La svolta moderata

Ha ragione Veronica Lario. Silvio Berlusconi è Zelig, o almeno è un grande attore. Guardandolo e sentendolo parlare ieri pomeriggio, nella prima apparizione pubblica dopo le elezioni, pareva impossibile che fosse lo stesso assatanato che solo quattro giorni prima, da quella medesima sala stampa di palazzo Chigi, si era lanciato un un incendiario comizio contro tutto e tutti. Acqua passata. Ora è di scena il fratello gemello del cavalier furioso: quello ragionevole, pacato, pronto a tutto, anche a farsi da parte, pur di riunire un paese spaccato. Quello che vuole la grosse koalition in salsa italiana. Un’uscita così esplicita e azzardata era del tutto imprevista, quasi un colpo di scena. Ci si aspettava il Berlusconi della campagna elettorale, ci si aspettava la denuncia di brogli, il mancato riconoscimento delle vittoria dell’Unione, un pronunciamento non privo di tratti eversivi. Ma Berlusconi non è solo Zelig. E’ anche, in tutta evidenza, un ex dilettante che in 12 anni ha imparato a fare politica. A modo suo, la mossa di ieri è stata magistrale. Spiazza un po’ tutti e prefigura uno scenario non troppo lontano nel tempo. Berlusconi non si aspetta certo una risposta positiva da parte di Romano Prodi: il no del professore era messo in conto sin dall’inizio. Con la sua proposta il cavaliere mira prima di tutto a scrollarsi di dosso l’immagine dinamitarda che gli è stata utile in campagna elettorale ma che a questo punto non gli serve più. Potrà sempre rispolverarla. In secondo luogo, Berlusconi spoglia la richiesta di revisione del voto di ogni aspetto «sudamericano»: non si tratta più di mettere in discussione il diritto dell’opposizione a vincere, sia pur di poco, la prova elettorale, ma solo di chiedere quelle normali verifiche già invocate, con successo, secondo l’Udc Cesa,dalla Margherita di Rutelli cinque anni fa. Una manovra meno innocua di quanto non appaia. Comunque vada a finire la «revisione», Berlusconi spera infatti di instillare negli italiani un dubbio sull’esito del voto. Mossa del resto uguale e opposta a quella di Prodi, che lunedì notte aveva bruciato le tappe annunciando la vittoria proprio per diffondere una sensazione opposta a quella a cui mira ora il cavaliere. Ma soprattutto Berlusconi cerca di piantare un seme destinato a germogliare tra qualche tempo. Scommette sulla fragilità del governo Prodi, sulle divisioni che inevitabilmente si creeranno a proposito di alcune nella nuova maggioranza e che l’esiguissimo vantaggio al senato potrebbe rendere deflagranti. E lancia un segnale rivolto in parte all’area moderata del centrosinistra ma molto di più a quei poteri economici e finanziari che in queste elezioni gli si sono schierati contro. Il tentativo di levarselo di torno con una sonora batosta elettorale è fallito. Di conseguenza dovranno prima o poi cercare qualche interlocutore a destra, pena il dover fare i conti con un paese lacerato e quasi ingovernabile, quanto di peggio per i mercati. Quell’interlocutore, ha chiarito ieri Berlusconi, non può che essere lui, incoronato di nuovo dagli elettori sovrano incontrastato del centrodestra. Chi, per ottenere la sospirata stabilità, sperava in Casini o addirittura in Fini, aveva sbagliato i conti. E prima o poi dovrà tornare al suo tavolo.