«La storia la scrivo io»

«E’ irresponsabile riscrivere la storia di come la guerra è cominciata»: George Bush ha scelto quella che deve aver considerato la condizione ideale (la celebrazione della «giornata del reduce di guerra» avvenuta in una caserma della Pennsylvania) per sferrare il suo «contrattacco» all’offensiva riguardante la «legittimità» dell’invasione dell’Iraq. Qualche punto a favore ce l’aveva, visto che è stato in grado di citare le incresciose affermazioni fatte a suo tempo da John Kerry, il suo sfidante alle elezioni dell’anno scorso, nonché il fatto che «oltre cento democratici fra deputati e senatori» votarono a favore di quella guerra. «Mentre le nostre truppe affrontano un nemico spietato – ha detto nel passaggio più efficace del suo lungo discorso – meritano di sapere che i politici che hanno votato per mandarle in guerra continuano ad essere al loro fianco». Ma allo stesso tempo gli è andata male perché proprio mentre lui parlava c’era ancora l’eco di un documento appena uscito (l’ennesimo, ormai) che forniva una prova ulteriore di come l’amministrazione, nel periodo di preparazione della guerra, quando incappava in un rapporto che andava in senso contrario semplicemente lo ignorava. Nel caso specifico si tratta di un rapporto della Cia del gennaio 2003 in cui si spiegava che le «confessioni» di un membro di al Qaeda finito nelle mani degli americani non erano da prendere sul serio. Siccome però quelle confessioni dicevano che Saddam Hussein aveva le armi di distruzione di massa e che i rapporti fra lui e al Qaeda erano strettissimi, la Casa bianca decise di considerarle oro colato.

«La posta in gioco nella guerra globale al terrore è troppo alta e l’interesse nazionale è troppo importante perché i politici si mettano a lanciare false accuse», ha poi detto Bush, ma una risposta che fosse una, a quelle accuse, dalla sua bocca non è uscita, come ha subito fatto notare Ted Kennedy. «Invece di fornire aperte e oneste risposte su come uscire da questa situazione e consentire ai nostri soldati di tornare a casa – ha detto il vecchio senatore – il presidente se la prende con quelli che cercano la verità sulle chiare manipolazioni avvenute durante la corsa alla guerra in Iraq».

I portavoce della Casa bianca avevano creato molte «aspettative» per questo discorso («ascoltatelo con attenzione, sarà una svolta clamorosa»), dicendosi convinti che avrebbe rovesciato la situazione precaria in cui il loro capo si trova. Ma a occhio sembra difficile che basti questo perché quei sei americani su dieci che considerano Bush «disonesto» cambino repentinamente idea, anche perché l’intero sistema di potere repubblicano – che fino a pochi mesi fa sembrava solidissimo – sembra ormai fare acqua da tutte le parti. Se infatti il discorso di Bush denota la sua disperazione di fronte al consenso perduto, quello che è accaduto l’altro ieri sera al Senato denota confusione su come muoversi.

Tutto è nato da un emendamento all’approvazione del bilancio militare (445 miliardi di dollari) presentato per «bilanciare» in qualche modo il voto dell’altro giorno in cui 90 senatori (la maggiore prova di bipartisanship mai avuta finora) che bandiva il trattamento «crudele, inumano o degradante» nei confronti delle persone detenute dagli Stati Uniti. Presentato da Lidsay Graham, un repubblicano, il nuovo emendamento rinnega di fatto il diritto dei detenuti di Guantanamo a contestare di fronte ai tribunale il loro imprigionamento, che a tutt’oggi non ha una ragione, nel senso che nei loro confronti non ci sono accuse precise, se non quella di essere stati dichiarati «combattenti nemici». Che loro avessero quel diritto era stato decretato l’anno scorso dalla Corte Suprema, con la famosa sentenza secondo cui «la guerra al terrore non costituisce un assegno in bianco per l’amministrazione».

Ma siccome quei detenuti, dice il senatore Graham, hanno «abusato» di quella sentenza riempiendo i tribunali di ricorsi, bisogna dire basta. L’emendamento è passato con 44 voti contro 42, il che vuol dire che una buona parte di coloro che lo hanno approvato, pochi giorni prima avevano anche votato per vietare la tortura e lo hanno fatto perfino ignorando gli «sforzi» del vice presidente Dick Cheney di convincerli a «esentare» la Cia da quel divieto. Ma aumentare la confusione c’è un altro emendamento votato anch’esso l’altro ieri sera – con 82 voti contro 9 – per chiedere alla Cia di fornire «informazioni dettagliate» sulla faccenda dei «siti neri», cioè i luoghi segreti in paesi dell’Europa dell’Est dove si tortura in nome degli americani. Incidentalmente, proprio l’altro ieri i presidenti delle commissioni Servizi segreti di Camera e Senato (ambedue repubblicani) avevano sollecitato un’inchiesta per accertare non se quelle torture clandestine avvengono, ma chi ha passato l’informazione al Washington Post che aveva rivelato la cosa. Confusione, appunto.