LA STRATEGIA DELLA “DIFESA” USA

Sono qui riportati (per l’originale versione in lingua inglese consulta il sito http://www.newamericancentury.org/) i due documenti chiave relativi alla cosiddetta “difesa” Usa (anzi, da loro stessi definita semplicemente “americana”).
Il primo – noto solo per un primo abbozzo segreto, rivelato dal New York Times – è quello conosciuto col nome di “Guida di pianificazione della difesa (1994-1999)”. Pubblicato sul quotidiano Usa il 3 agosto 1992, esso fu sviluppato da un gruppo guidato dal gen. Paul Wolfowitz, dopo la fine della “guerra fredda” coincidente con l’abbattimento del “muro di Berlino” (1989) e subito a ridosso della prima guerra del Golfo, per la ridefinizione dei compiti della “nuova Nato” in funzione di piena subordinazione agli Usa stessi. Il principale estensore di questa “guida”, Wolfowitz appunto, era all’epoca, già da anni, uno dei più accreditati strateghi occulti del Pentagono; ora è sottosegretario di Rumsfeld, al ministero della “difesa” con Bush jr.

Il secondo documento, invece, è la versione integrale, reperibile in rete – formulata dall’associazione “educativa non profit”, cosiddetta “Progetto per un nuovo secolo americano” – col nome di “Ricostruendo le difese americane: strategia, forze e risorse”, del settembre 2000. Anche questo testo, e l’associazione che l’ha scritto, ha avuto la partecipazione attiva dello stesso Wolfowitz, a fianco del citato Rumsfeld e del vice presidente Dick Cheney, insieme a tanti altri (come precisato appresso). Esso, dopo che l’associazione Pnac riprese i precedenti lavori militari di Wolfowitz & co. nel 1997, fu reso pubblico nel 2000 – cioè assai tempo prima degli eventi di Manhattan e delle aggressioni all’Afghanistan e all’Irak, già ampiamente previsti da quel documento.

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LA MIGLIOR DIFESA È L’ATTACCO

1 # Guida di pianificazione della difesa Usa (Paul Wolfowitz 1992)

Il New York times del 3 agosto 1992 pubblicò in anteprima ampi stralci, allora riservati, della cosiddetta “guida di pianificazione della difesa” Usa [defense planning guidance]. Quel testo di 46 pagine si riferiva, per l’intanto, al quinquennio 1994-99, ma avrebbe dovuto poi essere sviluppato, com’è avvenuto, sia per l’intero apparato militare Usa (più offensivo che difensivo, naturalmente), sia per disegnare i compiti asse-gnati alla nuova Nato. La “guida” era cosa del Pentagono e del Consiglio per la sicurezza nazionale, a completa insaputa del parlamento. Essa fu stilata dal gen. Paul Wolfowitz, allora quasi sconosciuto ai più; ma non lo era all’ex capo della Cia e all’epoca presidente Usa, George Bush sr, al suo ministro della “dife-sa” Dick Cheney, oggi vicepresidente di Bush jr, o al capo di stato maggiore Colin Powell, oggi segretario di stato. Ora Wolfowitz – dopo essere passato, prima dell’elezione di Bush jr, attraverso la notoriamente so-spetta Johns Hopkins university (dove “insegna” anche Brzezinski), contribuendo da lì alla stesura della co-siddetta “ricostruzione strategica delle difese americane” [rebuilding America’s defenses: strategy, forces and resources], per conto dell’iniziativa detta “progetto per un nuovo secolo americano” [project for a new ame-rican century – Pnac] – è stato “promosso” sottosegretario alla “difesa” (che, almeno, fino agli inizi del XX secolo si diceva onestamente “della guerra”). Insieme a Wolfowitz lavorò anche l’oscuro Lewis Libby, che attualmente ricopre pure lui un’importante carica governativa al seguito di Cheney.
Pubblicammo già su la Contraddizione, fin dal no. 29 (riprendendo e richiamando la cosa ulteriormente) brevi commenti alla questione. Tuttavia oggi ci sembra che sia particolarmente rilevante – di fronte alla molteplice aggressione militare dell’imperialismo Usa, con particolare riferimento all’Irak-bis, dopo Bo-snia, Serbia e Afghanistan – riproporre più dettagliatamente, anche se non nell’intera eppure incompleta stesura del Nyt già troppo estesa, i temi affrontati in quel documento (che comunque è possibile trovare in rete alle pagine del quotidiano di New York). Non occorre dire che qui si tratta solo di una scheda informa-tiva, poiché il testo che segue traduce testualmente (e in parte riordina, essendoci ripetizioni e spostamenti effettuati dal giornale di New York) le parti salienti della nota giornalistica e non contiene certo alcuna ana-lisi marxista; analisi che noi tuttavia abbiamo diffusamente già fatto a proposito della crisi e trasformazione di fase dell’imperialismo a base Usa, cui rimandiamo. Si ricordi ancora che la nota che segue risale a più di dieci anni fa, al lontano 1992. [*.*]

Il piano strategico Usa vuole assicurarsi che l’eventuale risorgere di qualsiasi nemico – tale da rappre-sentare una minaccia del tipo di quella precedentemente costituita dall’Urss, sul territorio dell’ex Urss stessa o altrove, in Europa occidentale, Asia orientale e in Asia sudoccidentale – non sia capace di dominare un’area le cui risorse potessero essere sufficienti per sviluppare una superpotenza mondiale unificata. “Occorre prevenire ogni forza ostile di tal genere”. Il Pentagono delinea le modalità della missione politica e mi-litare, nell’era del dopo guerra fredda, con cui stroncare le velleità di contrapporsi alla supremazia Usa. Il ministro della difesa, Dick Cheney, sostiene che gli Usa devono “convincere i potenziali concorrenti che non hanno bisogno di aspirare a un ruolo più importante, né di assumere un atteggiamento più aggressivo, per proteggere i loro legittimi interessi”. Una sola superpotenza, quella Usa, che domini il mondo, può mantene-re tale sua supremazia con l’appoggio costruttivo e la forza militare sufficiente per dissuadere da una sfida qualsiasi nazione o gruppo di nazioni.
Per far ciò è sufficiente che gli Usa “si facciano carico degli interessi delle nazioni industriali avanzate, così da scoraggiarle a contenderne la guida o dal tentare di capovolgere l’ordine politico ed economico costi-tuito”. Si tratta di un “dominio benevolo” da parte di una sola potenza; con ciò il Pentagono cancella la stra-tegia internazionalista che, come esito della II guerra mondiale, è emersa dalla decisione delle cinque poten-ze vincitrici di affidare all’Onu la mediazione su dispute e contrasti violenti. A tale scopo, non solo è richie-sto il mantenimento della forza esistente, ma si fornisce anche una dettagliata giustificazione per la proposta del governo Bush [sr] di portare la “forza base” a 1,6 mln di militari per un costo di circa 1,2 mrd $ in cinque anni. Conseguentemente, si esercita “una prelazione su Germania e Giappone” per impedire un loro sostan-ziale riarmo, specialmente nucleare. Questa è definita la vittoria “meno visibile”, raggiunta alla fine della guerra fredda, consistente nella “integrazione di Germania e Giappone in un sistema di sicurezza collettiva a guida Usa, con la creazione di zone di pace”.
Un simile obiettivo strategico spiega, da parte del Pentagono, la più volte ripetuta sottolineatura di usare la forza militare, se necessaria, al fine di prevenire la proliferazione di armi nucleari in paesi quali Corea del nord, Irak, alcune delle repubbliche ex Urss, ed Europa. La proliferazione nucleare, se non controllata dall’azione di una superpotenza, potrebbe indurre Germania, Giappone o altre potenze industriali a fornirsi di armi nucleari per dissuadere nemici regionali. Ciò li porterebbe verso una competitività con gli Usa e, in una crisi che colpisse interessi nazionali, a una rivalità militare. “Le forze nucleari Usa costituiscono un’importante barriera deterrente contro la possibilità di una rinnovata o imprevedibile sfida mondiale, e al tempo stesso dissuadono altri a usare armi di distruzione di massa attraverso una minaccia di rappresaglia”.
L’azione dell’Onu è ignorata. Vi sono ampi riferimenti all’azione collettiva dell’Onu, che ha garantito l’assalto delle forze alleate all’Irak in Kuwait e che vuole costringere Saddam Hussein a rispettare gli obbli-ghi di cessate il fuoco. Le coalizioni fanno notevole affidamento sulle “azioni collettive” come nella guerra del Golfo, ma gli Usa “pensano a future coalizioni messe insieme ad hoc, che non debbano durare più a lun-go della crisi da affrontare, e che in generale siano chiamate a sottoscrivere solo accordi di massima sugli o-biettivi da raggiungere”. Ma ciò che più conta è “il significato per cui l’ordine mondiale è in ultima analisi sostenuto dagli Usa”, i quali “prevedono di agire da soli qualora l’azione collettiva non possa essere delinea-ta”, ovvero in una crisi che richieda una risposta rapida.
I funzionari del governo Bush hanno per un certo tempo dichiarato pubblicamente di voler lavorare nell’ambito dell’Onu, ma si sono sempre riservati la possibilità di agire unilateralmente o tramite coalizioni specifiche, qualora fosse necessario, per proteggere vitali interessi Usa. Tuttavia, tali dichiarazioni pubbliche non avevano ancora eliminato la possibilità di un bilanciamento del potere Usa se la sicurezza mondiale l’avesse richiesto o se altre nazioni avessero privilegiato un’azione collettiva internazionale sotto l’egida dell’Onu. Viceversa, qui si delinea un mondo in cui c’è una sola forza militare dominante i cui dirigenti “devono mantenere le condizioni di dissuasione dei concorrenti potenziali, anche dalla semplice aspirazione a ricoprire un ruolo più importante locale o mondiale”.
Le istruzioni del piano di difesa, normalmente biennali, vòlte a preparare forze, bilanci e strategie, rappre-sentano tuttavia il primo documento (decennale) prodotto dopo la fine della guerra fredda. In tal senso, esso comprende alcuni “scenari esemplificativi” circa possibili futuri conflitti esteri che possono condurre le forze armate Usa al combattimento. Tali scenari ipotizzano guerre locali ancora contro l’Irak e contro la Corea del nord, come pure una possibile aggressione russa alla Lituania, oltre ad altre minori emergenze militari per gli Usa. Per questi ipotetici conflitti si dànno specifiche istruzioni ai comandanti militari, sul tipo di minacce che possono aversi e sul conseguente equipaggiamento e preparazione delle forze armate, oltre alle strategie da seguire.
Circa le future minacce, si sottolinea come “l’effettivo impiego di armi di distruzione di massa, anche in conflitti che non coinvolgano direttamente interessi Usa, possa indurre a un’ulteriore proliferazione a sua volta capace di minacciare l’ordine mondiale. Gli Usa possono trovarsi di fronte all’opportunità di compiere passi militari per prevenire lo sviluppo o l’uso di armi di distruzione di massa” [corsivo nostro – ndr], passi che possono includere la “prelazione” per l’incombenza di un attacco con armi nucleari, chimiche o biologi-che, ovvero “punire gli aggressori o minacciarli di punizione con vari mezzi”, compresa la distruzione degli impianti che costruiscono tali armi.
“La crescente crisi cubana conferma le prospettive per un cambiamento positivo, ma a tempi brevi la fra-gile situazione interna può ingenerare nuove sfide per la politica Usa. Conseguentemente, si devono poter prevedere diverse evenienze che vanno dalla sbarco di profughi, alla provocazione militare contro gli Usa o i suoi alleati, dall’instabilità politica a un conflitto interno”. Siccome “sia Cuba che Corea del nord sembra che stiano entrando in un periodo di grave crisi – soprattutto economica, ma anche politica – ciò può condur-re i loro governi a compiere azioni altrimenti irrazionali, potenziale che c’è anche in Cina”. Viceversa, la frammentazione dell’apparato militare dell’Urss ha tolto alle potenze statuali, che da essa sono nate, ogni possibilità di ingaggiare guerre mondiali convenzionali. “Ma ciò non elimina il rischio di stabilità in Europa a causa di un possibile ritorno di nazionalismo in Russia o del tentativo di riassorbire nella Russia le nuove repubbliche indipendenti di Bielorussia, Ukraina e altre”.
Sebbene i programmi nucleari Usa siano cambiati “a seguito dei positivi sviluppi negli stati dell’ex Urss”, le armi nucleari strategiche continuano a essere puntate sui gangli degli impianti militari dell’ex Urss. La lo-gica di ciò è che gli Usa “devono continuare a reputare ancora a rischio tali impianti che i presenti – e futuri – dirigenti russi o altri nemici nucleari possono ancora considerare validi”, perché la Russia rimane “l’unica potenza al mondo capace di distruggere gli Usa”. Finché l’arsenale nucleare russo non è reso inerme, gli Usa “continuano ad aver di fronte la possibilità di significative forze nucleari strategiche nelle mani di coloro che possono tornare a regimi chiusi, autoritari e ostili”. Ciò esige la “sollecita introduzione” di un sistema anti-missilistico planetario.

In Europa, secondo il Pentagono, la Nato continua a garantire l’indispensabile fondamento per una sicu-rezza stabile. Perciò “una sostanziale presenza Usa, con una perdurante coesione nell’alleanza occidentale, rimane essenziale” sia per la sicurezza e difesa europea, sia come canale per la partecipazione e l’influenza Usa negli affari europei concernenti la sicurezza. Mentre gli Usa sostengono l’obiettivo dell’integrazione eu-ropea, devono al contempo “prevenire il sorgere di organismi di sicurezza esclusivamente europei che mine-rebbero la Nato”, e in particolare la struttura di comando integrata dell’alleanza.
Con l’eliminazione delle armi nucleari a corto raggio dall’Europa, gli Usa non pensano al ritiro totale de-gli aerei dotati di testate nucleari dalle basi europee, perché, nel caso del riaccendersi di una minaccia da parte della Russia, occorre difendere anche i territori dell’est europeo, “se l’alleanza atlantica dovesse deci-dere così”. Con questa decisione si intende esplicitamente difendere i paesi dell’ex Patto di Varsavia dalla Russia. Gli Usa non devono dimenticare la lunga serie di conflitti tra gli stati dell’Europa orientale e l’ex Urss; vogliono pertanto estendere ai paesi dell’Europa centrorientale le stesse norme di sicurezza valide per Arabia saudita, Kuwait e altri stati arabi del golfo Persico. La via più promettente per ancorare gli europei centrorientali all’occidente e per stabilizzare le loro istituzioni democratiche è la loro partecipazione agli or-ganismi politici ed economici occidentali. La prima opportunità è data dall’allargamento della Comunità eu-ropea, al più presto, ai paesi dell’Europa orientale, e dai collegamenti con una più vasta Nato.
L’ex Urss acquisì ricchezza e forza mondiale grazie a un forte controllo delle risorse sul proprio territorio. Per assicurarsi che nessuna potenza ostile riesca a impossessarsene, occorre sostenere i nuovi stati (partico-larmente Russia e Ukraina) nel diventare democrazie pacifiche a economie di mercato. La migliore opportu-nità per gli Usa è stabilire rapporti di collaborazione democratica con la Russia e con le altre repubbliche. Al-lo stesso tempo occorre impedire che quelle democrazie falliscano, rischiando che regimi autoritari e mili-tarmente aggressivi possano riemergere in Russia e negli altri paesi, diffondendo il conflitto nell’ex Urss e in Europa orientale. Nell’immediato, gli Usa devono verificare la capacità della Russia e delle altre repubbliche a smilitarizzare le loro società, riconvertire la produzione militare verso usi civili, eliminare, o ridurre drasti-camente come nel caso della Russia, gli armamenti nucleari e impedire la diffusione della ricerca e della tec-nologia militare avanzata verso altri paesi.
Il collasso dell’Urss e la disintegrazione del suo “impero”, così come il discredito dell’ideologia comuni-sta ha determinato una situazione nuova. Un nuovo contesto internazionale è stato definito anche dalla vitto-ria degli Usa e dei suoi alleati sull’aggressione [sic] irakena. Con la fine della minaccia complessiva rappre-sentata dall’Urss, i principali problemi Usa riguarderanno minacce locali, compresi conflitti nel territorio ex Urss. Queste probabilmente si manifesteranno in zone delicate per la sicurezza di Usa e alleati, quali Europa, Asia orientale, Medioriente, Asia sudoccidentale, e territori dell’ex Urss; inoltre anche in America latina, Oceania e Africa subsahariana. In ogni caso, preoccupazione Usa è “prevenire la dominazione di tali regioni da parte di una potenza ostile”. In effetti, le vaste riserve minerarie del sud Africa non sono meno importanti, per gli Usa, del petrolio del golfo Persico, così come quelle di materie “strategiche e determinanti” nelle parti centrali e meridionali del continente. L’attuazione del piano deve, perciò, tener conto degli eventuali som-movimenti economici che possono verificarsi in Zimbabwe, Zaire e Zambia, per non dire della Nigeria che è considerata la “chiave politica di tutta l’Africa nera”.
In Medioriente e in Asia sudoccidentale, l’obiettivo è “rimanere la potenza predominante nell’area per continuare a garantire l’accesso di Usa e occidente al petrolio della zona”, cercando anche di controbattere “ulteriori aggressioni, incoraggiare la stabilità, proteggere i cittadini e le proprietà Usa e salvaguardare l’accesso alle vie di comunicazione aeree e marittime”. Come ha dimostrato “l’invasione irakena del Ku-wait”, è di fondamentale importanza prevenire la formazione di uno schieramento di forze capace di egemo-nizzare l’area. Ciò riguarda “in particolar modo la penisola araba”. Perciò gli Usa devono continuare a eser-citare sia una deterrenza sviluppata sia una migliore sicurezza cooperativa.

Dal centro dell’Eurasia è improbabile che possa provenire, per molto tempo ancora, una minaccia mon-diale convenzionale alla sicurezza Usa e occidentale. Anche nell’ipotesi che alcuni dirigenti nell’ex Urss vo-lessero restaurare l’impero perduto o minacciare in altro modo gli interessi mondiali, la sconfitta degli alleati del Patto di Varsavia e il continuo dissolvimento del potenziale militare richiederebbero, per una loro spe-ranza di successo, anni di riorientamento strategico e ideologico, di ricostruzione e ridislocazione della forza; a sua volta ciò potrebbe verificarsi solo a seguito di un lento riallineamento politico e controllo economico, verso forme autoritarie e aggressive. Inoltre, qualsiasi sollevazione politica entro l’ex Urss molto probabil-mente si tradurrebbe in ostilità interne piuttosto che manifestarsi in un qualche sforzo strategico per l’espansionismo esterno, al di là dei propri confini.
Occorre prevenire anche “l’ulteriore corsa agli armamenti nucleari nel subcontinente indiano. A tal fine, lavorando con entrambi i paesi, India e Pakistan, per farli aderire al trattato di non proliferazione nucleare, si possono porre le loro riserve di energia nucleare sotto il controllo dell’agenzia internazionale per l’energia atomica”. Occorre scoraggiare le aspirazioni egemoniche indiane verso gli altri stati del sud Asia e dell’oceano indiano. Quanto al Pakistan, “un costruttivo rapporto militare con gli Usa costituirà un importan-te elemento strategico per promuovere condizioni di sicurezza stabile nell’Asia sudoccidentale e centrale”. Gli Usa devono perciò agire per ricostruire la propria funzione militare in funzione di risoluzioni accettabili circa le sue questioni nucleari.
Lo stesso vale per l’Asia orientale. La difesa della Corea del sud rimarrà probabilmente una delle più im-portanti evenienze locali. In Asia c’è la maggiore concentrazione mondiale di stati comunisti tradizionali, aventi valori, governi e politiche decisamente differenti da quelli occidentali. Lì gli Usa “devono mantenere la loro condizione di forza militare di prima grandezza”, per rafforzare le basilari relazioni economiche e po-litiche lungo le coste del Pacifico. Ciò contribuirà alla “sicurezza e stabilità dell’area, in mancanza di una forza egemone locale”. Inoltre, qualsiasi ritiro prematuro delle forze armate Usa potrebbe provocare una rea-zione inattesa da parte giapponese “i cui effetti potenzialmente destabilizzanti su alleati significativi, quale è il Giappone ma anche la Corea del sud, devono essere considerati”.
La strategia Usa, bloccando la possibile ripresa di qualsiasi futuro potenziale concorrente mondiale, non deve più fronteggiare una minaccia planetaria e neppure una qualche potenza ostile, non democratica, che volesse dominare un’area avversa agli interessi Usa. Si possono così affrontare le minacce a un livello più basso e a costi inferiori, mentre ci si può preparare a ricostituire forze aggiuntive che potrebbero risultare ne-cessarie per controbattere il riemergere di una minaccia mondiale.
“Per far ciò, occorre incidere sulle possibili cause di instabilità e sui conflitti locali per promuovere un crescente rispetto del diritto internazionale, limitare la violenza e incoraggiare la diffusione di forme demo-cratiche di governo e di sistemi economici aperti”. Tali obiettivi sono particolarmente importanti per allonta-nare conflitti o minacce da aree importanti per la sicurezza Usa a causa della loro vicinanza (come l’America latina) o per l’esistenza di trattati di sicurezza. Gli Usa “non vogliono diventare il “poliziotto del mondo” as-sumendosi il compito di raddrizzare ogni torto, ma si prendono la preminente responsabilità di rivolgersi par-ticolarmente a quei torti che minacciano non solo gli interessi Usa ma anche quelli di alleati e amici, o che potrebbero seriamente destabilizzare le relazioni internazionali”. Vari tipi di interessi Usa possono rientrare in tale casistica: accesso a materie prime fondamentali, anzitutto il petrolio del golfo Persico; proliferazione di armi di distruzione di massa e missili balistici; minacce ai cittadini Usa da parte di terroristi [sic!], conflitti locali, e minacce alla società Usa da parte di narcotrafficanti.

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2 # Ricostruendo le difese “americane” (Pnac 2000 – un nuovo secolo Usa)

Si riportano qui appresso numerose documentazioni sul secondo studio prima citato, edito a cura della ricordata “organizzazione educativa” [sic!] non profit Usa Pnac [che ha sede nella diciassettesima strada di Washington – cfr. ], e diffuso giornalisticamente da John Pilger [cfr. ]; il testo integrale (che è molto esteso, circa 300 mila caratteri) lo ab-biamo trovato al sito della Diocesi di Pueblo [?!], in Colorado [] . Data la sua lunghezza si possono citare solo alcuni più rilevanti passaggi e la sintesi dei principali punti chiave. Sia queste sintesi, sia i diversi commenti che spesso riportano (non virgolettate) parti del testo del documento stesso, tuttavia, sono tratti e tradotti testualmente da quanto trovato in rete al proposito; ovviamente si sono fatte le opportune ed evidenti interpolazioni redazionali per rendere scorrevole il presente testo. [*.*]

“Il processo di trasformazione sarà probabilmente lungo, a meno che non accada qualche evento cata-strofico e scatenante – come una nuova Pearl harbor”, si legge nel Pnac del 2000 [si osservino le date]. A meno che …: ma per caso [per caso?] la catastrofe è accaduta, col crollo delle due torri. Diversi commentato-ri hanno definito codesta osservazione come una “premonizione” [noi, alla “curiosa” coincidenza attuale con gli eventi di Pearl harbor, dedicammo tempestivamente una ricca documentazione nel no. 87 della fine del 2001]. Donald Rumsfeld, in un suo successivo rapporto divulgato l’11 gennaio 2002, ha pure lui sottolineato la “crescente vulnerabilità degli Stati uniti” ad una “Pearl harbor” – spaziale ha rincarato la dose (… overdo-se), auspicando una mobilitazione militare di “alta tecnologia” – e ha proposto di affrontare il rischio fornen-do “al presidente la disponibilità di armi spaziali quali deterrente, se necessario, contro possibili minacce per difendere gli interessi americani da attacchi nemici”.
Ancora prima, sempre Rumsfeld, sùbito il 12 Settembre 2001, senza alcuna prova su chi potessero essere stati gli eventuali dirottatori degli aerei, chiese l’immediato attacco contro l’Irak. A quanto ha riferito sul Wa-shington post Bob Woodward (il giornalista del “Watergate”), secondo lo stesso Rumsfeld l’Irak era già previsto come “uno dei principali obiettivi del primo intervento di guerra al terrorismo”. Christopher Maletz, vicedirettore del Pnac, ha spiegato che “una nuova Pearl harbor” stava a significare che “senza un disastro o un evento catastrofico” né i politici né i militari avrebbero approvato “il necessario aumento degli stanzia-menti per il bilancio della difesa”. Dopo l’attacco dell’11 settembre il parlamento Usa ha immediatamente “stanziato 40 mrd $ per iniziare la guerra al terrorismo”.
Fortunatamente perciò, chi giornalisticamente se ne intende [come, tra gli altri, Tom Barry , analista del centro risorse interemisferico (Interhemispheric resource center) , e condirettore di Foreign policy in focus ], conoscendo bene i precedenti storici decennali, ha asserito in un suo scritto che “l’11 settembre non ha cambiato niente”. Anche noi non abbiamo fatto altro che insistere su ciò, da allora in poi. Altri hanno osservato che la “nuova strategia per la sicurezza” non è caduta dal cielo all’improvviso come reazione al terrorismo dell’11 settembre 2001. Al contrario, piut-tosto, quella catastrofe ha spalancato le porte – et pour cause, direbbero i francesi – alla drastica strategia di autodifesa preventiva dell’espansione militare Usa nel mondo.
Il gruppo di lavoro di estrema destra del Pnac fa capo, nel governo di Bush jr, alla fazione autodefinita dei “vulcani” di Cheney e Condoleeza Rice, col reaganiano George Schultz, e che ha come collaboratori di-retti anche Paul Wolfowitz (estensore nel 1992 della ricordata Dpg), Richard Perle, Richard Armitage, James Kelley e John Negroponte. [Per inciso, è stato fatto notare come anche Linda Tripp, l’“amica repubblicana” all’origine del caso Lewinsky, fosse ufficialmente impiegata come funzionaria civile del Pentagono, ma da sempre in forza ai guerrafondai dei servizi segreti Usa].
Tutta questa iniziativa, come appena accennato, è servita per portare il finanziamento del Pentagono dai 310 mrd $ dell’ultimo Clinton ai 469 mrd $ stanziati per il 2007, denotando una pervicace capacità del com-plesso militare-industriale. Il governo Clinton aveva ridotto la spesa militare di circa 40 mrd $ l’anno, scen-dendo ai 277 mrd $ nel 1996. Il centro per l’adeguamento del bilancio strategico ha stimato attualmente un’insufficienza di stanziamenti annui di quasi 50 mrd $. Gli Usa sono arrivati a spendere per la difesa meno del 3% del pil, il “livello più basso da quando come potenza si sono stabiliti alla guida del mondo”. Il pro-gramma del Pnac, per “soddisfare le richieste strategiche poste all’unica superpotenza del mondo, prevede l’innalzamento del bilancio al 3,8% del pil”, arrivando a un aumento di almeno 100 mrd $ nel periodo qua-driennale.
“Se il bilancio della difesa rimanesse com’è ora, sarebbe impossibile conservare il predominio militare Usa nel mondo, e le forze armate risulterebbero insufficienti e obsolete. Un ulteriore taglio delle spese, dell’ordine del 30% dai livelli attuali, con una riduzione complessiva di più della metà dai tempi della guerra fredda”, renderebbe “chiaramente inadeguata la trasformazione e la modernizzazione necessarie per le mis-sioni odierne e per la strategia militare nazionale”. La nuova strategia di rapida militarizzazione all’interno, accompagnata dall’espansione militare Usa all’estero, da “misure proattive di antiproliferazione” e da una politica di “primo colpo” nucleare anche contro potenziali nemici che non dispongano di armi atomiche, ha esiti prevedibili.
Ora, siccome il XX per gli Usa è stato un “ secolo breve”, adesso essi puntano a prendersi anche il XXI. Ma per poter conservare questa “pax americana” durante tutto il secolo XXI, il rapporto Pnac conclude che “l’ordine mondiale deve trovare sicuro fondamento in un’indiscussa superiorità militare Usa”. È appena il caso di osservare che anche nel documento sulla strategia per la sicurezza nazionale (National security stra-tegy statement), diffuso dal secondo governo Bush (quello jr) nel settembre 2002, in occasione dell’anniversario dell’“evento” delle torri, si ritrovano aggiornate e precisate le linee già espresse nel Dpg di dieci anni prima e dal Pnac nel 2000. Il consiliori del clan Bush intende “difendere l’ordine mondiale combattendo contro terroristi e tiranni”, reagendo alle loro minacce e “scontrandosi con gli stati canaglia alla ricerca delle armi di distruzione di massa” (come ha ripetuto il reazionario Ikenberry), e “agendo contro simili minacce prima che esse siano completamente definite”.
“Da questo punto di vista la guerra al terrorismo deve essere vista come “facciata” per una strategia più ambiziosa di espansione del potere militare Usa nel mondo, specialmente in Eurasia, tagliando di netto tutti i legami multilaterali che hanno limitato la libertà d’azione e il potere di Washington”. Abbandonando il qua-dro di sicurezza collettiva, sono abbandonati i princìpi formulati più di mezzo secolo fa a base della vecchia Nato. La nuova “grande” strategia non riguarda solo la sicurezza nazionale Usa ma anche la “nuova” Nato. La Nato, infatti, è profondamente cambiata. L’Alleanza atlantica sembra ormai essere considerata dagli Usa solo uno strumento utile per spingere i paesi membri ad aumentare le spese per la difesa, usando il pretesto di operazioni interconnesse per favorire il complesso industriale militare Usa.
Prima di esaminare con qualche maggiore dettaglio il Pnac, è curioso notare come il termine usato dai “gorilla” dello scimmione di Washington non sia in genere “prevenzione” (prevention) ma, giocando in in-glese su un paio di lettere significanti, sia “prelazione” (pre-emption). Anche se i militari la intendono come “prevenzione”, quest’ultima dizione evoca immediatamente la contrattualistica giuridica civile: un “diritto” acquisito, appunto con la “prelazione”. Manco a dirlo, ormai internazionalmente il “diritto” è per antonoma-sia quello Usa. Inoltre, il solito “Stranamore” Rumsfeld ha organizzato un “gruppo di superspionaggio coper-to”, chiamato, per noi abbastanza sinistramente, P2/og (che sta per Proactive Pre-emptive operation group). Esso è preposto a provocare attacchi terroristi che richiederanno quindi un “contrattacco” da parte degli Usa.

Il gruppo Pnac, dopo una versione purgata del Dpg, è stato rimesso in funzione da Dick Cheney insieme a Donald Rumsfeld, dal novembre 1997 (all’epoca del secondo governo Clinton). In esso, sono tornati al la-voro i vecchi cospiratori, da Frank Gaffney (direttore del centro per la politica della sicurezza), Robert Ka-gan (finanziere sionista), ovviamente Paul Wolfowitz, Lewis Libby (capostruttura di Cheney), Zalmay Kha-lilzad (ambasciatore del clan Bush in Afghanistan), Jeb Bush (il fratello, attuale governatore della Florida), Elliot Abrams e Thomas Donnelly (principale estensore del documento, poi passato non direttamente al go-verno ma alla principale appaltatrice, Lockheed-Martin). Il documento è stato pubblicato nel settembre 2000.
Insieme a tanti altri, anche Richard Perle, uno dei principali consulenti di “dabliu”, è della partita, prove-nendo dalle file reaganiane. L’esperto giornalista critico, già citato, John Pilger aveva intervistato Perle quando era consigliere di Reagan e già a quei tempi parlò di “guerra totale”. Recentemente Perle, tornato alla ribalta col secondo Bush, ha riutilizzato il medesimo concetto a proposito del “terrorismo”, affermando che “non si va per stadi; questa è una guerra totale. Stiamo combattendo contro molti nemici. Ce n’è una monta-gna là fuori. Dire che prima ci faremo l’Afghanistan, poi l’Irak, ecc., è il modo più sbagliato per affrontare la questione. Se riusciamo ad affermare la nostra visione del mondo, se vi aderiamo completamente senza cer-care di predisporre una “diplomazia intelligente”, ma scateniamo una guerra totale, i nostri discendenti can-teranno le nostre lodi per anni a venire”. Per raggiungere un tale obiettivo, gli Usa non possono essere “vulnerabili da parte di “stati canaglia” che possiedono piccoli arsenali di missili balistici e testate nucleari o altre armi di distruzione di massa”. Gli Usa non possono permettere che “Corea del nord, Iran, Irak o stati simili minino la loro guida, intimidiscano gli alleati o minaccino lo stesso territorio “americano”. Il bene della “pace americana”, conquistata a caro prezzo in un secolo di sforzi, non può essere dilapidato così banalmente”.
Mentre nemici potenziali come la Cina desiderano sfruttare al massimo le nuove tecnologie militari, av-versari come Iran, Irak e Corea del nord tendono a sviluppare missili balistici e armi nucleari come deterren-te contro l’intervento Usa nella loro area. Il rapporto quadriennale del Pentagono afferma che sia Kim Jong Il sia Saddam Hussein potrebbero cominciare la guerra, magari impiegando armi chimiche, biologiche o anche nucleari. Secondo la Cia, “diversi regimi profondamente ostili” agli Usa, come “Corea del nord, Irak, Iran, Libia e Siria, già detengono o stanno sviluppando missili balistici, in grado di minacciare forze armate e alle-ati Usa all’estero. E uno in particolare, la Corea del nord, sta dispiegando missili che possono colpire il terri-torio americano. Simili potenzialità portano una grave sfida alla “pace americana” e alla forza militare che garantisce codesta pace”. Perciò la “pianificazione delle forze nucleari Usa, e le relative politiche di controllo degli armamenti, devono tener conto di un insieme di variabili molto più esteso che nel passato, includendovi la crescita di piccoli arsenali nucleari – dalla Corea del nord al Pakistan, fino, forse presto, all’Iran e all’Irak – oltre alla più moderna e crescente forza nucleare cinese”. Conseguentemente, “ il documento strategico della Casa bianca mette l’accento non soltanto sugli “stati canaglia” ma anche sulle grandi potenze, come la Cina, considerate concorrenti di pari livello”.
Il Pnac indica tra l’altro anche “un cambiamento di regime in Irak” (ma Brent Scowcroft, già consigliere per la sicurezza nazionale di Bush sr, e anche James Baker, entrambi a sostegno del “tradizionalismo” di Co-lin Powell, hanno provato a mostrarsi inizialmente più prudenti circa l’accettabilità di massa dell’ideologia della guerra totale). Senonché il problema è molto più complicato. Intanto ci sono già accordi per lo sfrutta-mento del petrolio di Baghdad, che avrebbero decorrenza a partire dalla rimozione dell’embargo. I sottoscrit-tori di tali accordi con l’attuale governo irakeno sono Russia, Cina, Francia, Italia, India, Algeria e Vietnam; ma gli accordi sottoscritti decadrebbero se vi fosse “un cambiamento di regime in Irak”.
Ma è proprio il Pnac che considera in una più ampia prospettiva il problema irakeno. “La missione im-mediata delle forze armate Usa è di esercitare la propria autorità sulle “no-fly zone” nel nord e nel sud Irak; ciò rappresenta una consegna a lungo termine per gli Usa e gli alleati in un’area di vitale importanza. In ef-fetti, gli Usa hanno per decenni ravvisato di dover ricoprire un ruolo permanente per la sicurezza nella regio-ne del Golfo” e non c’è ragione di sospendere anticipatamente le operazioni di sorvolo e di presenza aerea Usa finché Saddam Hussein rimane al potere. Perciò, se il non ancora risolto “conflitto con l’Irak fornisce una giustificazione immediata, la necessità di una sostanziale presenza delle forze Usa nell’area trascende le sorti del regime di Saddam Hussein” [corsivi nostri]. “Dal punto di vista “americano”, il valore di simili basi durerebbe anche qualora Saddam dovesse uscire di scena.
Nel lungo termine, l’Iran potrebbe rappresentare per gli Usa una minaccia altrettanto forte di quella irake-na nell’area del Golfo. Anche se i rapporti tra Usa e Iran dovessero migliorare, tenere forze d’attacco nella zona costituirebbe un elemento essenziale nella strategia della sicurezza Usa, dati i perduranti interessi “ame-ricani” nell’area”. Le continue sfide lanciate dall’Irak suggeriscono di non ritirare forze dal Golfo. “Se si po-nesse fine alle operazioni delle forze militari Usa nell’area del golfo Persico, si consegnerebbe nelle mani di Saddam Hussein un’importante vittoria”.
Gli “obiettivi immediati” riguardano “Medioriente, golfo Persico, Asia sudoccidentale, compreso lo stan-ziamento delle truppe Usa nell’Asia centrale e nei dintorni della Cina”. Anche le forze Usa in Europa devono essere pronte per altre crisi, come la pianificazione formale del Pentagono presuppone. In fondo il vero obiettivo per gli Usa sta nella necessità di disporre di forze in grado di operare in qualsiasi zona del pianeta con un preavviso minimo, e di un potenziale tale da permettere di affrontare contemporaneamente due con-flitti di alto livello. Insomma, il problema è nell’espansione della presenza militare Usa all’estero. “I compiti che costituiscono le più frequenti missioni attuali, richiedono forze configurate per il combattimento, ma che siano anche capaci di condurre autonomamente operazioni di polizia internazionale a lungo termine”.

Le conclusioni del Pnac possono essere riassunte in alcuni punti fondamentali. In preparazione del terre-no, il governo Bush ha annullato il trattato Abm del 1972, congiuntamente alla decisione Usa di varare il si-stema di difesa antimissile Nmd, militarizzando al contempo lo spazio. È stato vanificato il protocollo di Kyoto sull’ambiente e quello dell’Ocse sul lavoro, e il controllo dei cosiddetti “paradisi fiscali” (fiscalità off-shore) compreso il contenzioso con l’Ue sulle imprese americane, sfidando le decisioni dell’Omc su even-tuali sanzioni contro di esse. A ciò si aggiunga che il governo Bush rifiuta la Corte penale internazionale dell’Aja.
In siffatto contesto, riferendosi più in particolare al progetto Usa, il Pnac indica: “sviluppo e dispiegamento delle difese missilistiche mondiali da parte di Usa e alleati, tali da garantire anche basi sicure per l’espansione mondiale della potenza Usa; controllo sulla nuova “comunità internazionale” di spazio e cyberspazio ai fini della creazione di un nuovo servizio militare – le forze spaziali Usa; sviluppo della “rivoluzione militare” – conversione degli armamenti verso l’alta tecnologia senza uomini – per assicurare una superiorità Usa a lungo termine nelle forze armate convenzionali”. Ciò significa “modernizzare selettivamen-te le attuali forze armate Usa” attraverso strumentazioni avanzate, annullando costosissimi programmi tradi-zionali obsoleti, per indirizzare le “risorse verso la trasformazione militare”.
Tenendo conto che gli Usa hanno di fatto interrotto l’“evoluzione di armi nucleari più sicure ed efficaci”, occorre programmare lo “sviluppo di una nuova serie di armi nucleari in grado di assolvere ai nuovi compiti militari, per conservare la superiorità strategica nucleare Usa, basandola come deterrente rispetto a tutte le minacce mondiali, presenti e potenziali, e non più solo sulle installazioni russe”. Inoltre, occorre “affrontare la realtà di molteplici missioni di “polizia” che richiedono la dislocazione permanente di forze armate Usa; difendere il territorio nazionale, riconfigurando la forza nucleare e la difesa missilistica per rispondere agli effetti di una proliferazione di missili balistici e di armi di distruzione di massa”.
Tutto ciò “richiede un perimetro di sicurezza Usa più largo dell’attuale, cosa che implica una rete di “basi di dispiegamento” e di “basi operative espansive” capaci di raggiungere le forze nemiche presenti e future”; il che significa andare al di là dell’Europa occidentale e dell’Asia nordorientale, incrementando la presenza militare permanente nell’Asia sudoccidentale e in altre regioni dell’Asia orientale, “riposizionando le forze armate Usa in funzione della nuova realtà strategica del XXI secolo, attraverso lo spostamento permanente verso basi nell’Europa sudorientale e nell’Asia sudorientale, e dispiegando le forze navali in funzione di o-biettivi strategici nell’est Asia”. Ciò rende necessario “fronteggiare l’ascesa della Cina verso la condizione di grande potenza, riqualificando le forze aeree Usa come forza mondiale di “primo colpo””.
Le “principali missioni militari” necessarie per mantenere la “pax americana” e un “XXI secolo unipola-re” devono “garantire ed espandere le zone di pace democratica [sic!]; dissuadere l’ascesa competitiva di nuove grandi potenze; difendere le aree più importanti (Europa, Asia orientale, Medioriente), e sfruttare le occasioni di trasformazione portate dalle guerre” (anche sotto forma di “affari militari”). Ciò può avvenire “in due tappe: massimizzazione dell’attuale valore dei sistemi di armi attraverso l’applicazione di tecnologie avanzate; miglioramento delle capacità militari attraverso la sperimentazione concorrenziale tra singoli ser-vizi e servizi coordinati”.
“Una forte politica militare reaganiana può sembrare oggi fuori moda. Ma essa è necessaria se gli Usa vogliono costruire gli stessi successi del secolo scorso e garantirsi la medesima sicurezza e grandezza nel prossimo”: così esordisce il programma del Pnac. E fin dal principio nel documento governativo preparato per Bush jr è scritto: “L’unica strada per la pace e la sicurezza è la via dell’azione”. Non si tratta più di difesa ma di offesa.

* * * PROJECT PARTICIPANTS

Roger Barnett (U.S. Naval War College)
Alvin Bernstein (National Defense University)
Stephen Cambone (National Defense University)
Eliot Cohen (Nitze School of Advanced International Studies, Johns Hopkins University)
Devon Gaffney Cross (Donors’ Forum for International Affairs)
Thomas Donnelly (Project for the New American Century)
David Epstein (Office of Secretary of Defense, Net Assessment)
David Fautua (Lt. Col., U.S. Army)
Dan Goure (Center for Strategic and International Studies)
Donald Kagan (Yale University)
Fred Kagan (U. S. Military Academy at West Point)
Robert Kagan (Carnegie Endowment for International Peace)
Robert Killebrew (Col., USA, Ret.)
William Kristol (The Weekly Standard)
Mark Lagon (Senate Foreign Relations Committee)
James Lasswell (GAMA Corporation)
I. Lewis Libby (Dechert Price & Rhoads)
Robert Martinage (Center for Strategic and Budgetary Assessment)
Phil Meilinger (U.S. Naval War College)
Mackubin Owens (U.S. Naval War College)
Steve Rosen (Harvard University
Gary Schmitt (Project for the New American Century)
Abram Shulsky (The RAND Corporation)
Michael Vickers (Center for Strategic and Budgetary Assessment)
Barry Watts (Northrop Grumman Corporation)
Paul Wolfowitz (Nitze School of Advanced International Studies, Johns Hopkins University)
Dov Zakheim (System Planning Corporation)

The above list of individuals participated in at least one project meeting or contributed a paper for dis-cussion. The report is a product solely of the “Project for the New American Century”