La temuta invasione che non ci sarà

«Ma quale invasione?», domanda un po’ spazientito Maurizio Crippa, dello sportello stranieri della Camera del lavoro di Milano. Ieri lo sportello ha riaperto dopo la pausa natalizia. Ed è ripresa «la solita invasione», iniziata a metà dicembre con l’entrata in vigore delle nuove procedure per il rinnovo del permesso di soggiorno: migranti di ogni nazionalità e colore alla disperata ricerca dei kit, esauriti in poche ore negli uffici postali. Dell’invasione dei romeni, con i bulgari cittadini europei a tutti gli effetti dal primo gennaio, alla Camera del lavoro non c’è traccia. I romeni presentatisi ieri allo sportello – il 20% del totale, stima Crippa – non hanno aspettato l’ora x per entrare in Italia. C’erano da un pezzo. Ieri volevano sapere esattamente «cosa cambia per loro».
Non c’è traccia d’invasione ai valichi di frontiera. Solo Libero scherza con i numeri, e con il fuoco, e apre la prima pagina con «30 mila zingari in arrivo». In Italia? No, tutti a Milano. Lo dice il vicesindaco De Corato (An), un’autorità in materia.
Ci fidiamo di più dell’autorevolezza della Caritas che stima in 60 mila gli ingressi in Italia di lavoratori romeni e bulgari nell’arco del 2007. Se sarà così, tanto rumore per nulla. O per poco. La cifra non si discosta molto dagli arrivi degli anni passati, con la Romania fuori dall’Unione europea. Non sarebbe la prima volta che una paventata invasione si sgonfia strada facendo. Dopo il primo allargamento a Est, l’Italia temeva l’ondata di polacchi e slovacchi. Il decreto flussi del 2005 assegnava quasi 80 mila ingressi ai paesi neocomunitari. Ne furono «usati» solo 44 mila. Il precedente dovrebbe servire da lezione. Ma la Romania ha un grave difetto: il 2,5% dei romeni sono «zingari». E agli imprenditori politici del razzismo fa comodo strillare all’invasione. Anche i rom, come i romeni, non hanno aspettato il timbro della Ue per venire in Italia. Per farlo, del resto, bastava un visto turistico. Poi aspettavano la sanatoria.
Se è azzardato fare previsioni su quanti romeni verranno in futuro in Italia, è certo che quelli che già ci sono staranno meglio. Alla fine del 2005 erano 271mila quelli in regola (scavalcati albanesi e marocchini, i romeni sono la comunità straniera più numerosa in Italia). Aggiungendo quelli in lista d’attesa con i due decreti flussi di quest’anno, la cifra sale a 400 mila. I bulgari regolarmente soggiornanti in Italia erano, sempre nel 2005, 17.500. Non si sa quanti bulgari fossero «clandestini». Il termine, dall’altro ieri, per romeni e bulgari è scaduto. Le «liberazioni» dai Cpt sono la prima conseguenza, piccola nei numeri ma simbolicamente potente, del loro essere diventati cittadini europeri. La seconda è che i 150 mila romeni e bulgari nelle liste dei decreti flussi avranno automaticamente la carta di soggiorno, se un datore di lavoro li assumerà. Terza conseguenza: nessun bulgaro o romeno potrà essere espulso se non per motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e sanità pubblica. Vengono inoltre annullate le espulsioni pregresse: romeni e bulgari espulsi in passato possono tornare in Italia alla luce del sole. I ricongiungimenti familiari saranno più facili e spediti.
Dall’altro ieri, romeni e bulgari non hanno più bisogno né del visto d’ingresso, né del permesso di soggiorno. Per loro, dopo tre mesi di permanenza in Italia, ci sarà la carta di soggiorno, con durata di 5 anni, per motivi di lavoro o di studio. Non averla, non comporterà sanzioni amministrative. Insomma, romeni e bulgari sono «liberi» dalla Bossi-Fini. Gli altri migranti non comunitari restano in attesa che il governo di centro sinistra adempia alla promessa di «superare» l’odiata legge.
Il mercato del lavoro è il punto dolente di ogni allargamento della Ue. Il governo Prodi, questa volta, ha scelto la via mediana: né apertura indiscriminata, né chiusura totale. Il regime transitorio, per l’anno in corso, apre le porte ai lavoratori autonomi e a varie categorie di lavoratori subordinati. Quelli non a caso indispendabili (per noi): badanti e colf, edili, stagionali nell’agricoltura e negli alberghi, metalmeccanici. Completano la lista, dirigenti e lavoratori altamente qualificati (finora mai visti). La «libera circolazione» di questi lavoratori e lavoratrici, il non dover sottostare a ricatti «in cambio» di un tetto o di un permesso di soggiorno, si tradurrà automaticamente in un più alto potere contrattuale? Non è detto. I dubbi maggiori gravano soprattutto sul lavoro di cura e sull’agricoltura. Di fronte alla «pretesa» della badante romena di non lavorare in nero, di un giorno libero in più, la famiglia italiana potrà optare per una migrante moldava o ucraina. Quanto all’agricoltura, le recenti cronache di migranti, anche neocomunitari, ridotti in semischiavitù non fanno ben sperare.
La Coldiretti auspica che l’ingresso della Romania e della Bulgaria nella Ue rafforzi le imprese che operano con trasparenza e nel rispetto dei diritti. Ma non può omettere di ricordare che permangono nel settore «inqietanti fenomeni malavitosi e di becero sfruttamento della manodopera». Con 18 mila presenze, pari al 14% dei lavoratori stranieri in regola, i romeni sono la nazionalità più numerosi nel settore agricolo. Sono molti di più in cifra assoluta, e forse anche in percentuale, nell’edilizia.
Chi si preoccupa dell’ipotetica invasione dell’Italia da parte dei romeni tende a dimenticare che gli italiani hanno già invaso la Romania. Migliaia di piccoli e medi imprenditori nostrani, fuggiti a Est, da oltre un decennio campano sui bassi salari che pagano ai lavoratori romeni. Per trattenerli in patria saranno costretti ad aumentarli. Vuoi vedere che persino la Ue riesce a fare qualcosa di buono?