La strage silenziosa

Qualità, benessere, sicurezza. E’ all’insegna di queste tre parole chiave che si è aperta al teatro Brancaccio di Roma l’Assemblea Nazionale dei quadri e delegati di CGIL, CISL, UIL.

Nelle intenzioni dei sindacati, una piattaforma comune per discutere insieme ai rappresentanti di tutte le regioni del problema scottante della sicurezza sul lavoro e per coinvolgere i principali e necessari interlocutori, in primis il Governo riunito nel conclave casertano per l’ultima giornata di lavori. Su tutto, e su tutti, pesa una cifra che è un bollettino di guerra: quella dei 1328 lavoratori che in media perdono la vita ogni anno sul posto di lavoro. I decessi denunciati, a voler essere più precisi, sono stati 1449 nel 2003, 1328 nel 2004 e 1206 nel 2005. Nello stesso triennio, secondo l’Inail, gli infortuni globali sono stati in media 961.163 (977.194 nel 2003, 966.729 nel 2004 e 939.566 nel 2005). La buona notizia è rappresentata dall’evidente trend in decrescita di decessi ed infortuni. La cattiva, cattivissima notizia, è che la diminuzione degli incidenti riguarda soltanto i lavoratori di sesso maschile: per le donne, che contano quasi un decimo nel totale delle morti bianche, gli infortuni aumentano del 26 per cento annuo, sintomo allarmante di una progressiva brutalizzazione del lavoro femminile.

I numeri, che restano impressionanti, catalizzano gli interventi di tutti i relatori. Dal palco, Guglielmo Epifani esprime la sua posizione sui quasi quattro morti al giorno: “La strage quotidiana si ferma con tanti strumenti diversi”, spiega il segretario della Cgil, “a cominciare da un testo unico sulla sicurezza e sulla salute, una contrattazione più efficace, una cultura d’impresa più attenta alla sicurezza e alla dignità di chi lavora. E soprattutto occorre non ricordarsi di questo problema solo quando succedono le tragedie. E’ necessario, invece, affrontarlo ordinariamente, giorno dopo giorno, con quel lavoro che può dare dei risultati”. Epifani chiede al governo e al Parlamento di continuare la revisione normativa sugli appalti, avviare la revisione del sistema assicurativo per migliorare le prestazioni, aggiornare le tabelle delle malattie professionali, e definire la struttura per un’efficace coordinamento tra le diverse istituzioni pubbliche.

Il settore più colpito dalla strage silenziosa è quello delle costruzioni. La Filca-Cisl denuncia i 258 operai morti nei cantieri italiani lo scorso anno, una cifra che si traduce in un indice di mortalità dello 0,19% (ogni 1.000 addetti), cioè più del triplo rispetto allo stesso dato che accorpa tutta l’industria e i servizi, pari allo 0,06%. Le cadute dall’alto sono al primo posto tra le cause dei decessi. Le proposte della Filca sono affidate alle parole del suo segretario, Domenico Pesenti: “Fermare lo stillicidio di incidenti sul lavoro si può e si deve, è necessario però insistere inculcando, sia nei lavoratori che negli stessi imprenditori, quella cultura della sicurezza e della regolarità che sono poi la base per lavorare in un cantiere sano e senza pericoli”. Per innestare un serio percorso di legalità, Pesenti individua diverse priorità: “rafforzare il Durc (documento unico di regolarità contributiva) con la congruità per tutti i lavori; istituire una patente a punti per le imprese per iniziare l’attività, revocabile per chi non rispetta le normative antinfortunistiche e la regolarità delle assunzioni; revisionare la normativa sugli appalti; aumentare i controlli nei cantieri valorizzando anche la figura del rappresentante territoriale alla sicurezza (Rlst); escludere dalle gare ed espellere dal mercato tutte le imprese che sono risultate irregolari in precedenza”.

I dati dell’Inail segnalano nel frattempo che le aziende più a rischio per gli infortuni sono le cosiddette Pmi, piccole e medie imprese: l’85% degli incidenti si verificano nelle strutture che contano da uno a nove dipendenti. E, dunque, nei luoghi di lavoro con scarsa copertura sindacale, pochi controlli da parte dello Stato, salari al ribasso, gap sulla sicurezza. La voce dei rappresentanti di governo ed istituzioni prende la parola: “E’ inaccettabile in un Paese moderno come il nostro un numero così alto di incidenti sul lavoro, serve un coordinamento tra le istituzioni e soprattutto un Patto per la salute nei luoghi di lavoro”, afferma il sottosegretario alla Salute Gian Paolo Patta. E continua: “Bisogna invertire la rotta considerando la sicurezza un’opportunità e non un costo”. Anche perché c’è da coprire un altro costo, molto elevato: il prezzo pagato dalla spesa sanitaria per gli infortuni, che è di quasi 100 miliardi di euro ogni anno.

L’ultimo dato è quello che desta maggiore preoccupazione, perché rivela l’estendersi progressivo di quel territorio indefinito che continua a sfuggire alla copertura informativa e ai controlli: sarebbero circa 200.000 gli incidenti che non vengono denunciati perché coinvolgono lavoratori in nero. Storie di operai italiani e stranieri abbandonati di fronte al pronto soccorso. Storie di manovali feriti lasciati agonizzanti sulla strada per i campi. Storie di chissà quanti decessi occultati da finte malattie o incidenti stradali, in quei cantieri controllati dalle varie Gomorre in giro per l’Italia, dove i morti si mettono al volante della propria auto e si lanciano verso un burrone.