La strategia della sinistra radicale europea e la via per la società socialista *

** direttore del Centro studi sulla transizione socialista. Italia

E’ molto importante che sin dal titolo di questo seminario si sottolinei con chiarezza l’obiettivo da raggiungere, la società socialista. Purtroppo parte della “sinistra radicale” preferisce parlare solo di “lotta al neoliberismo”, che non implica il rovesciamento dei rapporti della proprietà capitalistica, ma auspica solo il recupero di una diversa politica economica del capitalismo, quale fu ad esempio quella di lord Keynes.

E’ attuale porre oggi la questione della transizione alla società socialista? Oppure, dopo il tracollo del 1989-91, questa prospettiva deve essere accantonata, riservandola ad un futuro molto lontano, mentre al presente dovremmo pensare a batterci per limitare gli effetti più perversi delle politiche imperialiste?

Il “pensiero unico” del capitale sostiene che non esistono altre possibilità di gestire e sviluppare la produzione e la vita odierna se non nell’ambito e dentro i confini del modo di produzione capitalistico e della forma politica che esso si è data, la cosiddetta “liberaldemocrazia”, identificata con la democrazia, della quale non è invece che una versione ridotta e immiserita.

Ritengo invece che tale questione si ripresenti oggi in tutta una sua nuova attualità.

La teoria marxista della transizione dal capitalismo al socialismo si fonda su un inscindibile nesso di base materiale oggettiva (maturità del modo capitalistico di produzione, sussunzione reale del lavoro al capitale) e rivoluzione politico-sociale diretta dal partito comunista. Poiché il comunismo si basa sull’organizzazione cosciente della produzione diretta secondo un piano, il passaggio al superiore modo di produzione comunista non avviene spontaneamente, può essere solo un processo diretto coscientemente e organizzato. E non può avvenire senza la conquista del potere politico, dello Stato, da parte della classe operaia. Che diviene classe consapevolmente organizzata attraverso il partito comunista. La conquista del potere politico è un presupposto, non sufficiente, ma necessario, per la transizione.

“Il primo passo nella rivoluzione è l’elevarsi del proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia […] Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive” (Manifesto del partito comunista, capitolo II, MEW, vol. IV, pag. 481).

Nella critica dell’economia politica Marx analizza il movimento della società capitalistica, e scorge in esso i punti di rottura, i momenti di transizione al comunismo all’interno del modo di produzione capitalistico stesso.

“Le fabbriche cooperative degli stessi operai sono, entro la vecchia forma, il primo segno di rottura della vecchia forma, sebbene dappertutto riflettano e debbano riflettere, nella loro organizzazione effettiva, tutti i difetti del sistema vigente. Ma l’antagonismo tra capitale e lavoro è abolito all’interno di esse, anche se dapprima soltanto nel senso che gli operai, come associazione, sono capitalisti di sé stessi, cioè impiegano i mezzi di produzione per la valorizzazione del proprio lavoro (Il Capitale, Libro III, Ed.Riu., 1967, pp. 522-23).

Nell’Antiduring, Engels presenta la transizione alla società socialista quale risultato del processo di sviluppo del capitale e delle sue contraddizioni. Si tratta del passaggio dal capitalismo di Stato al socialismo: “con l’assunzione da parte dello Stato capitalistico dei mezzi di produzione il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all’apice, si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione” (sezione III dell’Antiduring, “Socialismo”, cap. II, “Elementi teorici”).

La questione del potere politico è centrale per la transizione al socialismo. La ragione di questa centralità risiede nel fatto che il proletariato, inevitabilmente subalterno nella società borghese – a differenza della borghesia, che fece la sua rivoluzione antifeudale avendo il possesso dei mezzi di produzione, essendo già egemone nell’economia -, non ha altra scelta che la conquista del potere politico per avviare attraverso esso la trasformazione dei rapporti di produzione.

Il proletariato al potere rompe il mercato mondiale, o meglio, stabilisce una serie di vincoli e controlli, regola la propria presenza nel mercato mondiale, attraverso la nazionalizzazione e il monopolio del commercio estero. Il capitale può investire nello Stato proletario, ma solo a certe condizioni: la sua sfera d’azione viene limitata e controllata dallo Stato. E’ l’idea che Lenin espone quando parla di “capitalismo di Stato” nella NEP.

La conquista del potere politico è intervenuta nella maggior parte dei casi grazie alla crisi violenta del sistema capitalistico sfociata nelle due guerre interimperialistiche mondiali.

Una parte consistente del globo si sottrasse ai meccanismi dominanti del mercato capitalistico mondiale e controllava, attraverso il potere statale, flussi di capitali, investimenti, transazioni commerciali. Non era fuori del mercato mondiale, ma ne limitava e controllava la penetrazione capitalistica nella propria area di influenza.

La dissoluzione dell’URSS e il rapido processo di restaurazione nei paesi dell’Europa centro-orientale costituiranno ancora a lungo oggetto di indagine storico-teorica. Alla sconfitta hanno contribuito molteplici fattori, che si sono concentrati e condensati tra il 1989 e il 1991. Possiamo tuttavia cercare di individuare alcuni fattori generali della crisi delle società di transizione.

A. La questione dell’immaturità delle forze produttive. Qui dobbiamo intendere la categoria marxiana di forze produttive non come un oggetto, macchine o tecnologia, ma come un insieme storicamente dato di macchine e lavoratori capaci di farle lavorare. Ciò richiede non solo la formazione culturale e professionale (che ha bisogno di anni), ma anche un grado di civiltà. E’ la scuola della fabbrica che attraverso la coercizione economica ha educato i lavoratori occidentali. Si pensi alle riflessioni di Gramsci in Americanismo e Fordismo. L’ultimo Lenin insistette molto sul concetto del “grado di civiltà” di un popolo per il passaggio alla forma superiore del socialismo.

B. Vi era anche immaturità della teoria per la gestione di un’economia socialista, quali il problema del calcolo economico in un’economia socialista e di una pianificazione ottimale. Nei testi teorici di Marx, Engels, Lenin e di tutto il marxismo precedente l’esperienza della rivoluzione d’Ottobre vi erano solo indicazioni di carattere molto generale.

Quando parliamo di proprietà sociale dobbiamo sempre pensare non solo e non tanto ad una cosa o ad una forma giuridica, ma a un rapporto effettivo sostanziale di proprietà di tutto il popolo. Per essere effettivamente proprietario il popolo deve poter gestire la proprietà – e deve saperla gestire, deve sapere come si fa, e ciò richiede un lungo e complesso apprendistato fatto di prove ed errori. Richiede tempi storici. La transizione è anche un lungo processo di apprendimento alla gestione della proprietà sociale. Per ragioni storiche determinate dall’aggressione e dall’assedio imperialista, dalla contingenza dello stato di necessità di salvare il potere politico, ciò non è stato possibile se non in limitate e parziali esperienze, né in URSS né nelle democrazie popolari. Alla forma giuridica della proprietà di tutto il popolo iscritta nella costituzione sovietica e delle democrazie popolari non è sempre corrisposta – o quasi mai – la sostanza dell’effettiva gestione della proprietà sociale. Questa implica a sua volta gestione degli organismi del piano, ecc.

Il fattore della direzione politica corretta. Nel crollo dell’89 alcuni gruppi dirigenti si lasciarono penetrare da ideologie borghesi e nazionalistiche, persero la bussola della direzione di classe, e i paesi naufragarono. Cuba invece, in una situazione economica e geopolitica molto più difficile (nel cortile di casa dello zio Sam) è riuscita, grazie ad una corretta direzione politica, a non naufragare, a resistere, a riprendersi. Sotto questo aspetto la questione del “tradimento revisionista” mantiene una sua attualità.

A 15 anni dalla sconfitta dei paesi socialisti in Europa, dopo lo sbandamento e il disorientamento dell’89 vi sono oggi segnali di ripresa del movimento operaio. Non vi è stato l’annientamento del movimento e dei partiti comunisti e socialisti, come i vincitori dell’89 si auguravano.

Dopo il 1989 l’offensiva neoliberista ha potuto dispiegarsi a tutto campo in Occidente, con l’attacco alle condizioni di lavoro e di vita delle masse, alle difese sociali conquistate con dure lotte e concesse dalla borghesia anche perché c’era da controbilanciare un modello alternativo rappresentato dall’URSS e dalle democrazie popolari.

Il capitale occidentale ha avuto negli ultimi 15 anni condizioni particolarmente favorevoli:

– accesso libero in Europa centro orientale e balcanica, dove può investire a condizioni favorevolissime offerte dalla nuova borghesia compradora al potere all’est, con l’utilizzazione delle materie prime, in passato monopolio degli stati socialisti, e di una forza lavoro qualificata (formata a spese degli stati socialisti) a costo davvero basso.

– Ha avuto a disposizione mercati di sbocco per le merci occidentali, che hanno mandato al fallimento i produttori dei paesi ex socialisti.

– Ha usufruito dell’arrivo di masse di lavoratori dall’Europa orientale oltre che dall’Africa e da altri paesi capitalisticamente dipendenti, incrementando l’esercito di riserva per il capitale, che ha potuto in tal modo tenere fermi o ridurre in termini reali i salari dei lavoratori occidentali e usufruire sul mercato del lavoro di una massa di forza lavoro disponibile a lavorare a qualsiasi prezzo e condizione, ricattabile in quanto priva di diritti di cittadinanza.

Tuttavia, nonostante tutte queste condizioni favorevoli, il capitale occidentale segna oggi il passo – stagnazione o recessione – e non è uscito dalla crisi di sovrapproduzione. La crisi si manifesta nel lento e ridotto tasso di investimenti capitalistici in attività industriali, in infrastrutture, in ricerca e servizi; una massa di capitali inutilizzati si rivolge alla speculazione finanziaria e immobiliare, che riesce solo a rinviare il problema, ma non a risolverlo. Le crisi dei mercati per le “bolle speculative” si fanno più frequenti.

Una delle cause delle difficoltà delle economie europee va cercata nel modo in cui è stata condotta la transizione delle economie socialiste europee al libero mercato. Si è trattato in genere di una transizione selvaggia, da far west, che ha distrutto la ricchezza di questi paesi, dilapidato le risorse, cadute in mano di pochi voraci predatori: invece che aprire nuovi mercati solvibili (di compratori dotati di denaro disponibile per gli acquisti). L’avidità del capitale e la volontà di distruggere tutto quello che sul piano sociale e dei diritti dei lavoratori il socialismo dei paesi dell’est aveva costruito, si sono rivoltati come un boomerang sul capitale stesso. L’annessione della Germania est ha rappresentato sinora un peso piuttosto che un volano di sviluppo per l’economia tedesca. E la Germania ha scaricato i costi dell’annessione sui partner europei, contribuendo alla crisi della UE. Inoltre, le guerre jugoslave fomentate ampiamente dall’esterno, hanno reso l’area balcanica poco affidabile per gli investitori capitalistici esteri. In questo gli USA che sono stati tra i fomentatori più attivi del dissidio etnico – insieme alla Germania – hanno ottenuto il risultato per loro positivo di indebolire l’economia di un loro concorrente, la UE. I paesi dell’est sono stati considerati sinora scarsamente affidabili per gli investimenti capitalistici.

La crisi di sovrapproduzione irrisolta, lo smantellamento dello “stato sociale” all’ovest e all’est hanno prodotto negli ultimi anni un profondo disincanto. Il capitalismo ha perso tutto il suo smalto, si è tolta la maschera delle magnifiche sorti e progressive, ha perso attrattiva e capacità egemonica. Questo disincanto prende strade diverse: in alcuni casi i ricostituiti partiti comunisti e di sinistra sono riusciti a convogliarlo nella protesta sociale, in altri ha preso la strada di ideologie nazionaliste di destra e di tipo fascista.

La crisi del progetto politico della UE, manifestatasi platealmente con i voti ai referendum francese e olandese dimostra l’attuale difficoltà dei dirigenti borghesi di governare. Essi non riescono a innescare sviluppo, ottengono decrescita invece di crescita, rendono più precaria la vita delle masse. Tutte le ricette che le socialdemocrazie o le destre propongono per il futuro sono promesse di lacrime e sangue, riaggiustamenti di bilancio, non sanno inventare strategie espansive e non riescono neppure a promettere compromessi sociali, una “nuova frontiera” di sviluppo e benessere…

Si acuiscono le contraddizioni interimperialistiche. Basti confrontare la situazione della prima guerra del Golfo contro l’Iraq nel 1991, quando una mega coalizione di stati guidati dagli USA intervenne compatta e sotto l’egida dell’ONU contro Saddam Hussein, e la seconda guerra del 2003, alla quale si sono rifiutati di partecipare i due paesi più importanti del nucleo storico fondatore dell’UE, Francia e Germania.

Quali possibilità si aprono ai comunisti nella fase attuale? Quali compiti si possono essi prefiggere tenendo ben fermo l’obiettivo della transizione al socialismo? La situazione è a doppio taglio, o bloccata. Le classi borghesi non hanno più egemonia, non sanno bene come procedere, ma il proletariato organizzato non ha la forza per prendere in mano la situazione.

La strategia che nelle condizioni attuali i comunisti possono adottare deve basarsi sulla “guerra di posizione”, per dirla con Gramsci. Si tratta cioè di attrezzarsi per strappare e conquistare posizioni utili per il movimento operaio in una guerra contro il capitale che non può essere vinta in un sol colpo, ma attraverso una lunga fase storica.

La questione della forma dello Stato nella fase attuale diviene ancor più centrale per la transizione. Si parla oggi di esaurimento storico della forma dello stato nazionale capitalistico, che sarebbe una base troppo ristretta rispetto all’espansione dei capitali transnazionali. Tuttavia, ciò non accade in maniera uguale per tutti gli Stati: l’imperialismo mondiale si declina secondo una scala gerarchica di superstati e semistati. Il capitalismo di Stato, nella forma di un’enorme spesa pubblica per gli armamenti, tale da fungere da volano per la ripresa economica anche in altri settori, non è affatto estinto nel paese che si dipinge quale il più tenace assertore del liberismo. La teoria del superamento definitivo dello Stato nell’epoca della globalizzazione serve a smantellare gli apparati degli stati per farli dominare meglio e sottometterli al capitale e ai superstati – si vedano gli USA – i cui apparati sono sempre più rafforzati.

La difesa dello Stato nazionale e della sua possibilità di controllare se non gestire alcuni settori economici strategici – energia comunicazioni trasporti – fa parte di un programma di transizione. La difficoltà di una battaglia per un ritorno e rafforzamento del settore pubblico dell’economia è data dal fatto che il settore pubblico in realtà ha spesso funzionato come servizio del privato. Nel battersi per un ritorno e consolidamento del settore pubblico, occorre trovare strategie che consentano di rendere il pubblico effettivamente pubblico, nel quale cioè sia presente la gestione dei cittadini, attraverso consigli e comitati di gestione, assemblee, ecc. Dobbiamo affrontare il difficilissimo compito di educare e far fare esperienza alle masse sulla gestione pubblica, collettiva e trasparente di scuola, servizi sociali e anche settori chiave dell’economia. Questo lavoro è oggi molto difficile, ma non impossibile e disperato. Noi non possiamo concepire la transizione al socialismo senza una grande partecipazione di massa, senza che la direzione e gestione sociale dell’economia diventi un’abitudine per milioni di persone. E’ questo che è mancato – per ragioni storiche oggettive oltre che per errori soggettivi su cui è tutta aperta l’indagine storica – alle esperienze socialiste dell’Europa orientale e dell’URSS, salvo alcuni momenti iniziali o di breve durata. Ampliare e sviluppare gli spazi di agibilità politica e di democrazia.

Lo sviluppo di un movimento cooperativo – dei contadini, o della piccola produzione o del commercio o anche dei consumatori – è anch’esso una forma possibile di conquista di posizioni sulla strada della trasformazione socialista, contro lo strapotere dei monopoli transnazionali. E’ oggi particolarmente difficile rilanciare la cooperazione, anche a causa del dominio del capitale bancario che strangola col credito i piccoli produttori.

Infine, ma non ultima in ordine di importanza, la lotta contro la guerra e contro la partecipazione del proprio paese alle guerre imperialiste. E’ una lotta fondamentale che comprende due obiettivi: da un lato indebolisce l’egemonia dell’imperialismo più pericoloso e aggressivo oggi, gli USA, dall’altro rilancia l’internazionalismo del proletariato e dei popoli contro i signori della guerra. Questa lotta che i comunisti conducono coerentemente può unire attorno a loro una grande massa della popolazione.

La strategia che qui si sta delineando riprende molto dell’elaborazione di Palmiro Togliatti sulla “democrazia progressiva” e la possibile transizione al socialismo in un paese come l’Italia nel quale la costituzione del nuovo Stato dopo il fascismo, la repubblica democratica, risultava da un accordo tra le forze cattoliche, socialiste, comuniste, liberaldemocratiche – che avevano vinto il fascismo. Si trattava di uno Stato caratterizzato ancora essenzialmente dal diritto borghese e dal riconoscimento della proprietà borghese, ma che al tempo stesso inseriva nella sua costituzione degli elementi che limitavano questo diritto di proprietà e rivendicavano un uso sociale della stessa. Si trattò di una forma nuova di costituzione di uno Stato di transizione, nel quale si apriva sin da subito la lotta per indirizzarlo in un senso o nell’altro. Per tutta una fase storica questa costituzione repubblicana ha consentito la lotta dei comunisti per la applicazione della costituzione e si sono ottenute alcune conquiste significative sul terreno dei diritti civili e dei diritti sociali e del lavoro. Non è un caso che dopo il 1989 sia partito un duro attacco alla costituzione repubblicana non solo dalle forze dichiaratamente borghesi di destra e fasciste, ma anche dagli ex comunisti passati nel campo del libero mercato, che hanno voluto modificarla in senso maggioritario e presidenzialistico, trasformandola in una costituzione liberaldemocratica e non sociale come essa era, riportandola nell’alveo delle costituzioni borghesi per togliere qualsiasi possibilità di transizione socialista.

Riprendere il cammino interrotto, facendo tesoro dell’esperienza passata, ma senza liquidarla, nella consapevolezza che questo mondo dominato dal sistema capitalistico e dall’imperialismo più feroce vive profonde contraddizioni, che tendono ad acuirsi e rispetto alle quali i comunisti possono intervenire per spostare i rapporti di forza, in una transizione che non può essere l’affare di un giorno o di un mese o di un anno, ma è un processo lungo, nel corso del quale la lotta delle classi contrapposte difficilmente termina con una soluzione netta di netto prevalere dell’una sull’altra (come è potuto accadere con le rivoluzioni del XX secolo in Russia e Cina), ma con una compresenza di esse. I comunisti devono saper consolidare le posizioni conquistate a tutti i livelli, non solo economico, ma istituzionale, politico-statuale, e poter avviare processi costituenti che garantiscano l’ulteriore avanzamento.

A differenza di tutti gli altri movimenti e partiti che anche si battono nella società per diritti civili o contro discriminazioni e ingiustizie, i comunisti hanno ben chiaro il fine a cui tendere, l’abolizione (Aufhebung) della proprietà privata capitalistica in proprietà sociale. Ma tale abolizione deve essere effettivamente tale e non limitarsi alla sola forma giuridica.

E’ un compito di lunga lena, ma i comunisti, che hanno tutta una storia alle spalle con cui fanno seriamente i conti senza buttarla alle ortiche, i comunisti che hanno saputo resistere all’ondata più violenta del 900 che voleva cancellarne non solo l’organizzazione, ma l’idea stessa bollandola come deleteria e fallimentare, essi hanno oggi un percorso da compiere insieme con i proletari di tutto il mondo, lottando nel presente con una chiara prospettiva futura.

Cammino molto più lungo, difficile, complesso di quanto non supponessero i primi teorici del marxismo e di cui cominciò ad avere consapevolezza l’ultimo Lenin. La transizione al socialismo comprende un’intera epoca storica ed implica diversi livelli – economico, giuridico, istituzionale, teorico, culturale – ma è un compito posto oggi dalle crescenti e irrisolte contraddizioni del capitale.

E’ un compito che i comunisti oggi possono assumersi anche in memoria del sacrificio di quanti avviarono in condizioni ampiamente immature le prime esperienze di transizione imperfetta, dalle quali tanto abbiamo da imparare.

Per avanzare lungo questo complesso percorso occorre una forte direzione politica, grande chiarezza teorica, duttilità nella tattica e fermezza sugli obiettivi ultimi; occorrono forti partiti comunisti strettamente legati tra loro in una comune politica internazionalistica.

*Sintesi di un intervento tenuto al Seminario di Studi organizzato dall’Istituto di teoria e analisi del Partito Comunista di Boemia e Moravia a Praga il 24 settembre 2005