La vendetta

Oggi a Baghdad si apre il processo contro Saddam Hussein e i suoi più stretti collaboratori. La seduta verrà trasmessa dalla televisione irachena. A giudicare gli imputati sarà il Tribunale speciale varato nel dicembre 2003 dal Governo provvisorio guidato dal «proconsole» Paul Bremer. Se si deve dar peso agli auspici del presidente George W. Bush, l’ex-presidente iracheno verrà ritenuto colpevole di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra. Verrà perciò condannato alla pena capitale e giustiziato. Il solo elemento di incertezza è costituito dall’alternativa fra l’impiccagione e la fucilazione. Saddam finirà sulla forca se verrà considerato un criminale civile. Sarà fucilato se verrà processato come capo supremo delle forze armate del suo paese.

Naturalmente saranno in molti, non solo in Occidente, ad applaudire a questo processo e alla sua conclusione. Sarà fatta giustizia, si dirà, grazie a un nuovo «Tribunale di Norimberga» che rivelerà al mondo i crimini nefandi di un dittatore sanguinario. La sua sconfitta politica sarà consacrata dall’annientamento morale del condannato e dal sacrificio rituale della sua vita.

Questa liturgia è indispensabile perché la vittoria sul nemico sconfitto sia completa e sulle sue ceneri si instauri un nuovo ordine politico: quello democratico, generosamente esportato dagli Stati Uniti con una guerra inventata quanto criminale.

Come è ovvio, le cose non stanno esattamente in questi termini. Non si può certo negare che l’ex dittatore iracheno e i suoi principali collaboratori meritassero di essere processati dal popolo iracheno. E per farlo era probabilmente necessario un tribunale speciale. Ma questo tribunale, voluto dagli Stati Uniti, va molto oltre l’anormalità giuridica di qualsiasi corte speciale. Il tribunale eserciterà la sua giurisdizione retroattivamente e lo farà sulla base di figure di reato che non erano previste dalla legislazione irachena e che sono state introdotte proprio per consentire l’incriminazione e la condanna a morte dell’ex-dittatore. E’ evidente che queste distorsioni dipendono in larga misura dalla volontà degli Stati Uniti di rifiutare la giurisdizione penale internazionale e la collaborazione delle Nazioni Unite, e di servirsi di un tribunale iracheno operante sotto il loro stretto controllo. Ci sono dunque gravi ragioni per mettere in dubbio la legalità internazionale, la legittimità politica e l’indipendenza di questo Tribunale, istituito nel contesto di una occupazione militare e per volontà delle potenze occupanti.

E’ naturale che il popolo iracheno percepisca questo processo non come un’espressione della propria sovranità, ma come uno strumento del potere degli Stati Uniti. E si tratta di un potere che non si presenta certo con le carte in regola per erigersi a paladino della causa dei diritti umani. Basterebbe considerare le infamie di Guantánamo, di Abu Ghraib e di Bagram in Afghanistan. E soprattutto ricordare che gli Stati Uniti sono stati lungamente alleati e complici di Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran e che ne hanno addirittura sottaciuto i gravissimi crimini, in particolare il massacro dei kurdi con l’uso del gas ad Halabja, nel 1988.

Anche in questo caso dunque l’idea di giustizia è completamente stravolta. E’ una resa dei conti, il regolamento delle pendenze, la vendetta dei vincitori sui vinti. E’ una teatralizzazione propagandistica della giustizia con il solo scopo di coprire i misfatti dei vincitori e di legittimarne l’occupazione. Ma lo spargimento rituale del sangue di Saddam Hussein non offrirà alcun contributo alla pacificazione dell’Iraq e alla legittimazione del nuovo ordine democratico e «costituzionale» – a proposito che fine ha fatto la «nuova» costituzione che apre il baratro della spartizione? Alimenterà invece l’odio, la violenza e il terrore in una guerra civile ancora più spietata e cruenta.