La strategia quadriennale del Pentagono, guerra infinita e mille contraddizioni

* Centro di Documentazione “Patrizia Gatto”, Napoli
co-autore del volume “Da Bush a Bush. La nuova dottrina strategica USA attraverso i documenti ufficiali (1991-2003)”

“L’America cerca di usare i propri vantaggi non per dominare gli altri ma per costruire un quadro durevole, grazie al quale prosperare nella libertà”. Così cominciava la “Quadriennal Defense Review 2002-2005”, la quale indicava la traiettoria che l’imperialismo statunitense avrebbe seguito dopo l’11/9. Documento cruciale, la QDR è redatta ogni 4 anni dal Pentagono e raccoglie gli indirizzi atti a definire la politica della Casa Bianca nei diversi teatri di operazioni, indicando priorità geopolitiche e suggerimenti di bilancio.

I presupposti
In quella congiuntura, segnata dal crollo delle Twin Towers, la preoccupazione del Pentagono consisteva nel fornire una giustificazione alla guerra permanente che di lì a poco sarebbe stata scatenata, la quale avrebbe avuto come primo bersaglio l’Afghanistan. Del resto, basta scorrerne le pagine ed appare la corda del quadro strategico. Quest’ultimo si articolava in 4 punti: rassicurare gli alleati; dissuadere i futuri competitori; scoraggiare ogni minaccia; sconfiggere qualsiasi avversario. Nella mente degli strateghi della Casa Bianca era ben delineata una strategia di presenza globale, di costruzione di alleanze “a geometria variabile” in funzione dei diversi obiettivi e di impegno “attivo” negli scacchieri “caldi”. Non ancora una “dottrina” della guerra preventiva, ma qualcosa che andava già in quella direzione. Insomma, la strada era tracciata e il “National Security Strategy 2002” avrebbe presto confermato le peggiori previsioni.

Contenuti e proposte
“Gli USA sono una nazione impegnata in quella che sarà una lunga guerra”. L’inizio della QDR 2006-2009, presentata la settimana scorsa al Congresso dal presidente Bush, inasprisce il tono. Essa definisce con nettezza una strategia di impegno su un orizzonte temporale “infinito”, come “infinita” è la “guerra al terrorismo” lanciata nel 2001. In definitiva, il Pentagono intende proiettare il potenziale statunitense in tutti gli scacchieri strategici, indicando una precisa disposizione di forze: finanziarie, con la crescita della spesa militare a 440 miliardi $ per il 2007 (più altri 120 miliardi nel biennio 2006-2007 per le guerre in Afghanistan ed in Iraq); umane, con l’incremento del 15% delle forze speciali, del 33% dei battaglioni specializzati e di un altro 33% dei componenti impegnati nelle “operazioni psicologiche”; e, infine, strumentali (apparato operativo) con la previsione di costruire nuovi F-22. Il tutto in funzione della “lunga guerra” degli USA: moltiplicando gli scenari strategici, diversificando il panorama operativo e alternando i partner nel proprio sistema di alleanze asimmetriche.

Obiettivo Cina
Si tratta di un impegno colossale, che smantella la credibilità del “terrorismo” quale obiettivo di questa campagna, visti gli esiti disastrosi della guerra afgana, lo scarso peso accordato al potenziamento dell’intelligence ed il ribadito ricorso a dotazioni “tradizionali”. Il documento segnala, piuttosto, l’emergenza di combattere il nuovo nemico strategico, per la prima volta nominato esplicitamente: la Cina. Come ha evidenziato A. Pascucci, sul “Manifesto” del 7/2 (“La «lunga guerra» del Pentagono, dal terrorismo alla Cina”) è il gigante asiatico a costituire la vera minaccia al primato della Casa Bianca. Il punto è sviluppato con chiarezza: “delle potenze emergenti, la Cina ha il potenziale maggiore per competere con gli USA e mettere in campo tecnologie militari destabilizzanti”. Di conseguenza, gli Stati Uniti confermano l’indisponibilità a consentire che “alcuna potenza possa dettare i termini della sicurezza globale” e, allo scopo, sono pronti a fare ricorso a tutti i mezzi, visto che “impediranno in ogni caso, a qualsiasi potenza ostile, di raggiungere i propri obiettivi strategici”.

Scacco a Rumsfeld?
E’ il segretario di stato alla difesa Rumsfeld a porre la sua firma sulla QDR 2006-2009; il che non significa che il documento ne rappresenti fedelmente la linea. La “dottrina Rumsfeld” sembra messa in scacco dal rovescio statunitense in Iraq. Innanzitutto, fallisce l’obiettivo di un adeguamento dei sistemi d’arma al compito di costruire un apparato flessibile ad intenso contenuto tecnologico, dispiegabile in teatri multipli. Viceversa il documento si attarda su priorità “convenzionali”: il mantenimento di un forte deterrente nucleare, l’incremento degli effettivi delle diverse brigate e lo sviluppo di una nuova generazione di sistemi missilistici. Inoltre, sembra incapace di uscire da una contraddizione imbarazzante. Come ha spiegato L. Thompson, in una nota ripresa dal “Riformista”, nel commento di G. Pontecorboli (“Previsioni strategiche USA e QDR, del 4/2): “Manca l’idea di cosa fare”. Il fallimento della guerra irachena ha indebolito la posizione di Rumsfeld: il carattere medesimo della campagna, con massiccio impiego di truppe ed il ricorso ad armi convenzionali, ha assunto una connotazione ben diversa da quella da lui pronosticata. D’altronde, la QDR ne propone poco più che un aggiornamento, con un riferimento esplicito al carattere di “pro-attività” dell’impegno statunitense, orientato all’ “azione preventiva”. La conclusione è in linea con l’orizzonte della guerra permanente: “Gli USA devono essere preparati a condurre questa guerra in molti luoghi e per molti anni a venire”.

Contraddizioni e limiti
Il documento dà ragione a quanti vedono nello schema del Pentagono una proposta programmatica, più che prescrittiva, di “dominio globale”. La QDR, infatti, evidenzia una contraddizione tra l’obiettivo e gli strumenti di cui si dota. Una cosa è proporsi di “scoraggiare le minacce e distruggere entità ostili”, eventualmente auto-attribuendosi, in linea con la propria vocazione al dominio imperialistico, la facoltà di “cambiare il regime di uno stato avversario”. Altra cosa è la possibilità di mandare ad effetto il proposito. Se l’andamento della campagna in Iraq ha prodotto il risultato di mostrare l’inadeguatezza statunitense di fronte ad uno scenario operativo difficilmente controllabile, fatto di guerriglia diffusa ed un ben organizzato movimento di resistenza, esso ha determinato anche una conseguenza di assoluto rilievo politico. Ha dimostrato l’impossibilità per gli USA di aprire più fronti simultanei, a dispetto dei proclami ufficiali. Come ha fatto notare G. Chetoni (“L’irreversibile tramonto dell’imperialismo USA”, su www.comedonchisciotte.org), alla luce dell’andamento delle operazioni in corso, “allargare la guerra all’Iran è un obiettivo fuori portata, a meno di non usare armamento atomico tattico”. Non a caso, nella QDR, anche l’utilizzo del nucleare tattico rientra tra le opzioni giudicate perseguibili, portando alle estreme conseguenze quanto già scritto nel “National Security Strategy” del 2002.

Insomma, pur confermando gli orientamenti noti e proprio in virtù del suo carattere programmatico, la QDR 2006-2009 rappresenta un altro passo in avanti nel processo di destabilizzazione planetaria ed un’ulteriore evidenza della minaccia che l’imperialismo statunitense rappresenta per la pace e la sicurezza della comunità internazionale.