La Sorbona ci dà una speranza

L’ambasciatore Sergio Romano, ha detto in televisione che gli studenti che oggi occupano la Sorbona sono dei conservatori, mentre quelli che lo facevano nel ’68 erano dei rivoluzionari.
A parte l’apprezzamento per la postuma rivalutazione del Sessantotto, non siamo d’accordo. Gli studenti che oggi lottano in Francia sono sì molto diversi dalla generazione di quasi quarant’anni fa. Essi infatti stanno in una scuola sempre più sottomessa ai ritmi della produzione e del mercato globale. Anche in un paese come la Francia, ove la scuola pubblica è infinitamente migliore della nostra, la pressione del mercato sgretola il diritto all’istruzione. E lo trasforma nella più misera pratica della “formazione”, che sta alla cultura come i McDonalds stanno ai buoni ristoranti.

Ma forse è proprio la maggiore persistenza dello spirito pubblico nella scuola francese, quello che fa sì che gli studenti si ribellino a una legge sul mercato del lavoro. Qui sta infatti il significato profondo e nuovo del movimento francese. Gli studenti non lottano contro una riforma della scuola, contro una legge che riguardi direttamente l’andamento degli studi. Essi occupano le università contro una legge che precarizza ulteriormente il mercato del lavoro.

La legge sul primo impiego (Cpe), stabilisce infatti che i giovani sotto i 26 anni possano essere assunti con contratti a termine e in prova di due anni. Durante questo periodo il lavoratore può essere licenziato in qualsiasi momento senza giusta causa.

E’ questo un provvedimento che sta cercando di varare anche il governo socialdemocristiano tedesco. In tutta Europa, del resto, è in corso l’offensiva contro i diritti del lavoro: nei singoli paesi si seguono a volte strade diverse, ma che conducono tutte allo stesso obiettivo.

In Spagna una legge di tipo francese non susciterebbe certo particolare emozione, visto che il mercato del lavoro è già oggi tra i più precari d’Europa. In Italia, con il pacchetto Treu prima e la Legge 30 poi, si è creata una tale disponibilità di contratti di lavoro precari, che le imprese hanno solo l’imbarazzo della scelta.

In mercati del lavoro più strutturati del nostro, nei quali c’è ancora qualche diritto in più che da noi, come in Francia o in Germania, la legge sul primo impiego rappresenta invece il modo per giungere alla precarizzazione totale del mercato del lavoro.

Così oggi in Francia assistiamo allo stesso dibattito pubblico che abbiamo visto in Italia sulla Legge 30. Il governo che spiega che è meglio un lavoro precario che nessun lavoro, gli industriali che dichiarano che quella legge è solo un inizio, visto che la globalizzazione richiede ben altri livelli di flessibilità e di precarietà, i sindacati che, con qualche differenza di giudizio, complessivamente respingono quel provvedimento.

Fin qui, quello che accade oltralpe è la riproduzione di quanto avviene in tutta Europa. La vera novità sono gli studenti. Finora le lotte contro la precarizzazione del lavoro, là dove ci sono state, erano una questione dei diretti interessati e dei sindacati. Con il movimento francese la lotta alla precarietà diventa un’altra cosa. Essa assume il valore di una questione politica generale, si pone al centro di un conflitto che percorre tutta la società.

Il governo ha tentato di rabbonire gli studenti, spiegando loro che i contratti precari riguarderebbero solo i giovani a basso livello di istruzione. Ma gli universitari non hanno abboccato all’amo, hanno perfettamente compreso che la precarizzazione aggredisce un’intera generazione e, per quella via, un’intera dimensione della nostra civiltà.
Il movimento francese ha un valore generale proprio perché travalica i tradizionali confini degli interessi organizzati. Con le lotte degli studenti, vengono riaffermati concretamente quei principi della democrazia: uguaglianza, libertà, fraternità, che il mercato e la globalizzazione liberista vorrebbero sostituire con la propria moderna triade: privatizzazioni, liberalizzazioni, flessibilità. Dopo le rivolte dei giovani poveri ed immigrati delle periferie parigine, le lotte degli studenti mostrano che è ancora possibile costruire una risposta al liberismo che non sia solo disperazione e distruzione. Esse ripropongono il carattere progressivo ed inclusivo del conflitto per i diritti e per la libertà.

Da noi, la precarizzazione del lavoro ha oramai travolto intere aree del paese, a partire da quelle zone del Mezzogiorno ove l’unico lavoro ammesso è quello nero. La precarietà si manifesta poi con la barbarie delle file dei migranti in attesa di un permesso, così come nella condizione dei giovani che dai call-center, alle fabbriche, alle aule universitarie, stanno in prova per una vita. La precarietà pervade tutto il lavoro e tutte le generazioni, parte dai più deboli e dai più giovani, ma poi aggredisce tutti.

E allora si deve sperare e operare affinché la precarietà del lavoro non sia più solo una questione di relazioni sindacali, né tantomeno venga riassorbita in qualche nuova concertazione. E’ necessario invece che la lotta alla precarietà divenga l’obiettivo fondamentale di un vasto movimento che veda protagonisti innanzitutto i giovani lavoratori, gli studenti, i migranti, tutti coloro che per primi ne subiscono l’aggressione.

E’ solo il maggiore degrado della nostra scuola che finora ha impedito una ribellione come quella francese, ma non bisogna per questo rassegnarsi. Il messaggio progressivo che viene dalle università d’oltralpe è proprio l’opposto della conservazione. Esso mostra che una società che voglia crescere educando i giovani alla competizione selvaggia e alla rinuncia ai diritti, non ha alcun serio futuro.

Per questo il movimento degli studenti francesi parla a tutti e ripropone proprio l’essenza liberatrice del ’68. Per questo possiamo solo augurarci che quello che oggi avviene in Francia, tra breve possa crescere anche in Italia.