La Sinistra europea riparte da Atene per cambiare il vecchio continente

La dichiarazione di Atene, forse il documento più radicale votato da un organismo internazionale. Almeno a memoria di cronista. Impensabile appena due anni fa. E poi le deleghe rosse che si alzano a riempire la sala del Palazzo dell’Amicizia, a due passi dal Pireo, la conta degli astenuti su quella dichiarazione – tre -, il voto per confermare Bertinotti presidente – più acclamazione che voto -, la commozione. E le prime note dell’Internazionale. Coi leader dei partiti che prima abbozzano un pugno chiuso sul palco, poi stringono le mani dei loro colleghi e le alzano tutte insieme. Tanta commozione, – perché no? – anche un po’ di retorica, una miriade di flash. Eppure, c’è chi dice che la vera conclusione del primo congresso della Sinistra europea, domenica ad Atene, sia stata un’altra. Parlano di un piccolo atto, apparentemente burocratico. Una lettera, che comincia con «dear comrades». E’ la richiesta di adesione alla Sinistra europea di «Respect». L’organizzazione inglese (il nome è in realtà una sigla, l’acronimo di una lunga serie di parole: Respect Equality Socialism Peace Environment Community Trade Unionism) che è riuscita ad eleggere un deputato, George Galloway ex laburista, ma che soprattutto è uno dei più innovativi esperimenti di questi ultimi anni a sinistra. Costruito durante e per il movimento per la pace, costruito legando pezzi di vecchi partiti con associazioni, organizzazioni, movimenti. Soprattutto di migranti.
C’è chi dice che la due giorni ateniese, può essere riassunta proprio da questa richiesta di adesione. Richiesta – va detto anche questo – il cui iter non sarà comunque facile, visto che le delegazioni di alcuni partiti non hanno applaudito all’annuncio. Ma il segnale è stato questo. Perché la Sinistra europea esce diversa da come era arrivata ad Atene. Diversa nei numeri, c’erano sedici partiti ora ce n’è già uno in più (nei giorni scorsi è arrivata anche un’altra formazione belga), in attesa che entrino gli inglesi – finora non rappresentati – di «Respect». Ma diversa soprattutto nella filosofia. Ed eccoci alla discussione che pure, stando ai giornali, ai maggiori giornali italiani, avrebbero segnato il congresso. Ci si riferisce all’introduzione, nei documenti, del richiamo al socialismo. Nell’atto di fondazione, due anni fa a Roma, del partito europeo non c’era alcun richiamo forte alle ideologie del secolo scorso. Proprio per aprire le porte a tutte le formazioni antiliberiste del vecchio continente. Di più: c’era, nel documento iniziale, una condanna dura, senza appelli, dei totalitarismi degenerati dell’Est. Giudizi tanto duri da rendere impossibile l’adesione di alcune forze, come il più forte dei partiti della sinistra ceca. Critico sulle vecchie esperienze, certo, ma non disposto a giudizi tanto netti. Adesione che ancora non c’è. Perché a margine del congresso, Bertinotti ha di nuovo incontrato una delegazione del partito in questione (e si sta parlando di una formazione che ha conquistato il 23% di voti, destinata ad entrare nel prossimo governo nazionale). Riunione che s’è conclusa lasciando tutto com’è.
«Ecco perché stavolta ha un senso aver introdotto la parola socialismo – dirà Fausto Bertinotti commentando coi giornalisti italiani il congresso. – Perché è davvero chiarissimo che per noi ques’espressione non significa più un obiettivo da conquistare, un modello da imitare. Vuol dire un’aspirazione, vuol dire una visione del mondo, vuol dire la possibilità di guardare oltre il capitalismo».

Questo è il significato di quella parola oggi. E’ questo che permette a «Respect» di chiedere l’adesione. E’ questo che ha permesso al Presidente del raggruppamento europeo, durante una manifestazione con Oskar Lafontaine, sempre qui ad Atene, di dire: «Per schierarsi contro il neoliberismo non occorre essere né comunisti, né socialisti, né ecologisti. Basta essere uomini liberi».

Questo è il punto di aprrodo del congresso. «A cui ci si è arrivati dopo una dura battaglia – continua il segretario in questo colloquio informale – contro l’ortodossia». Di chi, anche in questo congresso beninteso, privilegia la superiorità dei partiti rispetto ai movimenti, di chi comunque li vede come due sfere autonome, con contaminabili. La risposta? Bertinotti la suggerisce in uno slogan. Lo slogan zapatista: «Camminare interrogandosi».

Camminare, riprendere a camminare. Subito, ora. Come suggerisce la dichiarazione di Atene. Letta all’assemblea da Gennaro Migliore, che ha coordinato il lavoro della commissione che l’ha scritta. «Camminare» contro la Bolkestein, contro l’esclusione sociale, per superare la divisione sessuata del lavoro. Per imporre un ruolo di pace al vecchio continente, per impedire la privatizzazione dei beni comuni. Per mettere sotto controllo democratico la Banca Centrale. Per imporre che la tragedia di Schiphol e la vergogna di Lampedusa possano ripetersi. Questo dice il documento votato. Voto a cui comunque non hanno preso alcune delle minoranze italiane di Rifondazione, quella di Progetto Comunista e quella dell’Ernesto. Perché? Bruno Steri, delegato della mozione Essere comunisti, spiega che anche queste assisi hanno confermato le critiche raccolte nel documento alternativo presentato in Italia. In pillole: «Una parte rilevante delle forze che si collocano a sinistra delle socialdemocrazie non sono “dentro” la Sinistra europea. Noi pensiamo sia necessaria un’operazione che includa tutte le forze e non solo una parte». E ancora: «Anche questo dibattito politico-identitario ci rivela il progetto di una forza che assomiglia più ad una sinistra socialdemocratica cha ad una sinistra comunista e anticapitalista». Loro non hanno votato i documenti, mentre un’altra parte di Rifondazione, Sinistra critica, si è astenuta. Tutti comunque hanno votato Bertinotti presidente.

Bastano questi dati per capire che in ogni caso la discussione di Atene andrà avanti. Anche perché Bertinotti dice di più. Dice che l’approccio del congresso è sicuramente una tappa di quel processo di rifondazione del pensiero critico, avviato ormai quindici anni fa. Una tappa importante. Che avrà conseguenze anche nel nostro paese. «Sì – aggiunge – mi piacerebbe molto pensare ad una sezione italiana della Sinistra europea. Uno dei contenitori possibili, se non il contenitore, della sinistra d’alternativa. Quella che vogliamo promuovere assieme e parallelamente alla battaglia per cacciare il governo delle destre».

La sinistra d’alternativa in Italia, allora. Che non può definirsi per sommatoria di sigle già esistenti, ma nasce con un metodo tutto da inventare. Con una discussione che sarà un po’ dentro un po’ fuori i partiti, che coinvolgerà forze organizzate e singoli. Un po’ come dovrà avvenire in Europa. Perché nelle conclusioni, Bertinotti forza la discussione che c’è stata al congresso. Supera un po’ le reticenze e le perplessità che si erano manifestate sulla proposta (quasi solo italiana) di abbandonare la vecchia formula organizzativa per cui la Sinistra europea è solo la conta degli iscritti ai vari partiti nazionali. Senza la possibilità di adesioni individuali. E il presidente prova a definire un partito sovranazionale aperto, ancora più aperto dell’attuale. Dove possa aderire anche solo chi accetta la dichiarazione di Atene. E così, è facile prevedere, il prossimo congresso consegnerà una Sinistra europea ancora «più diversa» di quella di oggi.