La Ue dei licenziamenti

La disoccupazione in Europa è scesa all’8,4% in settembre, ci ha detto Eurostat venerdì, contro l’8,5% di agosto e l’8,7 dell’anno prima. Numeri che dipingono di rosa una realtà che rosa non è: scende la disoccupazione, ma aumenta la precarietà, e questa è una storia che le statistiche possono al massimo truccare. Se si rimane nel campo delle cifre, ce ne sono pure altre – quelle delle ristrutturazioni – che sembrano proprio fare a pugni con Eurostat. Questa settimana Deutsche Telekom ha annunciato 32.000 licenziamenti; Mercedes 8.500; Siemens 2.900; oltre mille per Samsung, tutto ciò solo in Germania, la locomotiva d’Europa. Nel resto del continente la musica non cambia poi molto. Ford taglierà 2.600 lavoratori negli stabilimenti europei sui 10.000 pianificati in tutto il pianeta; Seat 1.400 in Catalogna; France Telecom conta di ridurre l’organico di 33.000 unità in tre anni, la spagnola Telefonica prepara licenziamenti o prepensionamenti per 15.000 persone da qui al 2007, tutti impiegati del settore telefonia fissa (mentre l’impresa annuncia l’acquisto della britannica O2 e rilancia così la guerra del cellulare in Europa). L’elenco può continuare con i 6.000 tagli più che ventilati da Hewlett Packard; i 13.000, di cui la gran parte in Europa, annunciati a giugno da Ibm mentre pure Sony sforbicerà qualche centinaio, se non migliaio, di dipendenti europei sui 6.000 che considera in eccedenza fuori dal Giappone. Venerdì i minatori asturiani (nord della Spagna) hanno bloccato le autostrade che collegano la regione con il resto del paese, il loro settore non ha futuro in Europa ma chiedono l’intervento del governo.

A Marghera scioperano a singhiozzo da alcuni giorni gli addetti del petrolchimico, per tenersi stretto quel che rimane della chimica. Per ora la crisi occupazionale è forte in Germania e Francia, in Italia, Portogallo e Grecia; la Spagna regge con il primato dei contratti spazzatura ed il Regno unito con le statistiche truccate. I nuovi dell’est seguono l’esempio britannico e quello irlandese della deregolamentazione mentre approfittano delle delocalizzazioni, ma non si sa ancora per quanto. La fermata nell’ex blocco sovietico sembra infatti solo una tappa nella migrazione delle società, una rotta che punta molto più a est e ad un costo del lavoro molto più basso. Di fronte a questi numeri e a questo clima, ben diversi da quelli di Eurostat, l’Europa istituzionale non si muove gran ché, un po’ perché non ha i mezzi e un po’ perché non ha una volontà politica.

La Commissione ha proposto un paio di settimane fa la creazione di un fondo per contrastare gli effetti della globalizzazione, un «fondo – precisa il Presidente Barroso – che non deve servire a salvare imprese ed industrie, ma aiutare gli impiegati licenziati o in mobilità a trovare un altro posto di lavoro, migliorando la loro formazione». L’idea ha incontrato subito l’appoggio di Tony Blair, presidente di turno della Ue, e verrà discussa domani nel consiglio dei ministri degli esteri consacrato al rilancio delle negoziazioni sulle prossime prospettive finanziarie, il bilancio comunitario per il periodo 2007-2013. La presidenza britannica ha presentato un documento di partenza che ricopia la base di accordo formulata dal Lussemburgo a giugno (e non chiusa per il No di Parigi e Londra) aggiungendo due cose: un impegno a modernizzare i criteri con cui viene stabilito il bilancio comunitario (in pratica diminuire le spese agricole) ed appunto il fondo per attutire gli effetti indesiderati della globalizzazione.

Il problema è che al di là della discutibilità dello strumento non è assolutamente detto che i 25 l’approvino. «Con tutti i problemi che ci sono a trovare le risorse per ogni politica – racconta un diplomatico – è assai difficile che i 25 si mettano d’accordo su un nuovo fondo». E se poi ce la dovessero pure fare, bisognerà vedere se verrà dotato di denaro sufficiente per avere un minimo di efficacia. L’aria che tira è infatti quella del risparmio nei conti, oltre a quella della deregolamentazione nella legislazione comunitaria a protezione del modello sociale europeo.

Nel frattempo qualcosa si muove, soprattutto in Germania. La Opel ha congelato fino al 2010 la chiusura delle fabbriche di Rüsselsheim, Kaiserslautern e Bochum e il licenziamento di 10.000 impiegati barattandoli con un aumento della flessibilità dell’orario lavorativo (previsti 15 sabati all’anno), la crescita fino a un massimo di 40 ore settimanali e la rinuncia ai miglioramenti salariali già pattuiti. I lavoratori hanno accettato. Il medesimo percorso potrebbe portare ad una limatura dei licenziamenti previsti da Hewlett Packard in Francia.