La tagliola del Fondo

Il Fondo monetario internazionale non ha dubbi: nel 2006 l’economia mondiale crescerà parecchio – almeno il 4,9% – molto di più (lo 0,6) di quanto previsto in settembre. Tutto bene per tutti, dunque. No, purtroppo, visto che tra i grandi paesi industrializzati c’è una «pecora nera»: l’Italia. Per l’economia italiana le previsioni non sono rosee: quest’anno il prodotto lordo crescerà di appena l’1,2%, contro l’1,5 stimato meno di un mese fa dagli esperti del Fmi. Ma c’è di peggio: gli analisti di Washington stimano che l’indebitamento è destinato a crescere: il rapporto deficit/ pil quest’anno salirà al 4% e nel 2007 addirittura al 4,3%. Raghuram Rajan, capo economista del Fondo monetario, a proposito dell’allarme lanciato alcuni giorni fa dal Financial Times su una possibile uscita dell’Italia dall’euro, ha spiegato: si tratta solo di «pura speculazione, voci che non hanno alcun fondamento». Poi Rejan ha aggiunto che l’Italia necessità di una manovra correttiva sui conti pubblici. Per dirla con le sue parole: «ci sono misure urgenti da prendere». E queste misure, secondo indiscrezioni raccolte dal Sole 24 ore sarebbero una manovra urgente da 7 miliardi di euro per riportare il deficit del 2006 al 3,5% del pil. Un suicidio, un ricatto al quale il governo Prodi non si deve sottomettere: per saldare i conti falsi di Tremonti e Berlusconi c’è tempo. Le cifre di previsione indicano con chiarezza, che l’Italia ha un problema di crescita: da anni il pil aumenta meno dello 0,6 per cento e ha un problema di insufficienza di domanda perché la politica classista della Casa delle libertà ha spostato ampie quote di reddito a favore di chi era già ai vertici della distribuzione dei redditi e della ricchezza.

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GALAPAGOS /DALLA PRIMA

Con una economia in sofferenza, anzi in agonia (il declino non è uno slogan di Epifani) l’ultima cosa da fare (soprattutto se i prezzi del petrolio seguiteranno a crescere) è soffocare il sistema economico con manovre restrittive. Il rischio, reale, anche se c’è l’euro ad attenuare gli impatti, sarebbe quello di una recessione modello argentino che purtroppo sembra non aver insegnato nulla al Fondo monetario internazionale. Per mettere i conti in ordine ed entrare nell’elite dell’euro l’Italia nella seconda metà degli anni Novanta ha sacrificato la crescita con una politica austera. Poi, quando era arrivato il momento di capitalizzare i sacrifici, è arrivato l’inquilino di palazzo Grazioli a far precipitare l’economia italiana nella più lunga stagnazione del dopoguerra. Quella esperienza di politica dei due tempi non può più essere replicata. Tutte le risorse disponibili (non facili da reperire, visto che su molti fronti, lotta all’evasione esclusa. il passato governo decaduto ha rischiato il barile) vanno dedicate al rilancio dello sviluppo e alla difesa del potere di acquisto delle milioni di persone che non arrivano a fine mese. I soldi necessari a finanziare i provvedimenti di rilancio dei primi cento giorni non possono e non debbono essere destinati a far tornare al 3,5 per cento il rapporto deficit/pil. La salute dei conti pubblici – ammesso che un deficit al 3,5 per cento sia un indicatore di buona salute – anche se importante rischierebbe di far precipatare in una nuova fase di stagnazione l’economia italiana. Prodi questo lo sa bene e ha tutte le carte in regola e l’esperienza necessaria per imporsi in sede Ue. Anche perché al suo fianco ha oltre 19 milioni di elettori che attendono una svolta e non una nuova politica «lacrime e sangue».