La Siria rifiuta la guerra

Il limpido cielo quasi invernale e il clima frizzante, intrecciati con i ritmi dilatati della vita quotidiana in tempo di ramadan, conferiscono a Damasco un aspetto di città tranquilla e serena, quasi sonnolenta, tutto il contrario di quello che ci si potrebbe aspettare dalla capitale di un Paese sostanzialmente in prima linea. Perché di questo in realtà si tratta: la Siria è da sempre in prima linea e dopo l’11 settembre lo è più che mai. E’ in prima linea perché una parte del suo territorio è tuttora occupato dagli israeliani (e Sharon non ha nessuna intenzione di restituirlo) e perché la sua presenza militare in Libano la espone alle minacce e anche alle ritorsioni militari – come è accaduto anche relativamente di recente – delle forze di Tel Aviv; ma è ancora di più in prima linea per l’atteggiamento minacciosamente ambiguo dell’Amministrazione Usa su un possibile, anzi ormai quasi certo, allargamento della guerra ad altri Paesi della regione. Nella sua relazione al nono congresso del Partito comunista siriano – svoltosi a Damasco dal 20 al 23 novembre e al quale ho assistito in rappresentanza del Prc – il segretario generale Yusef al Feisal ha detto che «giorno dopo giorno si chiariscono i contorni di questa guerra, oggi condotta contro il popolo dell’Afghanistan, domani contro l’Iraq, poi contro questo Paese o qualcun altro». Una percezione, come si vede, precisa ed esplicita, condivisa da tutti i presenti.

Ecco, partiamo proprio dal congresso per fare il punto sul momento politico di un Paese che sta vivendo una fase di indubbia tensione e preoccupazione, ma anche di consapevole fermezza, sul piano esterno e al tempo stesso di difficoltà economica e di transizione politica, almeno in senso relativo, sul piano interno. Il nuovo presidente Bashar el Assad ha avviato una linea di prudente modernizzazione e sviluppo ma anche di disgelo e di cauta apertura delle strutture politico-istituzionali irrigidite (per non dire fossilizzate) da decenni di stasi; e i due aspetti sono ovviamente collegati, perché una più dinamica articolazione democratica e partecipativa può essere strumento e al tempo stesso condizione per il superamento dei seri problemi economici determinati in parte anche da cause interne ma soprattutto dai riflessi della congiuntura internazionale. E’ quella che nell’incontro che ho avuto alla direzione del Partito Baas mi è stata indicata come la «operazione di rinnovamento e moderazione»; e negli spazi di partecipazione e di vita democratica, che in questo quadro si vanno gradualmente delineando, i comunisti sono determinati ad inserirsi per allargarli il più possibile al fine di stimolare la partecipazione popolare e garantire quelli che ancora Yusef al Feisal ha definito «gli elementi costituenti del concetto e della pratica della democrazia, la cui attuazione è centrale per qualsiasi società democratica».

Il dibattito al congresso del partito – che fra i due Pc esistenti in Siria è il più numeroso e il più, per così dire, pragmatico, impegnato in quello che in un certo senso potremmo anche definire un percorso di rifondazione – è stato in questo senso assai promettente, per la sua ampiezza, vivacità e spregiudicatezza, apprezzato come tale dalle delegazioni presenti fra cui spiccavano – accanto a quelle dei Pc arabi e dei Pc di Cina e Vietnam – quelle dei principali Partiti comunisti dell’Unione europea, del Pc di Boemia-Moravia e del Pc della Federazione russa. Una presenza come si vede articolata e di livello, che ha avuto il suo riscontro nell’attenzione dedicata dai congressisti alla cruciale fase internazionale e soprattutto alla guerra che imperversa in Medio Oriente, dall’Afghanistan fino alla Palestina, giacché quella che Sharon sta conducendo contro il popolo palestinese e i Territori dell’Autonomia nazionale ha ormai tutte le caratteristiche di una vera guerra, neanche troppo «strisciante».

Torniamo così alle riflessioni iniziali. C’è stata su questo una larghissima unità di vedute e una evidente, anche se in un certo senso scontata, convergenza di analisi nella citata relazione del segretario generale Al Feisal e nel colloquio che ho avuto con Sami al Attari, della direzione “nazionale” (cioè pan-araba) del Baas. «Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti – ha detto Al Feisal – stanno cercando di imporre sé stessi come l’unica potenza dominante nel mondo», e ciò è dimostrato dal fatto che la guerra in corso «è una guerra americana per il dominio sull’Afghanistan e sui luoghi e mezzi di trasporto del petrolio del Mar Caspio, una guerra che porta la presenza militare americana nel cuore dell’Asia, sui confini di India, Cina, Russia e Iran»; una guerra, ancora, «che è cominciata con la guerra del Golfo ed è proseguita con la guerra in Jugoslavia». «La guerra è una conseguenza della globalizzazione capitalistica – ha osservato Al Attari – e il vero scopo che si propongono gli Stati Uniti è di estendere la loro dominazione fino al centro dell’Asia; gli attentati dell’11 settembre e la lotta contro il terrorismo vengono utilizzati come un pretesto. La Siria condanna fermamente il terrorismo: più di dieci anni fa – ha aggiunto il dirigente del Baas – il presidente Hafez el Assad aveva proposto una conferenza internazionale sul terrorismo, per definirne i contorni e discutere i modi per combatterlo, ma gli Stati Uniti hanno rifiutato perché la consideravano contraria ai loro interessi e a quelli di Israele; ed ora lanciano accuse di terrorismo e minacce contro l’Iraq, la Siria, il Libano, lo Yemen».

La Siria, in tutta l’articolazione delle sue forze politiche e sociali, respinge dunque con fermezza l’accusa di terrorismo e rifiuta in modo altrettanto esplicito «qualsiasi confusione strumentale fra terrorismo e lotte di liberazione», con evidente e immediato riferimento proprio alla questione palestinese. Se gli Stati Uniti vogliono davvero mettere fine al terrorismo – si osserva – devono cambiare radicalmente la loro politica in Medio Oriente.

Su questo tuttavia a Damasco nessuno nutre illusioni: le recenti aperture di Bush jr. sullo Stato palestinese sono considerate strumentali e contingenti, legate alle necessità della coalizione anti-terrorismo ma destinate a consumarsi in un attimo se le cose prendessero rapidamente un corso consono con le aspettative di Washington. Damasco insomma è sicura delle proprie ragioni, e in particolare per quel che la concerne direttamente dei diritto al recupero integrale del Golan; ma è anche ben conscia dei pericoli cui è esposta, insieme ad altri «fratelli arabi», e pur sperando in un positivo sviluppo della situazione non trascura di prepararsi al peggio. Ne è una significativa prova il riavvicinamento con il vecchio rivale, l’Iraq, che potrebbe essere il prossimo obiettivo dell’attacco americano ma che – si teme a Damasco – sarebbe comunque solo una tappa di una ulteriore escalation.