giovane Arabia Saudita il patto di ferro petrolifero ancora in vigore, il dollaro divenne la moneta di scambio del greggio. Da quel giorno i paesi del mondo che volevano acquistare l’oro nero – cioè tutti – furono costretti ad accumulare nelle riserve delle banche centrali ingenti stock di biglietti verdi, consentendo agli Stati Uniti di finanziare il proprio deficit federale. Uno strapotere, quello della divisa americana, che raggiunse lo zenit con la decisione del presidente Nixon di sganciare il dollaro dall’oro rinunciando alla sua convertibilità. Da allora il potere della moneta statunitense, pur continuando a fondarsi su un’indiscussa potenza industriale, continuò a essere puntellato dall’esigenza dei singoli paesi di disporre di una consistente scorta di petrodollari, puntello che con il passare degli anni diventava sempre più importante proprio a causa del declino industriale americano. La supremazia della divisa statunitense ha regnato incontrastata fino all’arrivo dell’euro: moneta solida, impiegata da un gruppo di paesi che, da soli, acquistano circa il 60 per cento dei prodotti petroliferi provenienti dal Golfo e che sono ovviamente penalizzati se non possono usare la propria valuta.

Se l’entrata in scena dell’euro preoccupò non poco gli americani, alcuni economisti cominciarono subito a concentrarsi sulla possibilità che il petrodollaro fosse sostituito o quanto meno affiancato dal petroeuro con conseguenze decisamente destabilizzanti. Nel 2003 Giampaolo Caselli, esperto di economia politica, scriveva: «Tutti i contratti petroliferi sono oggi fatturati in dollari; qualora alcuni Stati produttori dovessero preferire l’euro, il tasso di cambio fra le due valute sarebbe sottoposto a un’ulteriore tensione, e si comincerebbe ad assistere alla sostituzione del dollaro con l’euro come moneta di riserva di molti paesi produttori ed eventualmente da parte della Cina, che ha già annunciato un tale movimento di fronte alla perdita di valore del dollaro». Se, dunque, si stesse profilando la nascita di un sistema di scambi in euro alternativo alle uniche due borse petrolifere esistenti, il Nymex di New York e l’International Petroleum Exchange di Londra, entrambi in dollari, dovremmo aspettarci dalle banche centrali alcuni passi in questa direzione. Ed è esattamente quanto sta accadendo.

E’ noto che l’Iran, il Venezuela, la Libia e la Russia già operano transazioni petrolifere in euro ed è quindi normale che differenzino le loro riserve acquistando sempre più divisa europea. Nel corso dell’ultimo anno molti paesi hanno annunciato con più o meno enfasi una differenziazione delle proprie riserve monetarie: l’ha fatto la Svezia, annunciando la riduzione delle proprie scorte di dollari dal 37 al 20 per cento del totale; l’ha fatto la Cina che, nel dicembre scorso, ha diplomaticamente parlato di uno “sganciamento” dal biglietto verde a favore di un paniere di monete, fra cui anche l’euro. Se la Casa Bianca è spaventata dalla mossa di Pechino, che con i suoi 850 miliardi di riserve valutarie in dollari sta praticamente finanziando l’enorme deficit statunitense, il disimpegno di paesi più piccoli come la Siria e gli Emirati Arabi è altrettanto preoccupante. Questi ultimi in particolare, che hanno annunciato la conversione in euro del 10 per cento delle riserve il 22 marzo scorso, potrebbero tirarsi dietro anche la ben più significativa Arabia Saudita danneggiata, come tutti i paesi produttori, dalla svalutazione del biglietto verde. Del resto anche il ministro delle Finanze russo Alexei Kudrin ha apertamente messo sul tavolo la questione della preminenza del dollaro come riserva mondiale a fronte dell’attuale deprezzamento. E l’ha fatto in una cornice di tutto rispetto: le riunioni di primavera del Fondo Monetario e della Banca Mondiale che si sono tenute la settimana scorsa a Washington.

Il movimento è così consistente da provocare l’allarme della Banca asiatica di sviluppo (la Adb, nella quale sono presenti gli stessi Usa) che il 28 marzo ha lanciato l’allarme su di un’imminente «tempesta monetaria», tempesta che la Banca si accinge ad affrontare lanciando un paniere di valute sul modello cinese. Infine, ed è forse la notizia più allarmante di tutte, spicca la decisione del nuovo presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, il quale, appena nominato, ha annunciato che non renderà pubblico l’indice delle scorte monetarie di marzo (il cosiddetto M3) per la prima volta dalla data della fondazione della Fed, ovvero dal 1913. Dopo lo sganciamento dall’oro, solo l’M3 garantiva un minimo di controllo sulla quantità di banconote emesse. Non ci potrebbe essere segnale più chiaro dell’arrivo di una tempesta monetaria, ma di segnali – e di isterie – il mercato è pieno. E con il petrolio in via di esaurimento non c’è nemmeno bisogno che l’incubo americano della borsa petrolifera in euro si materializzi davvero. Sulla famosa Iran Oil Stock Exchange, insomma, bisogna indagare più a fondo.

Per prima cosa si può dire che non è una creatura degli ayatollah ma nasce dallo strano connubio fra il consigliere di un ministro del petrolio iraniano, Mohammad Asemipour, e l’ex direttore della borsa petrolifera di Londra, Chris Cook, ora a capo di una società privata formata da esperti di investimenti energetici di fama mondiale, la Wimpole. I due lavorano al progetto già da qualche anno e nel 2005 hanno formalizzato il progetto istituendo un apposito consorzio le cui quote sono così ripartite: il 65 per cento verrebbe controllato dalla Teheran Stock Exchange (o Tse, ovvero la borsa iraniana) e dalla Tse Service Company (la compagnia che si occupa della gestione dei servizi della Tse); il 25 per cento sarebbe nelle mani della britannica Wimpole e il 10 per cento resterebbe al fondo pensioni – privato – dei lavoratori petroliferi iraniani. Il consorzio gestirebbe la borsa insieme all’Iran Petroleum Exchange, l’organismo governativo che attualmente cura gli scambi petroliferi, ma una relativa indipendenza dalle ingerenze della Repubblica islamica sarebbe garantita dalla scelta della sede della borsa: l’isola di Kish, porto franco – o paradiso fiscale che dir si voglia – nella quale è già stata allestita una sede attrezzata e dove pare che Total e Agip abbiano già aperto alcuni uffici. Alla partenza – secondo Vaziri Hamaneh già la prossima settimana – la borsa dovrebbe cominciare a trattare soltanto i prodotti derivati dalla raffinazione, che Teheran rivende anche ad alcuni paesi produttori, per arrivare allo scambio dei greggio vero e proprio solo dopo qualche tempo, guerra permettendo.