La strategia avvolgente dei trattati commerciali bilaterali

Gli Stati Uniti stanno accelerando le pressioni dirette a stipulare accordi di libero scambio con svariati paesi. A fine mese inizieranno i negoziati con il Marocco. Questo ha l’allarmato la Francia che ha inviato a Rabat una delegazione governativa accompagnata da dirigenti delle maggiore aziende. Da quanto riportato dal quotidiano Les Echos il governo di Parigi considera un eventuale trattato di libero scambio tra Washington e Rabat incompatibile con una più stretta integrazione del Marocco con l’Unione europea. La voce grossa viene fatta nei confronti di un paese arabo, mentre niente si dice sulla compatibilità dell’integrazione di Israele con l’Ue benché Tel Aviv abbia un accordo di libero scambio con Washington dal 1985, un accordo battistrada nella politica dei trattati commerciali degli Usa. Inoltre negli ultimi due mesi dell’anno scorso Washington ha firmato un trattato di libero scambio con il Cile e ha dato il via a colloqui con i paesi dell’Asean e l’Australia. Infine nell’autunno del 2001 venne stipulato l’accordo con la Giordania coinvolgendo anche i territori della Palestina occupata militarmente. Le strategie dei trattati commerciali di Washington non vengono quasi mai analizzate sulla stampa dell’Europa continentale. Più elementi si intrecciano nella formulazione di queste politiche ma è comunque possibile individuarvi una trama assai coerente.
Gli Stati uniti sono diventati un paese ad importazione globale e gli accordi riflettono questo stato di cose integrando dimensione geopolitica e geoeconomica. L’accordo con la Giordania prevede ad esempio la creazione con Israele di zone industriali per l’esportazioni duty free verso gli Usa di articoli da viaggio, bigiotteria e simili prodotti. Viene quindi rafforzato il ruolo regionale di Israele nonché la presenza geostrategica Usa. L’accordo con la Giordania è passato virtualmente inosservato proprio perché l’importanza globale del commercio giordano è minima, ma l’accordo costituisce un tassello importante nella strategia di Washington di costituire una serie di precedenti legislativi destinati a fare da giurisprudenza negli accordi successivi, in particolare a creare una zona di libero scambio nelle Americhe.

Infatti la prassi giuridica americana in materia si fonda sul principio che gli accordi successivi non possono negare i precedenti ma possono solo «migliorarli». Ora è stato fatto notare che nelle norme dell’accordo con la Giordania hanno prevalso, non poteva essere altrimenti, le concezioni Usa riguardo l’ambiente. Tale norme costituiranno la giurisprudenza di base per gli accordi futuri nel senso che sarà virtualmente impossibile imporre in questo campo norme più restrittive. Per questi ragioni l’accordo con la Giordania è stato studiato ed analizzato da organizzazioni che in Canada seguono la strategia Usa di un’area di libero scambio nelle Americhe.

Sostanziamente gli Usa mirano a rafforzare la loro posizioni di importatori ponendosi nella posizione di compratori che si trovano di fronte a negozianti (paesi) disperati ad esportare, paesi quindi o in deflazione profonda o sottosviluppati o che abbisognano comunque di dollari anche per ragioni militari. Il processo di accorpamento a giostra di vari paesi perseguito da Washington in forma molto coerente da Bush I a Clinton, a Bush II, tende a creare un blocco flessibile per Washington e ad impedire la formazione di blocchi esterni agli Usa. Il caso del recentissimo accordo con il Cile è esemplare. Esso costituisce in pratica un efficacie siluro contro il Mercosur già reso anemico dalle crisi del Brasile, dell’Argentina e dell’Uruguay.

E’evidente che un eventuale ripresa futura del Mercosur dovrebbe, soprattutto alla luce delle crisi argentine e brasiliane, includere anche il Cile. La priorità istituzionale conferita a Washington blocca questa possibilità aprendo invece molto spazio al progetto del Free Trade for the Americas. Questo progetto ha molteplici ruoli ed è molto difficile che Lula riuscirà condizionarlo. Il Brasile, mentre abbisogna disperatamente di esportazioni verso gli Usa, non è la Cina. Con il Free Trade for the Americas gli Usa avranno un continente dollarizzato in maniera istituzionale per cui il problema del deficit estero si allenterà anche sul piano politico internazionale.

Le Americhe costituiranno il blocco americano dentro il WTO a cui si agganceranno paesi come la Giordania, Israele, Marocco e prossimamente l’Australia ed i paesi asiatici con cui Washington avrà firmato accordi di libero scambio. Nella strategia Usa l’Asia avrà un importanza non inferiore al progetto per le Americhe. L’obiettivo fondamentale è impedire la formazione di accordi monetari regionali come proposto dal Giappone all’indomani dello scoppio della crisi asiatica. Contemporaneamente il capitale Usa perché globalmente importatori ha molto beneficiato della deflazione che, dallo scoppio della crisi, non ha mai abbandonato l’Asia: malgrado la loro formidabile ripresa produttiva i paesi asiatici sono rimasti nella deflazione soprattutto per ciò che concerne i prezzi delle esportazioni di alta tecnologia. Questa è la principale funzione economica che gli Usa vorrebbero attribuire alla regione asiatica facendo anche leva sullo stallo nipponico, che è prevalentemente di natura macroeconomica mentre sul piano delle tecnologie il Giappone continua a sopravanzare gli Usa. Tuttavia la stagnazione del Giappone significa che Tokyo è disposta a vendere a prezzi moderati tecnologie e prodotti di ottima qualità entrando in concorrenza con l’area asiatica che fu fino a qualche anno fa la zona di egemonia monopolistica assoluta del capitale nipponico. La concorrenza del Giappone all’interno della sua area accentua le caratteristiche deflazionistiche dell’economia regionale a tutto vantaggio degli Usa, importatore principale. Gli accordi di libero scambio proposti negli ultimi due mesi del 2002 dovrebbero rafforzare la strategia Usa orientata verso la deflazione mondiale.