La sorpresa nella sorpresa è il riformismo moderato…

La sorpresa nella sorpresa è il riformismo moderato dell’Unione: almeno, di quella emersa dalle primarie del 16 ottobre. Romano Prodi non ha solo sfiorato i tre quarti dei consensi. Il suo antagonista-principe, Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, ha ottenuto un onorevole 14,7 per cento: un risultato al di sotto delle aspettative e dei timori della vigilia. Gelido, il segretario dei Ds si è limitato a dichiarare: «Bertinotti ha preso quello che doveva prendere. Il 14 per cento corrisponde al 7 che il Prc prende alle politiche». Parole di sollievo, con le quali Piero Fassino esorcizza lo spettro di un’Unione condizionata dalle componenti più radicali. Molti temevano un travaso di voti, che invece non c’è stato. E adesso sanno che l’area della sinistra alternativa è più debole. Bertinotti assicura di essere soddisfatto dei 631 mila voti raccolti. E ripete il no ad una lista ulivista: «La lista dell’Ulivo non ci riguarda». È un gesto di coerenza con quanto ha sempre sostenuto; e insieme una risposta preventiva, e forse difensiva, nei confronti degli oppositori interni. Il magro risultato di Verdi e «no global» conferma infatti il ridimensionamento dell’ala «antagonista» dell’Unione.
Si tratta di un risultato che sembra aver sorpreso lo stesso Prodi. «Puntavo al 60 per cento», ha ammesso ieri il leader dell’opposizione. E ancora: «Pensavo ad un milione di votanti». Invece, gli elettori sono stati più del quadruplo; e il 74,1 per cento di voti al Professore gli hanno dato una legittimazione e un potere che rallegrano e insieme preoccupano i partiti alleati. Il braccio di ferro su chi abbia determinato un successo così vistoso è quasi impercettibile, nella soddisfazione generale. Ma si indovina nelle trattative già aperte con la Margherita dopo il rilancio prodiano di una lista dell’Ulivo; e dietro la rivendicazione diessina di un «contributo decisivo» alla vittoria.
In fondo, Francesco Rutelli che glissa le domande sull’offensiva unitaria di Prodi, rivendica implicitamente l’identità della Margherita. E quando Fassino sottolinea che l’ex presidente della Commissione Ue ha vinto di più nelle «quattro regioni tradizionalmente rosse», esalta il ruolo dei Ds. Eppure, la calamita personale prodiana e l’antiberlusconismo spiegano quanto è successo più di qualsiasi mobilitazione partitica. Anche perché non è più l’epoca in cui un apparato riusciva a «comandare» alle urne le masse: tanto più in un’elezione atipica come quella di domenica.
L’impressione è che a fare la differenza sia stato il voto d’opinione. Il modo in cui Prodi ha assecondato il radicalismo di Bertinotti gli ha permesso di arginare, fino ad annullarla, qualsiasi emorragia di consensi. In questo, l’ex premier ha garantito non solo se stesso, ma i diessini. Ha rassicurato la stragrande maggioranza di quei quasi quattro milioni e mezzo di elettori che hanno risposto all’appello delle primarie. E il risultato è di fare apparire l’Unione più moderata di quanto si pensasse; e forse, perfino di quanto non sia.