La tortura resta pratica diffusa

Quando si parla di Turchia, i numeri sono sempre utili. Freddi e spietati fotografano una situazione che non può essere ignorata. Yavuz Onen, presidente della fondazione turca per i diritti umani (Tihv) ci fornisce gli ultimi dati sulla tortura che, dice, «rimane sistematica: chiunque, a prescindere dal genere, l’età, la professione, lo status sociale può essere torturato in questo paese, che sia stato accusato di qualcosa o meno». I numeri sono angoscianti. Nei primi cinque mesi del 2006, sono stati provati dalla fondazione 113 casi di tortura (ma 165 sono stati i casi denunciati). Nel 2005 si sono rivolte alla fondazione 675 persone denunciando torture: di queste 193 sono state finora confermate. Cinque persone, nel 2005, sono morte mentre si trovavano sotto custodia della polizia. Sette sono morte in carcere. Più in generale, tra il 1990 e il 2005 si sono rivolte alla fondazione e sono state curate per le torture subite 10 mila e 449 persone. Una media di 696 persone l’anno.
«Non basta la legge per sradicare la tortura», dice Onen che aggiunge: «Ci vuole una seria volontà di farlo». E questo significa, per esempio, punire i responsabili delle torture che invece rimangono in larghissima parte impuniti. Si potrebbe fare una lista lunghissima di freddi dati che riguardano il trattamento dei detenuti politici nelle carceri, gli omicidi per mano di ‘ignoti’ (leggi: corpi speciali dell’esercito), con quattro persone ammazzate in questi ultimi mesi, tra cui due bambini; le vittime della guerra in Kurdistan.
Un altro dato agghiacciante riguarda i processi in atto per reati di opinione. Sono centinaia. Dopo quello aperto e archiviato nello spazio di un mattino allo scrittore Orhan Pamuk, le corti turche continuano a occuparsi di intellettuali, giornalisti, scrittori, artisti, attori accusati quasi tutti di aver leso l’immagine dello stato o di aver insultato le forze armate. L’Unione europea non sembra molto ‘attenta’alla questione dei diritti fondamentali in Turchia: ma forse è anche leggendo questi dati che nei giorni scorsi il commissario europeo per l’allargamento, Olli Rehn, ha dichiarato che se la Turchia continuerà a non compiere alcuna mossa su Cipro i negoziati potrebbero essere sospesi. Rehn ha usato Cipro come pretesto? Certo ha avvertito: «C’è anche la possibilità di sospendere i negoziati; spero che non dovremo arrivare a tanto, ma non abbiamo motivo di escludere anche questa eventualità se la situazione ce lo imporrà».Rehn ha aggiunto che «da realista penso che fosse giusto avvisare Ankara della possibilità di problemi se non verranno rispettati gli impegni presi su Cipro e se non si accelera il processo di riforme».
Il rapporto della commissione europea sui progressi compiuti dalla Turchia sarà pubblicato in autunno. Pur riconoscendo dei passi avanti Rehn ha posto l’accento sul rispetto dei diritti umani dicendo che «le Ong concordano nel dire che ci sono stati miglioramenti», mentre permangono problemi relativi alla libertà di espressione. Quanto alla situazione nel sud est il commissario europeo pur condannando le azioni dei guerriglieri del Pkk ha detto che una politica di governo basata soltanto sulla sicurezza non può essere la risposta alla questione kurda. Dubbi anche sull’indipendenza della magistratura, specie dopo alcuni processi che vedevano coinvolti militari.
E’ la prima volta che il commissario Rehn usa toni così netti nei confronti della Turchia. Ed è un bene. Nonostante qualcuno, anche a sinistra, abbia obiettato che un tono così duro non è opportuno. In realtà l’Europa è stata fino ad ora troppo molle, anche perché la Turchia rimane un ghiotto terreno di conquista, economicamente parlando. E le pressioni degli industriali in questo senso si sono fatte sentire. Rimangono poi drammaticamente aperte la questione kurda e più in generale del dissenso. Ancora una volta si ‘sorvola’ su una situazione aggravata anche dall’acuirsi dello scontro tra governo e militari e tra militari e polizia.
Come è tragicamente ‘normale’ la Turchia è di nuovo stretta nella morsa degli scontri tra due poteri forti (quello dell’establishment militare e quello istituzionale e governativo) e questo ha effetti devastanti anche sull’economia (infatti si parla già di nuova grave crisi) e sulla popolazione (con un crescente disagio in alcune zone del paese cronicamente e deliberatamente impoverite). A luglio ci sarà in commissione europea una prima valutazione del rapporto che poi sarà discusso in plenaria in autunno. E’ forse il momento giusto per imporre al governo turco una più rigida applicazione dei criteri stabiliti dalla cosiddetta piattaforma di Ankara.