La United Airlines liquida i fondi pensione

Passano all’agenzia federale, probabile effetto domino in tutto il settore industriale Usa. La bancarotta infinita

Un oscuro giudice del tribunale fallimentare di Chicago ha preso ieri una decisione che rischia di stravolgere tutto il sistema pensionistico americano. Anzi, a sentire i primi commenti analitici, potrebbe influenzare tutti i meccanismi concorrenziali che hanno fin qui regolato il sistema industriale a stelle-e-strisce. A meno che il Congresso non intervenga con modifiche legislative adeguate. Andiamo con ordine. Il giudice ha accolto la richiesta avanzata dalla United Airlines di poter liquidare i propri piani pensionistici trasferendoli a carico del governo federale (al Pension Benefit Guaranty Program). La seconda compagnia aerea degli Stati uniti, infatti si trova dal 2002 in amministrazione controllata, sotto la protezione del Chapter 11, con un giudice – appunto – che tutela l’azienda dall’assalto dei creditori per impedirne la bancarotta definitiva. I 4 fondi pensione della United risultano in rosso per 9,8 miliardi di dollari; l’agenzia federale, dal canto suo, ha già annunciato che coprirà solo 5 di questi miliardi. Per i dipendenti della compagnia ormai in pensione (e per quelli che ci andranno) l’assegno mensile sarà praticamente dimezzato. Anche per questo il sindacato si era opposto in tribunale a questa richiesta, minacciando lo sciopero nel caso fosse stata accolta. Vedremo cosa farà ora.

La decisione del giudice permette alla United un forte risparmio (645 milioni l’anno), abbreviando il percorso di «risanamento» finanziario. Però, le concede anche un vantaggio competitivo formidabile nei confronti di altre compagnie che stanno nelle stesse condizioni – se non peggiori, come nel caso della Delta – a causa della crisi del trasporto aereo iniziata con gli attentati del 2001, aggravata dal caro-petrolio e dalla feroce concorrenza sui prezzi da parte delle compagnie low cost. E’ praticamente certo che anche queste società percorreranno la stessa strada – nel diritto Usa «il precedente» fa norma – per ripristinare condizioni di parità concorrenziale. Nel caso ciò accada è altrettanto certo che il sistema di protezione federale crollerà sotto il peso di queste «bancarotte pensionistiche aziendali», visto che già ora ha assunto impegni superiori al valore del proprio patrimonio (23,3 miliardi di dollari).

Insomma, il settore aereo statunitense sta per liberarsi del «peso» dei fondi pensione (privati! sarà bene ricordarlo ai teorici della «previdenza integrativa») per meglio competere sul mercato. E’ la fine di una promessa – il diritto a una pensione decente dopo una vita di lavoro – che nel secondo dopoguerra aveva sostanziato più di tante chiacchiere il «sogno americano».

Il problema, però, che l’«effetto domino» difficilmente potrà fermarsi entro i confini dell’aeronautica civile. Diversi altri settori industriali «maturi» – a cominciare dall’automobile, con in testa la spaventosa crisi di General Motors – troveranno nella decisione del giudice di Chicago la via d’uscita più semplice e rapida alle attuali difficoltà. Se la Enron aveva a suo modo aperto una strada, si profila ora all’ordine del giorno un’autentica «economia della bancarotta», scrive Jim Jubak. In fondo è semplice: la crisi la devono pagare lavoratori e pensionati, no? Ma la generalizzazione del taglio degli assegni pensionistici non potrà che produrre un rapido crollo dei consumi interni (che rappresentano i due terzi del Pil americano). Molte altre conseguenze sono ancora da studiare, molte saranno assolutamente impreviste (come si conviene a un rivoluzionamento sistemico). Ma nella «Corporate America» quello che arriva da Chicago è molto più di uno scricchiolio.