La tempesta di Giulietto Chiesa

L’ultimo libro di Giulietto Chiesa, Prima della tempesta (Nottetempo, pp. 149, euro 13), riunisce cinque articoli – ma forse sarebbe meglio definirli piccoli saggi – dedicati in gran parte alla politica intrapresa dall’amministrazione Bush nei confronti del mondo intero. In particolare, anche sulla base di documenti provenienti dall’interno del gruppo «neo-con» al potere in America – come ad esempio, il famoso Project for a New American Century – vengono analizzate le nuove strategie della guerra preventiva che, sostiene l’autore, si appresta a dipanarsi, oltre che per terra, per mare e in aria, anche nello spazio, utilizzando, per di più, anche le armi atomiche. Ma non manca una analisi puntuale delle incongruenze e dei paradossi presenti nella versione ufficiale sugli attentati dell’11 settembre.
Ampio spazio è dedicato all’informazione e al giornalismo che, in particolare in relazione alle varie guerre preventive, ma non solo, si va dimostrando sempre più succube del potere imperiale statunitense. Secondo Chiesa, ormai «l’intero sistema della comunicazione funziona non in base alla verità, alla correttezza informativa, ma allo scopo di diffondere notizie funzionali a una certa interpretazione della realtà, o di nascondere parti della realtà a vantaggio di altre, più funzionali agli schemi del dominio, più comode da raccontare».
Ragionando e mettendo insieme fatti e notizie che sono sotto gli occhi di tutti – almeno di coloro che si prendono la briga di andarsele a cercare – e rifacendosi ai documenti pubblicati dai vari think-tank di stampo neo-con, Chiesa mostra come da tempo l’intera strategia di politica estera statunitense miri a un nemico preciso, all’unico paese che, oggi, «può prendere decisioni senza chiedere il permesso degli Usa e del suo presidente», la Repubblica Popolare Cinese.
Del resto, come dimostra proprio il Project for a New American Century – che, tra l’altro, vede tra i suoi firmatari l’attuale ministro della difesa Donald Rumsfield – «già alla fine del 2000 il Pentagono riteneva che nel 2017 il nemico principale degli Stati Uniti sarebbe stato la Cina».
Insomma, le avvisaglie di una tempesta ci sono tutte. Una tempesta che si annuncia di immane violenza e completamente diversa dalle crisi che l’umanità ha affrontato in passato: «Siamo di fronte a uno scontro assolutamente inedito, che non può essere misurato sulla base delle vecchie teorie sull’imperialismo, ma piuttosto sui problemi della pura e semplice sopravvivenza dell’uomo È la guerra dei ricchi contro tutti gli altri. Ci vogliono trascinare in questa guerra perché pensano che ne usciranno vincitori, e non hanno capito che nemmeno i ricchi ne usciranno vincitori. Una guerra dove non ci saranno vincitori». Quei ricchi, americani in primo luogo, che difendono quel tenore di vita che già Reagan definì «non negoziabile», «quel 10 per cento di cittadini statunitensi ricchi che votano (insieme a quel 40 per cento di americani del ceto medio che sperano ancora di diventare ricchi), ai quali si deve aggiungere una sessantina di milioni di ricchi e ricchissimi cittadini di altri paesi, sparsi in tutto il mondo, che sulla ricchezza e sulla potenza degli americani ricchi hanno giocato le loro fortune».
Nel capitolo conclusivo Chiesa affronta il «che fare» a partire proprio dalle difficoltà che il movimento contro la guerra sta attraversando. Occorre un netto salto di qualità, non è più possibile essere contro la guerra e continuare a parlare di sviluppo del prodotto interno lordo, scrive Chiesa. Non si può pensare di riuscire a sconfiggere guerra e terrorismo «senza combattere contro la fame, la povertà, il sottosviluppo, senza modificare le priorità della nostra politica, i valori della nostra vita». Insomma, la questione è una sola: «se la sinistra sarà capace di affrontare questi nodi, dicendo la verità e costruendo vie d’uscita, o se saranno gli altri, i folli e i suicidi, a decidere».