La svolta di Fausto inquieta la sinistra

Ultima svolta di Bertinotti, primi segnali: Fabio Mussi legge in Transatlantico con meticolosa attenzione; Gloria Buffo, chiuso il giornale, si sintonizza su «Radio Città Futura» per saperne di più; Valentino Parlato, voltata pagina, inoltra richiesta d’intervista per porre quesiti dottrinari non di secondo piano; Vittorio Foa ricorda che «con la parola individuo si chiude anche il mio ultimo libro»; Sandro Curzi sgombera l’agenda di consigliere Rai per essere, oggi, al residence Ripetta di Roma. Dove, presente Pietro Ingrao, si parlerà dell’ultima svolta di Bertinotti, atto secondo. Piccolo trambusto nella sinistra italiana, all’annuncio del segretario di Rifondazione: dopo le prossime politiche, si avvierà fattivamente il processo di trasformazione nel «Partito della sinistra europea», anche se, precisa il segretario a tre settimane dalle elezioni, al momento non c’è il disegno di cambiare «né il simbolo, né il nome del partito».
Percorso obbligato?
E basta con il Marx della lotta di classe: per la sinistra del XXI secolo «ci vuole il socialismo della persona», dato che sin qui s’è dato troppo peso al valore dell’uguaglianza, e troppo poco a quello della libertà. L’elaborazione, maturata domenica all’ultimo incontro della Sinistra Europea (formazione esistente a Strasburgo, e lanciata proprio da Bertinotti alla vigilia delle ultime elezioni europee) è stata poi approfondita proprio sulla Stampa. Contiene un elemento che investe direttamente l’insieme della politica italiana: Bertinotti dice che, se davvero nascerà il Partito Democratico, operazione dalla quale si dice «affascinato», sarà inevitabile un nuovo soggetto politico anche a sinistra. «Un soggetto meticcio, inizio di un progetto politico ambizioso, lungo il percorso di revisione della cultura politica di Rifondazione, già iniziato da tempo», scrive Pietro Folena sulla velina rossissima, «Rosso di Sera». E’ un percorso obbligato, «cui costringe il riposizionamento al centro di ampi settori del riformismo», spiega Folena. Il quale è un diessino che da tempo ha trasmigrato, come indipendente, nella factory di Bertinotti.
«Certo, il tentativo di ridefinire i confini politici è, di tutti i forti cambiamenti già impressi da Bertinotti a Rifondazione, il più significativo» dice Gloria Buffo, della sinistra interna alla Quercia, ovverossia dell’area considerata «a rischio smottamento» in caso di nascita del Partito democratico. Adesso però, avverte Buffo che consiglierebbe a Bertinotti di non condizionare la sua nuova geopolitica alla nascita del raggruppamento Quercia-Margherita («Giro l’Italia, e tutti mi chiedono “ma è una finta, vero, quella del Partito democratico?”, il punto è che non ci crede nessuno»), «su questa ultima svolta che Bertinotti opera alla viglia del voto peseranno anche i risultati elettorali». Cesare Salvi di «Sinistra diesse per il socialismo» (altra opposizione interna eventualmente a rischio smottamento) mette le mani avanti: «Non condivido tutta questa suggestione per il Partito democratico». Emanuele Macaluso invece, ormai coscienza critica dell’ex Pci, sbuffa («Ancora una svolta politica, che non abbiamo ancora metabolizzato l’ultima?») e insinua il dubbio: «L’etichettatura di Rifondazione come Sinistra europea è un’operazione arbitraria. Le elaborazioni politiche devono essere sofferte, e molto, molto pensate». Nella fattispecie, «questo mettere assieme trozkisti, ex stalinisti, maoisti, no-global, Ong e movimentismi vari, in Italia come in Europa, è un pasticcio, un’operazione da laboratorio».
E’ vera innovazione?
Come sempre infatti le cose si complicano se le si guarda con gli occhi del politologo. E poiché Bertinotti poneva questioni teoriche, nella sua elaborazione allo stadio nascente, le cose si complicano ancora di più. «Certo, nel marxismo ci sono state mistificazioni», nota ancora Macaluso, «ma non era proprio Bertinotti ad incarnare la visione libertaria del marxismo?». Come dire: che bisogno c’è di dichiarare superata la lotta di classe («archiviata da anni») e di ri-centrare la politica sulla persona, sull’individuo? «Che questa poi sia la svolta delle svolte, mi pare francamente eccessivo» dice Valentino Parlato, «non vorrei fosse come per l’abiura dello stalinismo, che Bertinotti compie nel 2001 e noi del Manifesto nel 1969, ed era tardi già allora. O come quella sulla non-violenza, che non mi convince: se Bertinotti parlava dei casseur, non c’era neanche bisogno di prendere le distanze. Ma se intendeva la violenza che c’è nella Storia, beh quella la riconosceva anche Gandhi con la sua azione non-violenta». A sorpresa, ma non troppo, è proprio il padre nobile di via Tomacelli il più critico, specie sulle bertinottiane eccezioni a Karl Marx. Che approdano a un punto: «Rifondazione non può essere il Partito Democratico della Sinistra. Perché? Perché a furia di cucinare la politica tutt’al più può venir fuori il Partito del Lesso Comunista». Ma naturalmente «il rovello di Bertinotti è apprezzabile». Verrà approfondito, come detto, in apposita intervista. Oltre che già stamattina, in un editoriale su Liberazione.