«La sicurezza deve tornare nella contrattazione»

Il 12 gennaio (al Brancaccio di Roma) una assemblea nazionale indetta da Cgil, Cisl e Uil farà il punto sulla sicurezza sul lavoro, tema caldissimo in questi mesi, ma che non sembra essere giunto a un punto di svolta. In Italia si continua a morire nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, con più di 1300 morti l’anno e circa un milione di infortuni complessivi: il primo morto del nuovo anno, significativamente, è un lavoratore immigrato impiegato in una ditta in subappalto. Si chiamava Alì Hattouti, era marocchino e aveva 44 anni, è stato schiacciato da un’asfaltatrice all’Interporto di Guasticce, nel livornese: lascia una moglie e un figlio. Senza contare che almeno 200 mila infortuni non vengono registrati a causa del lavoro nero, e che in Europa, secondo l’Oil, a fronte di un morto per infortunio ci sono 4 morti per malattie professionali: ma in Italia le denunce all’Inail su questa voce sono bassissime. Cosa chiede il sindacato al governo? Cosa si propone nella contrattazione? Lo abbiamo chiesto a Paola Agnello Modica, segretario confederale Cgil con delega alla sicurezza.
Come mai avete indetto un’assemblea?
Perché il tema della sicurezza è finalmente entrato nell’attenzione dei mass media, ma resta un’emergenza nazionale. All’assemblea saranno presenti le strutture e i rappresentanti per la sicurezza, oltre ai tre segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, perché vogliamo dire ai lavoratori che non sono soli: che bisogna continuare l’attività preziosa che già svolgono con grande difficoltà e che anzi va rafforzata. La salute e sicurezza devono tornare centrali nella contrattazione, di primo e secondo livello, e devono riguardare in prima persona le rappresentanze dei lavoratori. Perché se è vero che la salute non è un bene contrattabile, è anche vero che quando tratto sull’organizzazione, sui ritmi e sugli orari, vado a incidere direttamente sulla sicurezza.
Eppure la Confidustria vi chiede un nuovo «patto sociale» che va proprio nella direzione opposta: lasciare mano libera alle imprese su turni e orari, per aumentare la produttività.
Noi rispondiamo che siamo disposti a parlare di competitività e di produttività, ma solo se le imprese parlano di investimenti e innovazione. Dobbiamo dire basta alla competizione sul costo del lavoro, l’Italia deve puntare sulla qualità. E diciamo una cosa chiara: le Rsu non possono essere private del loro ruolo di contrattazione, non posso decidere a Roma gli orari che faranno in una fabbrica di Canicattì. Così le Rsu e gli Rls, i rappresentanti della sicurezza, devono lavorare insieme e portare insieme i temi della salute e sicurezza nella contrattazione.
Al governo cosa chiederete?
Diciamo che le prime misure, come quelle sul documento di regolarità e la registrazione del lavoratore il giorno prima, vanno nella giusta direzione, ma ancora vanno fissati strumenti come gli indici di congruità e si dovrà operare sugli appalti. Abbiamo visto una prima bozza del Testo unico sulla sicurezza e ci pare sicuramente migliore di quello del passato governo, che fu ritirato dopo le proteste del sindacato e degli addetti ai lavori nelle istituzioni pubbliche. Ma non si può risolvere tutto soltanto con una legge. Bisogna agire ad esempio in modo deciso contro la precarietà, perché il lavoratore a termine o parasubordinato ha minore formazione e informazione, ed è più ricattabile. Ancora: nelle piccole aziende è più difficile avere una sicurezza adeguata a causa della scarsità di risorse da investire e perché i lavoratori hanno una rappresentanza più debole. I lavoratori, in anni in cui la loro forza è stata indebolita, sono ormai costretti sempre più spesso a denunciare le malattie e gli infortuni come normali malattie, e l’azienda risparmia sui premi Inail, scaricando i costi sul servizio sanitario nazionale. Chiederemo anche di aumentare le rendite Inail per le famiglie delle vittime e gli invalidi, e di avere accesso e possibilità di contribuire alle banche dati di Inail, Regioni e Ispesl: sono tutti dati utili per la contrattazione. Infine, vorrei concentrare l’attenzione sulle Asl: è lì che si fa la vera prevenzione, e non solo, come si crede erroneamente, da parte degli ispettori del ministero. Solo che le Asl, a causa dei tagli alla sanità, hanno sempre meno strumenti e personale, mentre al contrario potrebbero fare tantissimo sulla prevenzione: chiederemo dunque uno sforzo maggiore al sistema sanitario nazionale e alle Regioni.