La situazione in Sira. Quello che non leggete nei giornali italiani

Da www.megachip.info

UNA SPIEGAZIONE DEL PARADOSSO SIRIANO
di Alastair Crooke* – «Asian Times»

E’ possibile spiegare quanto sta accadendo in Siria considerandolo alla stregua di un esempio di rivoluzione popolare araba allo stato puro, come un’insurrezione caratterizzata da una protesta non violenta e liberale contro la tirannia che ha finito per imbattersi in una pura e semplice operazione repressiva? A mio parere si tratta di un’ottica completamente errata e deliberatamente messa in piedi per servire ambizioni di tutt’altro genere. Chiudere gli occhi sugli avvenimenti siriani comporta un grosso rischio, quello di ignorare le potenziali implicazioni di un conflitto settario che non rimarrebbero confinate alla sola Siria. Uno dei problemi che si devono affrontare tentando di dare una spiegazione al paradosso siriano è che esiste una sincera richiesta di cambiamenti che proviene dall’interno del paese.

A chiedere delle riforme è una grande maggioranza della popolazione siriana che avverte un senso di claustrofobia dovuto alla inerte mano pesante dello stato, e che percepisce l’altezzoso senso di sufficienza con cui la macchina burocratica assiste al suo affaccendarsi quotidiano ed alle sue tribolazioni.

I siriani soffrono per una corruzione pervasiva e per le intromissioni arbitrarie delle autorità preposte alla sicurezza, che toccano la maggior parte degli àmbiti del vivere quotidiano. Questa richiesta di riforme è da sola una spiegazione sufficiente alle violenze siriane, come molti affermano?

Che esista una richiesta di riforme da parte delle masse è un dato di fatto. Paradossalmente però, e contrariamente a quello che afferma certa narrativa del “risveglio”, la maggior parte dei siriani è anche dell’opinione che il presidente Bashar Al Assad condivida la loro convinzione del fatto che le riforme siano necessarie. La popolazione di Damasco, di Aleppo, la classe media, quella mercantile e le minoranze non sunnite (che sono un quarto della popolazione) tra le altre, e perfino la dirigenza dei Fratelli Musulmani, rientrano in questa categoria. Tutti pensano anche che non esista nessun altro in grado di condurre in porto le riforme.

Dunque, cosa sta succedendo? Perché il conflitto si è polarizzato e si è fatto tanto aspro, se esiste un consenso tanto condiviso?

Credo che le radici di questo inasprirsi vadano cercate più in Iraq che in Siria, secondo due linee di spiegazione distinte. In primo luogo, esse vanno fatte risalire fino al filone del pensiero jihadista sunnita come è stato concepito da Abu Musab Al Zarqawi, che si è evoluto in Iraq, è violentemente emerso alla supeficie in Libano ed ha infine trovato un terreno favorevole in Siria, trapiantatovi dai molti veterani salafisti siriani alla “fine” del conflitto iracheno. In secondo luogo, ed in modo del tutto separato, l’inasprirsi della situazione siriana ha anche a che vedere con il profondo senso di insoddisfazione diffuso in certi paesi arabi a seguito della perdita di potere politico sofferta dai sunniti dopo l’arrivo alla ribalta di Nouri Al Maliki in Iraq, cosa di cui Assad viene ritenuto responsabilie.

In circostanze che potremmo considerare come precursori dell’attuale situazione siriana, l’esercito libanese dovette combattere, nel 2007, contro un gruppo di militanti sunniti di diverse nazionalità che avevano tutti combattuto in Iraq. Il gruppo, Fatah Al Islam, si era inflitrato dalla Siria nel campo profughi di Naher Al Bared, nel Libano del nord, ed i suoi esponenti si erano imparentati con le famiglie palestinesi che vi abitavano. Il gruppo dei combatenti stranieri era di per sé piuttosto piccolo di numero, ma tutti erano ben armati e con una buona esperienza in fatto di combattimento nei contesti urbani.

Il gruppo era riuscito ad attirare anche un certo numero di sostenitori libanesi. Quel sanguinoso scontro con l’esercito del Libano durò più di tre mesi: Naher Al Bared ne uscì a pezzi, mentre l’esercito libanese ebbe centosessantotto caduti.

La vicenda costituì il culmine di uno schema che prendeva le mosse dall’Afghanistan e che si era diffuso attraverso il Medio Oriente, verso l’Iraq e dall’Iraq al tempo stesso. La maggior parte dei sunniti radicali che combattevano l’occupazione statunitense aveva gravitato attorno a gruppi associati tramite legami esili a Zarqawi. Il fatto che Zarqawi fosse affiliato ad Al Qaeda non ha particolare rilevanza oggi in Siria: al contrario, è cruciale la “dottrina siriana” di Zarqawi che fu sviluppata in Iraq.

Come altri salafiti, Zarqawi non accettava le frontiere artificiali e le divisioni tra nazione e nazione ereditate dal colonialismo. Faceva correntemente riferimento all’unione del Libano, della Siria, della Palestina, della Giordania e di regioni della Turchia e dell’Iraq chiamandola con il vecchio nome di Bilad A Sham.

Zarqawi e i suoi seguaci erano virulentemente antisciiti: lo erano assai di più della Al-Qa’ida dei primi anni, e pensavano che Bilad A Sham costituisse il nulceo centrale di un retaggio sunnita che gli sciiti avevano usurpato. Secondo questa visione delle cose il cuore delle terre sunnite, la Siria, da quarant’anni subiva il potere usurpatore degli sciiti Assad (quella alawita è una corriente interna all’islam sciita). L’ascesa di Hezbollah, in parte facilitata da Assad, aveva inoltre eroso ulteriormente il carattere sunnita del Libano. Coerentemente, Zarqawi e i suoi identificavano in quello che ritenevano un mancato sostegno all’ex primo ministro iracheno Ayad Allawi da parte di Assad un atto che aveva consegnato l’Iraq agli sciiti, a Nouri Al Maliki in particolare.

Partendo da questo profondo risentimento per l’erosione del potere sunnita, gli alleati di Zarqawi hanno sviluppato una dottrina politica secondo la quale la Siria ed il Libano non rappresentavano più dei territori da cui lanciar il Jihad, ma territori per il Jihad medesimo (contro gli sciiti così come contro altri).

I salafiti siriani alla fine si sono messi sulla strada di casa, covando il loro risentimento. Molti di loro, siriani e non siriani, si sono stabiliti in villaggi di campagna prossimi alla frontiera con il Libano e con la Turchia e, così come avevano fatto i loro confratelli a Naher Al Barad, si sono imparentati con le famiglie locali.

La violenza armata contro le forze regolari siriane nasce da questi elementi, come già successo in Libano nel 2007. A differenza dell’Egitto e della Tunisia, la Siria ha avuto centinaia di morti e molte centinaia di feriti nelle forze armate e nella polizia. (Daraa è qualcosa di diverso: a prendere le armi sono qui beduini che si muovono tra l’Arabia Saudita, la Giordania e la Siria).

Non è facile fare delle cifre, ma forse quarantamila o cinquantamila siriani hanno combattuto in Iraq. Grazie ai matrimoni contratti nelle varie comunità la base di sostenitori su cui possono contare è più estesa degli effettivi che hanno partecipato ai combattimenti veri e propri in Iraq. Il loro obiettivo in Siria è simile: porre le condizioni per il Jihad portando all’estremo i rancori di origine settaria; la stessa cosa che Zarqawi ha fatto in Iraq, attaccando la comunità sciita ed i suoi luoghi sacri. Allo stesso modo, essi stanno cercando di guadagnare terreno nella Siria nordorientale, e di fondarvi un emirato islamico di orientamento salafita destinato a funzionare in modo autonomo rispetto all’autorità statale.

Questo settore dell’opposizione non è interessato alle “riforme” o alla democrazia: essi affermano con chiarezza ed in modo pubblico che se rovesciare gli alawiti “sciiti” gli dovesse costare due milioni di morti, sarebbe comunque un sacrificio che varrebbe la pena di fare. Il fatto che si modifichi la legge vigente perché permetta l’esistenza di nuovi partiti politici o che si allarghino le maglie della libertà di stampa sono cose che li lasciano completamente indifferenti. Il movimento di Zarqawi rifiuta scopertamente ogni politica occidentale.

Questi gruppi salafiti costituiscono il primo lato della “scatola” siriana: non si riconoscono nelle direttive di un’unica organizzazione, ma sono per lo più a guida locale ed agiscono in autonomia. Esiste un sistema di comunicazione che li unisce con legami tenui, ricevono finanziamenti cospicui ed hanno legami con l’esterno del paese.

Il secondo lato della scatola siriana è rappresentato da alcuni gruppi in esilio: anch’essi sono ben finanziati dal governo statunitense e da altre agenzie estere, ed hanno legami con l’esterno del paese sia a livello locale che in Occidente. Le comunicazioni del 2009 partite dall’ambasciata statunitense a Damasco rivelano che un certo numero di questi gruppi e le emittenti televisive ad essi collegate hanno ricevuto decine di milioni di dollari dal Dipartimento di Stato e da altre fondazioni basate negli USA, nonché addestramento e assistenza tecnica. Questi gruppi in esilio pensano di poter utilizzare con successo gli insorti salafiti per i propri scopi.

Gli esiliati speravano che un’insurrezione salafita contro lo stato, anche se confinata all’inizio nelle regioni periferiche del paese, avrebbe provocato una reazione governativa che avrebbe polarizzato un considerevole numero di persone su posizioni ostili nei confronti dello stato e che alla fine un’intervento occidentale in Siria sarebbe stato inevitabile; il modello di riferimento è Bengasi.

Questo non si è verificato, nonostante i leader occidentali, come il ministro degli esteri francese Alain Juppé, abbiano fatto molto per mantenere aperta questa possibilità.

Sempre gli esiliati, spesso di orientamento laico e di sinistra, tentano anche di aggiustare la concezione della situazione siriana adottata dai mass media. Questi espatriati hanno allenato i salafiti nell’utilizzo delle tecniche caratteristiche delle “rivoluzioni colorate”, per fare il ritratto di una storia di immotivata e gratuita repressione di massa portata avanti da un regime che rifiuta le riforme, intanto che l’esercito si disgrega sotto le pressioni esercitate su di esso perché si comporti come un carnefice nei confronti dei cittadini del proprio stesso paese. Al Jazeera e Al Arabia hanno messo del proprio nella diffusione di questa narrativa, trasmettendo racconti di testimoni oculari rimasti anonimi e riprese video, senza stare a far domande (si veda, per esempio, il caso di Ibrahim Al Amine).

I salafiti capiscono che gli esiliati li stanno usando per provocare incidenti, e quindi a rafforzare la narrativa mediatica della repressione portata avanti dall’opposizione esterna; la cosa potrebbe tornare utile anche agli interessi dei salafiti.

Le due componenti qui descritte contano su effettivi relativamente contenuti, ma la spinta emotiva che viene dall’amplificazione dello scontento sunnita e dalle riparazioni che esso pretende ha una portata più ampia e più significativa. Può facilmente trasformarsi in azioni concrete, tanto in Siria quanto nell’intera regione nel suo complesso. L’Arabia Saudita e gli stati del Golfo traggono esplicite rendite di posizione dai timori legati ad un “espansionismo” sciita e se ne servono per giustificare la repressione promossa in Bahrein dal Consiglio di Cooperazione tra Stati Arabi del Golfo e l’intervento militare nello Yemen, intanto che i clamori su questo settarismo assertivo vengono amplificate anche all’interno della Siria.

Gli ambienti clericali sunniti tentano di mettere il cappello sul “risveglio” arabo, come se fosse una risposta alla Rivoluzione Sciita in Iran. A marzo, Al Jazeera ha trasmesso un sermone dello sceicco Youssef Al Qaradawi, che ha alzato lo stendardo della restaurazione di una predominanza sunnita in Siria. A Qardawi, che ha una propria base in Qatar, si è unito il religioso saudita Saleh Al Luhaidan, che ha esortato perentoriamente ad “uccidere un terzo dei siriani, perché gli altri due terzi possano vivere”.

E’ chiaro che molti dei contestatori, nelle città che sono tradizionalmente centri di irredentismo sunnita come le siriane Homs e Hama, vengono dalle file dei sunniti in preda allo scontento, favorevoli alla cacciata degli alawiti e ad un ritorno della predominanza sunnita. Non sono salafiti, ma siriani appartenenti alla maggioranza per i quali gli elementi fatti propri dall’ascendenza sunnita, l’irredentismo e l’invocazione delle riforme, si sono fusi in un’unica rivendicazione. Una prospettiva molto preoccupante per quel quarto di popolazione siriana che appartiene alle minoranze non sunnite.

La marginalizzazione dei sunniti in Iraq, in Siria, e più di recente anche in Libano ha provocato scontento tra i sauditi ed in alcuni paesi del Golfo, proprio come tra i salafiti. La convinzione che Assad abbia tradito gli interessi dei sunniti in Iraq, anche se fondata su basi molto deboli, fornisce credibilità ai toni veementi caratteristici della tendenziosa campagna di informazione che Al Jazeera, finanziata dal Qatar, ha rivolto contro Assad.

La rivista francese Le Nouvel Observateur ha riferito di un attivista mediatico di Stoccolma che si è recato ampiamente per tempo ed in segreto a Doha, laddove il personale di Al Jazeera permetteva libero accesso al canale televisivo panarabo e addestrava il personale che vi lavorava a rendere più impressionanti le proprie riprese video: “Filmate donne e bambini. Insistete sul fatto che stanno usando slogan pacifici”.

Al contrario, i resoconti della stampa araba sono stati chiari circa le richieste avanzate con insistenza ad Assad dagli stati del Golfo (gli “Arabi dell’America”) e dagli inviati europei in cambio del loro sostegno. Ibrahim Al Amine, redattore capo del quotidiano indipendente Al Akhbar, ha elencato i passi necessari sulla via delle riforme, che contemplano l’eliminazione del partito giuda, l’introduzione di una nuova legislazione sui partiti politici e sulla stampa, la rimozione di determinati individui da certe cariche, il ritiro dell’esercito dalle strade e l’inizio di negoziati diretti ed intensi con Israele. Gli inviati hanno anche suggerito che intraprendere simili riforme potrebbe fornire ad Assad la scusa buona per rompere l’alleanza con Hezbollah e con Hamas, e per indebolire gli aspetti dei rapporti di Damasco con Teheran che riguardano la politica di resistenza.

Dall’ambiente diplomatico è arrivato il suggerimento che il prendere iniziative come quelle qui descritte faciliterebbe il miglioramento delle relazioni con i paesi arabi e con il capitale internazionale, ed è stata fatta balenare la possibilità che i paesi arabi ricchi di petrolio offrirebbero ad Assad un pacchetto di aiuti del valore complessivo di venti miliardi di dollari, per facilitare il distacco di Assad da qualsiasi dipendenza economica lo leghi all’Iran.

Tutto questo fa capo all’altra dimensione degli avvenimenti siriani, che riguarda la posizione strategica della Siria come pilastro dell’arco che unisce il Libano del sud all’Iran. Questo ruolo rappresenta qualcosa che tutti coloro che negli USA e in Europa si preoccupano in primo luogo della sicurezza di Israele hanno cercato di eliminare. Non è altrettanto chiaro, tuttavia, se Israele sia ansioso di vedere Assad rovesciato così come lo sono certe personalità della politica occidentale. I politici israeliani trattano il presidente con rispetto. E se Assad dovesse lasciare, nessuno ha idea di chi potrebbe succedergli in Siria.

Gli Stati Uniti, storicamente, hanno tentato di intromettersi negli affari siriani perfino da prima del colpo di stato della CIA e del MI6 attuato nel 1953 in Iran contro il primo ministro Mossadeq.

Tra il 1947 ed il 1949 personalità del governo statunitense sono intervenute negli affari siriani. Il loro intento era quello di liberare il popolo siriano da una élite corrotta e autocratica. Ne venne fuori un disastro che alla fine sfociò nella presa del potere da parte della famiglia Assad. Le potenze occidentali possono anche essersi dimenticate di come sono andate le cose, ma, come ha fatto recentemente notare un commentatore della BBC, i siriani ne hanno sicuramente conservato memoria.

Fin dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003, gli USA hanno obiettivamente minacciato il presidente siriano con ultimatum continui, di concerto con Parigi, affinché facesse la pace con Israele. Assad rispedì al mittente tutte le minacce del 2003, cosa che diede origine a una catena di pressioni e di minacce nei suoi confronti, compreso il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il tribunale speciale sulle vicende libanesi e l’azione militare israeliana volta a indebolire Hezbollah ed a mutare di segno l’equilibrio dei poteri in Libano a tutto detrimento di Assad.

Gli USA hanno anche cominciato a finanziare i gruppi di opposizione siriani, almeno dal 2005 in poi; più recentemente hanno cominciato ad addestrare attivisti, anche siriani, sui sistemi per evitare l’arresto e sulle tecniche per comunicare in modo sicuro utilizando reti telefoniche abusive e software per internet. Queste tecniche, insieme all’addestramento di attivisti operato da organizzazioni non governative occidentali e da altre agenzie mediatiche, sono tornate utili anche all’insurrezione armata e militarizzata, almeno quanto lo sono state ai movimenti di protesta pacifici e filodemocratici. Gli USA si sono adoperati anche per finanziare, direttamente o indirettamente, organizzazioni per i diritti umani che si sono rivelate molto attive nel fornire agli attivisti che operano con i mass media casi non verificati di vittime della repressione e racconti di sedicenti testimoni oculari.

Alcuni, come il Damascus Centre for Human Rights ammettono il loro accordo con lo US National Endowment for Democracy e con le altre organizzazioni da cui ricevono finanziamenti, per esempio il Democracy Council e l’International Republican Institute. La decisione del governo siriano di cacciare i giornalisti stranieri ha certamente contribuito a concedere alle fonti di informazioni controllate dagli attivisti all’estero carta bianca nell’imporre ai mass media la loro narrativa sugli avvenimenti siriani.

Il lato mancante del vaso di Pandora siriano, sul quale fino ad ora si è evitato di soffermarsi, è rappresentato dall’esercito siriano e dal suo comportamento nei confronti delle proteste.

L’esercito, per la maggior parte addestrato allo stile russo, non ha esperienza di combattimento in contesti urbani complessi in cui dei contestatori autentici si trovino mescolati a un piccolo numero di insorti armati che sanno come muoversi negli ambienti urbani, che hanno fatto esperienza di imboscate in Iraq e che abbiano l’intenzione di arrivare allo scontro con le forze di sicurezza.

L’esercito siriano non ha esperienza nel campo del contrasto alle insurrezioni; è cresciuto alla scuola del Patto di Varsavia, fatta di grandi manovre e di brigate dotate di armamento pesante, in cui la parola “moderazione” non rientrava a nessun titolo nel vocabolario. Carri armati e brigate corazzate non hanno alcuna utilità in operazioni che richiedano il controllo di una folla, soprattutto in aree ristrette e congestionate. Non sorprende che il movimento dei militari finisca per uccidere contestatori disarmati rimasti presi tra due fuochi, esasperando le tensioni con quanti chiedono sinceramente le riforme e lasciando attonito il pubblico.

La reputazione dell’esercito ha innanzitutto risentito delle critiche. Anche se le storie che riferiscono di diserzioni di massa possono essere ascritte in blocco alla disinformazione, ai gradi più bassi si è comunque verificata una certa erosione della tenuta dei reparti; col crescere delle vittime anche la fiducia dei cittadini nei confronti dei militari ha vacillato. Solo che questo vacillare è cessato con il drammatico scontro verificatosi alla metà di giugno attorno alla cittadina di Jisir Al Shagour, vicino al confine turco.

Così come il popolo libanese ha sostenuto l’esercito nazionale nello scontro di Naher Al Bared, allo stesso modo i siriani hanno sostenuto il loro esercito contro gli attacchi salafiti diretti dapprima contro la polizia e successivamente contro l’esercito e contro le istituzioni statali a Jisr.

Man mano che i particolari degli scontri a Jisr Al Shagour venivano resi noti al pubblico, il risentimento nei confronti degli insorti non ha fatto che aumentare, probabilmente fino al punto di non ritorno. Le immagini che arrivavano da Jisr, così come altri filmati messi in circolazione in cui si vedevano appartenenti alle forze di sicurezza rimanere vittime di linciaggi e di aggressioni, hanno colpito molti siriani, che vi hanno visto la stessa orgia sanguinaria cui hanno assistito per l’impiccagione di Saddam Hussein.

E’ possibile che i fatti di Jisr abbiano rappresentato un momento di svolta. La tenuta e la reputazione dell’esercito stanno crscendo, e la maggioranza del pubblico adesso considera le forze armate in una maniera che non era da dare per scontata prima che la Siria si trovasse a dover affrontare una minaccia tanto seria quanto scollegata da qualunque programma di riforme. Il sentire generale non pensa più in termini di attuazione immediata delle riforme.

L’opinione pubblica è polarizzata e carica di rancore nei confronti dei salafiti e dei loro alleati. Gli ambienti dell’opposizione laica e di sinistra stanno prndendo le distanze dalla violenza salafita: la contraddizione presente nelle divergenti aspirazioni degli “esuli” e dei salafiti, che li separa dal consenso della maggioranza del paese, adesso si manifesta con chiarezza. E costituisce in buona sostanza l’ultimo lato della paradossale “scatola” siriana.

In un clima simile l’introduzione plateale di una serie di riforme verrebbe interpretata dai sostenitori del presidente come un segnale di debolezza, se non di condiscendenza nei confronti di chi ha ucciso tanti poliziotti e tanti militari a Jisr.

Non sorprende dunque che Assad si sia avvalso del discorso tenuto la scorsa settimana per parlare ai suoi sostenitori, sia per mettere in chiaro le difficoltà e le minacce che la Siria si trova ad affrontare, sia per stabilire le tappe di un percorso che conduca all’uscita da questa situazione pericolosa e verso riforme sostanziali.

In Occidente il discorso di Assad è stato ampiamente descritto come “deludente” o “non approfondito sui temi specifici”, ma non è questo il problema.

Se le cose non fossero arrivate a questo punto una serie di riforme radicali come quella invocata dal ministro degli esteri turco avrebbe potuto, ad un certo momento, avere un effetto shock tale da portare a profonde trasformazioni; è tuttavia dubbio che ormai questo possa succedere.

Al contrario, ogni concessione strappata al governo da una violenza come quella vista a Jisr causerebbe con ogni probabilità l’ira dei sostenitori di Assad, ed altrettanto probabilmente non supererebbe il rifiuto categorico dell’opposizione militante, che cerca di esacerbare le tensioni al punto da far sì che l’Occidente si risolva a intervenire.

Il presidente Assad, precisando con attenzione alcuni passi avanti ed alcuni sviluppi da perseguire con determinazione, ha correttamente interpretato lo spirito della maggioranza dei siriani. A giudicare sarà il tempo, ma pare che Assad stia riuscendo ad emergere da una ingarbugliata serie di sfide in parallelo, direttegli contro sia da movimenti politici che da stati sovrani che riflette un ampio spettro di motivi di scontento, di interessi specifici e di motivazioni.

Le radici di tutto questo sono lungi dal venir rimosse dalle questioni che riguardano le riforme legislative e politiche in Siria.

Se Assad considerasse l’insieme di tutto quanto sta contro di lui come il vero e proprio montare di un golpe morbido sarebbe difficile stupirsi. Può anche darsi che Assad si chieda fino a che punto il presidente Barack Obama sia al corrente di quanto sta succedendo in Siria.

Sembra improbabile che le personalità statunitensi fossero del tutto all’oscuro della matrice di minacce che concorrono a minare la stabilità di Assad o ne ignorassero la natura. Se questo fosse davvero il caso, non sarebbe la prima volta che i siriani si trovano alle prese con un esempio di cattivo funzionamento tra “mano sinistra” e “mano destra” nello stile adottato da Obama quanto a politica estera, con approcci di tipo contraddittorio portati simultaneamente avanti da personalità statunitensi differenti.

Se Assad riuscirà a venire a capo di tutte le sfide, come sembra probabile, il tono delle risposte fornite agli inviati arabi ed europei fa pensare che le riforme verranno davvero portate a termine, anche per proteggere l’etica resistenziale della Siria da minacce dello stesso genere che possano presentarsi in futuro.

Nel 2007, ha notato con ironia Assad in una considerazione aggiuntiva al suo discorso, non aveva avuto il tempo di portare a termine delle riforme degne di questo nome: “Noi non abbiamo neppure avuto il tempo di discutere alcunché che riguardasse, tra le altre cose, la legge sui partiti. Ad un certo punto bisognava tenere in considerazione innanzitutto l’economia, ma non avevamo tempo di farci un’idea precisa di quale fosse la situazione economica. Siamo stati coinvolti in una battaglia decisiva [sul fronte esterno], e dovevamo vincerla. Non è che ci fossero altre scelte…”.

Adesso il fronte esterno decisivo è proprio quello delle riforme. Ma se lo scopo di tutto questo era quello di provocare un rovesciamento nell’equilibrio dei poteri in Medio Oriente, la cosa non ha funzionato. E’ improbabile che Assad esca da questa storia più disponibile ad accettare le sfide dell’Occidente di quanto lo sia stato in passato.

* Alastair Crooke è fondatore e direttore di Conflicts Forum, ed è stato consigliere dell’ex responsabile della politica estera della UE Xavier Solana tra il 1997 ed il 2003.

Tratto da http://iononstoconoriana.blogspot.com/2011/08/alastair-crooke-una-spiegazione-del.html.

Fonte: Asian Times.

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Da www.eurasia-rivista.org
Siria: tra il complotto internazionale e le sue conseguenze

Sono ormai passati più di centocinquanta giorni dall’inizio della “Rivoluzione Siriana”, così come è stata soprannominata in Europa, o“Manifestazioni Armate”, e “disordini”, definiti invece tali dal governo di Bash?r al-Asad. Dopo questi cinque mesi di sangue e pressioni internazionali, la Siria sembra essere vittima di un nuovo piano di divisone territoriale simile al famoso accordo di Sykes-Picot tramite il quale i francesi e gli inglesi divisero la grande Siria in diversi stati. Qualora questo piano avesse successo tutta la regione ne subirebbe le conseguenze.

La Siria affronta un complotto internazionale?

La Siria è situata in una posizione strategica nel Vicino Oriente e sin dal tempo dell’ex presidente Hafiz al-Asad, Damasco è sempre stato un territorio ambito dagli Stati Uniti e dai suoi alleati a causa del suo appoggio nei confronti dei movimenti di resistenza popolare del Libano e della Palestina come Hizb-All?h e Ham?s. Dopo la morte di Hafiz al-Asad e l’arrivo di Bash?r al-Asad nel 2000, il nuovo presidente stabilì un piano di cambiamento strategico sui due livelli: interno ed esterno.

1. Politica interna :

La situazione economica e politica siriana non è paragonabile alla situazione esistente in Europa e neanche a quella dei paesi limitrofi come il Libano. Questa realtà è stata messa in evidenza dal presidente Asad sin dal primo giorno del suo mandato nel Luglio del 2000 e ripetuta durante le manifestazioni all’Università di Damasco nel Giungo del 2011. Asad non ha mai negato la liceità delle richieste dei manifestanti, tant’è vero che aveva già posto in essere un piano che prevedeva diverse riforme in ambito economico e una serie di cambiamenti in senso democratico per il Paese, tra i quali l’eliminazione delle leggi di emergenza, la libertà di stampa, la legge dei partiti politici, la riforma elettorale e quella costituzionale.

A partire dal 2000 fino ai nostri giorni sono accaduti nella regione e nel mondo una serie di eventi che hanno influenzato e rallentato l’andamento del piano di Asad.

Gli eventi sono stati i seguenti :

a. L’attacco alle torri gemelle nel settembre 2001 e la conseguente guerra ed invasione dell’Afghanistan e in seguito dell’Iraq.

b. L’omicidio del ex premier libanese Rafic Hariri nel 2005 a Beirut. Tale omicidio ha obbligato la Siria a ritirare i suoi militari stanziati in Libano tramite un mandato dalla Lega Araba e del governo Libanese.

c. La guerra israeliana contro il Libano nel 2006 e la vittoria strategica del partito di Dio – Hizb All?h .

d. La guerra israeliana contro Ham?s nel dicembre 2008 – gennaio 2009, conosciuta come “Operazione piombo fuso” e il continuo assedio contro la Striscia di Gaza.

e. Il fallimento dei tentativi di Pace tra i Palestinesi e Israele.

Ma essendo la Siria uno degli Stati arabi più importanti ed influenti della regione, gli eventi sopracitati hanno indirizzato l’impegno politico di Damasco verso gli affari internazionali e regionali, mettendo in secondo piano il processo di democratizzazione interno. A causa degli eventi di Damasco il 24 Luglio 2011 il presidente Asad ha firmato la legge dei partiti politici che prevede l’organizzazione della vita politica e permette la costituzione di partiti politici.

Due giorni dopo il presidente Asad ha firmato la legge della riforma elettorale che organizza le elezioni del Consiglio del popolo e dei Consigli locali. Tale legge si basa sulla trasparenza e permette ai candidati di controllare l’andamento di tali elezioni.

1. Politica Estera:

Il rapporto fra Siria, Stati Uniti e Occidente è sempre stato vincolato dal buon esito delle trattative di pace nel Vicino Oriente. Il governo di Damasco, che non ha mai tradito la causa palestinese, è disposto alla realizzazione di una pace stabile sul rispetto della volontà della Comunità internazionale che ha adottato la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede: il raggiungimento di una pace “giusta e duratura” dopo il ritiro dei militari israeliani dai Territori arabi occupati nel 1967 da Israele, e il ritorno dei profughi palestinesi.

Tutti i tentativi di pace tra i Paesi arabi e Israele, partendo dagli accordi di Oslo del 1993, passando per la proposta di pace araba di Beirut del 2002, fino agli ultimi tentativi di Obama nel 2011, sono falliti a causa delle continue guerre ed offensive poste in essere contro il Libano e la Palestina. A ciò si aggiunge il continuo rifiuto di Israele di ritornare ai confini del 1967 e la negazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Tale posizione è stata recentemente confermata da Netanyahu nel 2011 a Washington: «Non possiamo tornare ai confini del 1967 perché per Israele sono indifendibili».

La Siria che considera sé stessa, insieme all’Iran, un importante membro del cosiddetto “asse della resistenza” ha voluto risanare i rapporti con l’Occidente giocando la sua carta regionale: il Libano. I primi passi di risanamento della politica estera prevedevano un riavvicinamento alla Francia. Nel 2008 Nicolas Sarkozy ha ospitato a Parigi il Presidente Bash?r al-Asad e il Presidente libanese, i quali hanno annunciato lo scambio diplomatico tra i due paesi. Con gli USA il rapporto è sempre stato teso, il Presidente Asad ha fortemente voluto dialogare con Washington, credendo che tale dialogo fosse necessario per la stabilizzazione della regione. Ma l’amministrazione americana, che ha inserito Damasco nella lista degli “Stati canaglia”, ha sempre accusato la Siria di essere responsabile della violenza in Iraq, di finanziare Ham?s e di non volere facilitare l’operato del TSL (Tribunale Speciale per il Libano).

Se dovesse cadere il governo di Asad ?

È ormai chiara l’importanza del ruolo siriano nella regione medio-orientale su diversi fronti, in particolare sul fronte libanese e iracheno. La domanda che ci si può porre è: cosa potrebbe succedere in Siria e nella regione se dovesse cadere il governo di Asad?

La prima conseguenza potrebbe essere la guerra civile in seguito alla divisione della Siria in diversi stati basati sulla religione e sull’etnia.

Il Libano ne subirebbe sicuramente le conseguenze poiché la caduta del governo guidato dal partito al-Baath metterebbe in ginocchio gli alleati che governano il Paese di cedri, isolandoli e lasciandoli soli ad affrontare il Tribunale Speciale istituito per l’omicidio di Hariri. Tale situazione farebbe tornare il Libano ai tempi della guerra civile con il ritorno di diversi gruppi e milizie libanesi apportatori di vecchi e nuovi progetti di divisione che aprirebbero la strada ad una nuova invasione israeliana, ora più che mai viste le recenti scoperte di petrolio e di gas nel mare libanese.

Anche l’Iraq, Paese che a causa dell’“invasione americana” o “missione di pace” del 2003, ha vissuto e vive ancora momenti economici e sociali molto difficili, non si salverà da un eventuale caduta del governo di Asad, poiché ciò potrebbe portare ad una forte crescita dei salafiti. Questo porterà all’aumento degli attentati suicidi (l’attentato del 15 Agosto che ha causato più di 390 vittime tra morti e feriti ne è una dimostrazione), oltre all’immediato ritorno di milioni di profughi iracheni che la Siria sarà costretta a rimpatriare per creare pressioni politiche sugli USA attraverso l’Iraq.

Se l’Iraq dovesse trovarsi in tale situazione rischierebbe un’altra guerra civile più dolorosa di quella del 2006 – 2007, una guerra civile che avrà come conseguenza la divisione del Paese in diversi staterelli su base etnica e religiosa.

L’influenza negativa di un tale evento potrebbe arrivare fino al regno di al- Saud. La voglia di cambiamento che coinvolge tutto il mondo arabo potrebbe mettere in pericolo al-Riad che non gode di una ottima reputazione nell’ambito dei diritti umani. La famiglia reale discute da tempo sulla scelta del successore di Re Abdullah. Tale discussione potrebbe uscire fuori dai Palazzi reali se l’Arabia Saudita non prenderà seriamente in considerazione le richieste di riforme e di cambiamento degli Sciiti alleati dell’Iran e della Siria che costituiscono il 20% della popolazione saudita. Se dovesse cadere il governo di Asad, l’alleato iraniano non rimarrebbe in silenzio ma cercherebbe di svegliare il sonno dei suoi alleati in Arabia Saudita e di organizzare manifestazioni per fare cadere il regime di Riad. L’Arabia Saudita per evitare l’estendersi delle manifestazioni nel suo territorio ha di recente appoggiato il governo del Bahrein inviando i propri soldati e carri armati nella piazza di Manama con lo scopo di combattere i manifestanti considerati dal regime traditori e alleati dell’Iran.

Il Re Abdallah ha recentemente espresso il suo dissenso dichiarando che «Quello che accade in Siria è disumano e non islamico».

Come sostenuto da diversi analisti, Abdallah avrebbe dovuto applicare il detto libanese che dice: “chi ha la casa di vetro, non dovrebbe lanciare sassi alle case altrui”.

La Turchia sembra essersi resa conto di quanto sia pericoloso per la sua sicurezza l’eventuale caduta del governo di Asad. Gli Alawaiti che vivono in Turchia e che sono circa il 13 % della popolazione turca, hanno contribuito al cambiamento della politica di Ankara verso la Siria. Dopo che il governo turco aveva espresso dure posizioni contro quello siriano, nei giorni scorsi ha inviato in Siria il ministro degli Affari esteri il quale ha dichiarato che: «Con il progetto di riforme che ha adottato, la Siria con Bash?r al-Asad sarà un esempio nel mondo arabo».

La politica turca nei confronti della Siria non è però stabile. Il 16 Agosto a causa dello sviluppo delle operazioni militari, lo stesso ministro turco ha lanciato un ultimatum alla Siria per mettere fine alle operazioni militari. Tale confusione nella politica di Ankara verso Damasco è frutto delle forti influenze europee nei confronti della Turchia e del vecchio desiderio turco di farne parte della Comunità Europea.

Dopo questa breve illustrazione di ciò che potrebbe accadere nella regione con la caduta del governo siriano, in particolare le eventuali divisioni dei paesi limitrofi con le conseguenti guerre civili, è importante precisare che la divisone della Siria, del Libano e dell’Iraq in diversi stati su base religiosa, rientra nei piani strategici statunitensi e israeliani atti a giustificare la presenza di uno stato ebraico in Israele.

Tutto ciò rende più realistica l’idea che la Siria stia pagando le sue posizioni per quanto riguarda il conflitto Arabo-Israeliano. La Siria, che continua a volere un accordo di pace basato sul ritorno ai confini del 1967 e sul ritorno dei profughi palestinesi, sta subendo un complotto internazionale simile a quello del 1916 che portò all’attuazione degli accordi Sykes-Picot.

Chi deciderà il futuro della Siria ?

La situazione in Siria sembra non stia andando nella direzione giusta per tutti i gruppi coinvolti nella faccenda. Per potere rispondere alla domanda sopra citata è indispensabile prima individuare i gruppi coinvolti che potrebbero essere principalmente tre.

Il primo gruppo rappresenta la maggior parte della popolazione siriana che non ha preso parte alle manifestazioni e che continua ad appoggiare il presidente Asad e crede nelle riforme che sta portando avanti.

Il secondo gruppo rappresenta i manifestanti armati che continuano a violare le leggi dello Stato e diffondono il terrore nel Paese. Questi ultimi rappresentano una minoranza politica e sociale.

Il terzo gruppo include i manifestanti pacifici che credono nel dialogo con il governo per realizzare le loro richieste. Tale gruppo fino ad oggi non ha in mano un progetto politico da proporre e non è politicamente organizzato.

Alla luce di tutto ciò, la domanda che ci si pone è: chi deciderà il futuro della Siria?

È chiaro che il secondo gruppo non ha una base popolare che lo appoggia, e per tale motivo attraverso l’utilizzo delle armi spera, come in Libia, in un eventuale appoggio esterno attraverso una risoluzione ONU contro il governo di Asad. Ma l’appoggio russo e cinese alla Siria nel Consiglio di Sicurezza ha impedito il tentativo degli USA e degli alleati Europei di adottare una risoluzione contro la Siria, questo perché la Russia e la Cina considerano quest’ultima un alleato strategico (La Siria ospita l’unica base militare russa nel Mediterraneo e la Russia non è sicuramente disposta a perderla).

La mancata presentazione di un valido progetto di cambiamento in Siria da parte del terzo gruppo e la mancanza di un leader politico che guidi tale movimento, non permettono a quest’ultimo di essere un eventuale alternativa che possa guidare la Siria nei prossimi anni.

L’appoggio della maggioranza del popolo siriano al governo di Asad e il sopracitato appoggio della Russia e della Cina in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sono elementi che ci portano alla seguente conclusione: il governo di Asad non cadrà e continuerà a governare il Paese seguendo la linea delle riforme che aveva già adottato e che porteranno ad un maggior cambiamento a livello socio – economico e politico.

*Hamze Jammoul, giurista libanese e esperto nella gestione dei conflitti internazionali .