La Sinistra e l’Iran

In relazione al Libano tutto il mondo aveva preso atto dell’affermazione delle forze filo-occidentali, appoggiate con grande dispendio di mezzi da USA e Arabia Saudita e vincenti anche in virtù di un sistema elettorale che ha impedito la vittoria del movimento Hezbollah, nonostante questa grande organizzazione politica avesse conquistato un maggior numero di voti (il 53%). Gli stessi Hezbollah, di cui sono noti i legami politici con l’attuale gruppo dirigente di Teheran, hanno accettato con grande senso di responsabilità l’esito delle urne.

Poco tempo dopo si è votato in Iran per il rinnovo del mandato presidenziale.

Le potenze occidentali, impegnate da tempo con Teheran nel braccio di ferro sulla questione del nucleare e sempre oscillanti tra il negoziato e l’uso della forza militare, davano per scontato che (come ha scritto l’autorevole studioso americano James Petras) “il loro candidato riformista non poteva perdere… Per mesi hanno pubblicato quotidianamente interviste, editoriali e rapporti dal campo “documentando” i fallimenti dell’amministrazione Ahmadinejad: testimonianze di religiosi, ex funzionari, commercianti e soprattutto donne e giovani delle città con un inglese fluente, destinavano Mousavi a una schiacciante vittoria. La vittoria di Mousavi era descritta come il trionfo delle “voci moderate”, almeno secondo il vacuo cliché della Casa Bianca”(1).

I leader delle potenze imperialiste notoriamente non sono certo interessati agli sviluppi della vita democratica in questo paese asiatico. Ad essi interessa soprattutto il ruolo che un paese svolge nel contesto della politica internazionale. E conoscono bene il ruolo dell’Iran, l’unica potenza regionale che (dopo il venir meno, in seguito all’occupazione USA, del sostegno iracheno alla lotta del popolo palestinese), insieme alla meno potente Siria, è oggi in grado di costituire un efficace contrappeso all’egemonia israeliana (anche attraverso l’appoggio dato ai gruppi palestinesi e libanesi in grado di reggere il confronto militare con Tel Aviv) e che, per questo, è continuamente sottoposta alle minacce di attacco, anche nucleare, da parte di Israele.

I leader occidentali conoscono anche bene il ruolo che l’Iran ha assunto all’interno del movimento dei non allineati, che sviluppa relazioni intense con tutti i paesi (a cominciare da Cuba e dal Venezuela) che si oppongono ai progetti egemonici degli USA e si sono tradotte anche in un efficace sostegno materiale ai processi rivoluzionari e di trasformazione latinoamericani ( ed è da questo punto di vista che occorre capire le posizioni di Chavez e di Lula , ben differenti da quelle assunte dalla cancellerie filo americane e filo britanniche e contrarie – anche in questa difficile fase iraniana – ai tentativi di destabilizzazione di Ahmadinejad ). Inoltre non possono rimanere certo insensibili al fatto che l’Iran intrattiene rapporti economici di straordinaria rilevanza con potenze direttamente in competizione con gli Stati Uniti e i loro alleati (come la Cina ).

Quanto poi alle politiche sociali, quello che pretendono i leader occidentali è un futuro dell’Iran, simile a quello del confinante Iraq, ridotto a semplice fornitore di materie prime, il cui controllo è affidato direttamente alle multinazionali occidentali. Ai leader dell’Occidente interessa sicuramente poco che la gran parte degli elettori iraniani ritengano che “gli interessi di sicurezza nazionale, l’integrità del paese e il sistema di sicurezza sociale, con tutti i suoi difetti e gli eccessi, possano essere difesi e migliorati con Ahmadinejad anziché dai tecnocrati del ceto alto appoggiati dai giovani privilegiati che guardano all’Occidente e che premiano gli stili di vita individuali più che i valori di comunità e di solidarietà” (2). Non può certo piacere ai dirigenti dell’Occidente il fatto che, contravvenendo ai moniti che venivano dalle istituzioni finanziarie in mano ai “grandi del mondo”, in Iran si siano, in questi ultimi anni, attuate politiche di redistribuzione degli introiti di gas e petrolio (circa 300 miliardi di utili in tre anni), e che, ad esempio – e sono dati certificati dalle stesse istituzioni internazionali – attraverso la realizzazione di un programma sociale che non ha precedenti nella storia iraniana, i lavoratori agricoli abbiano avuto un aumento del reddito del 37 per cento, gli operai del 22 per cento, gli insegnanti che, sotto il riformista Khatami non avevano avuto nessun adeguamento salariale, abbiano visto i loro stipendi aumentare del 30 per cento e le loro pensioni del 50 per cento.

I dirigenti occidentali sembravano non prevedere neppure il forte impatto che le devastanti guerre degli Stati Uniti e l’occupazione in Iraq e in Afghanistan hanno sull’opinione pubblica iraniana, sottoposta da anni ad ogni tipo di minaccia esterna.

Sul candidato “riformista” Mussavi, un personaggio dal passato perlomeno discutibile che – per la sua cultura politica e i suoi legami internazionali – non garantirebbe né sicuri sviluppi democratici né la futura indipendenza del paese e che si presentava – conseguentemente – con un programma economico di “liberalizzazioni” e di aperture alla penetrazione occidentale, si sono così concentrate le speranze di tutti quelle aree iperliberiste, neocapitaliustre, filoamericane e filoisraeliane pronte ad acclamare l’opposizione come avanguardia di una” rivoluzione democratica”; pronte, al fondo delle cose, a cancellare quella rivoluzione komeinista che liberò l’Iran dalla schiavitù agli Usa e alla monarchia persiana.

Come abbiamo visto, però, le cose non sono andate secondo le previsioni. Non è certo la “volontà del popolo iraniano”, come hanno affermato coloro che hanno scambiato la rivolta del “popolo di Teheran nord” (i quartieri privilegiati della capitale iraniana) con il sentire comune a tutti gli iraniani, quella che si è espressa nelle proteste di questi giorni.

Il popolo iraniano (piacciano o non piacciano i connotati ideologici del gruppo che sostiene Ahmadinejad, che certo non sono quelli di chi scrive questo articolo, quelli dei comunisti), con un voto schiacciante (il 63%) ha espresso la sua volontà, democraticamente e legittimamente senza, peraltro, che si registrassero contestazioni di rilievo, almeno fino a quando non è stato dichiarato l’esito della consultazione.

E il tentativo di contestare la legittimità del risultato elettorale, messo in atto secondo il classico copione delle “rivoluzioni colorate” (utilizzo di gruppi di giovani apparentemente “non violenti”, mobilitazione delle classi medio-alte “occidentalizzate”, grande dispiegamento dei mezzi di informazione occidentali, uso spregiudicato delle tecnologie internet con messaggi a forte impatto emotivo sulle opinioni pubbliche europee e americane), già sperimentato in passato, avrebbe dovuto indurre la gran parte delle sinistre anticapitaliste europee a una maggiore prudenza nell’approccio alla questione e non cadere nella trappola tesa da Netanyahu che – ritenendo necessaria e legittima “l’interferenza” degli Stati e dei governi contro Ahmadinejad, – ha chiesto al mondo di “interferire” – appunto – contro il governo iraniano.

E’ francamente preoccupante constatare che di un’analisi rigorosa (di classe) di quanto sta accadendo, nei comunicati e nelle manifestazioni organizzate da una parte consistente della sinistra occidentale non si avverta traccia. Si preferisce adagiarsi sui classici cliché dell’ “ingerenza democratica”, che hanno preceduto tutte le aggressioni imperialiste degli ultimi decenni.

(1) James Petras, “La bufala delle “elezioni rubate”
(2) Ibid.