La Sicilia a due velocità e il ponte inservibile

Palermo -«Il ponte sullo stretto? Che ce ne facciamo quaggiù di mezz’ora risparmiata se poi ci vogliono sei ore per raggiungere Agrigento?», dice Calogero Volpe, detto Lillo, ex ferroviere e sindacalista della Cisl nella città dei templi. Paradossi di una Sicilia che continua a mescolare faraoniche aspirazioni alla modernità al sottosviluppo. La Sicilia che viaggia a due velocità. Una è quella dei miliardi di euro per il ponte, dei finanziamenti promessi per le infrastrutture incompiute; dei 3 miliardi di euro stanziati per la Sicilia dal Piano Prioritario degli investimenti del Cipe nel 2001 per il rinnovo delle infrastrutture ferroviarie; delle 40 locomotrici “Minuetto”, gioielli della tecnica pagate 1,5 milioni ognuna. Anche se ne sono giunte sull’isola solo 8, presentate in una cerimonia d’inaugurazione solenne, dal presidentissimo Cuffaro con al fianco il fido Assessore ai Lavori Pubblici Granata.
L’altra Sicilia, quella vera, la si trova nelle centinaia di chilometri di strade ferrate che attraversano le campagne dell’interno, costellate di popolosi paesi agricoli. E’ la Sicilia dei “rami morti”, delle tratte ritenute non sufficientemente “popolate”, lasciate marcire in sdegno di qualsiasi progetto fondato di sviluppo economico.

La “vera” Sicilia è quella delle tre ore e mezza necessarie per raggiungere Palermo da Catania, una tratta di soli 209 km. Delle 4 ore che un produttore del distretto agricolo di Vittoria impiegherebbe per raggiungere l’aeroporto di Fontanarossa, distante poco più di 100 km. La Sicilia degli emigranti agrigentini che tornano a trovare i propri familiari. Costretti, una volta giunti a Catania dopo l’interminabile viaggio sull’espresso 832 -18 ore tra Milano e la Sicilia- a salire su un pullman: perché la tratta Catania-Agrigento è stata spostata su gomma.

Su 1387 km di strade ferrate, solo 146 sono a doppio binario, il 27% rispetto alla media nazionale; poco più della metà, 772, sono a trazione elettrica. I tempi di percorrenza sono del 30% più elevati della media nazionale. La causa più prossima la indica il rapporto Svimez del 2005. Degli 86 progetti che, nell’ambito delle procedure della legge obiettivo, hanno ricevuto finanziamenti CIPE 45 riguardano il Mezzogiorno, per un costo complessivo di 14.423 milioni di euro. Ma i lavori cantierati (per complessivi 2.168,8 milioni) sono pari a circa il 23% del totale dei finanziamenti disponibili. (Rapporto Svimez 2005). Le grandi opere del taumaturgo venuto da Milano, nel profondo sud, rimangono solo nei mega cartelloni elettorali.

«In Sicilia si viaggia con l’autobus. E’ più veloce», afferma Salvatore Caramanna, dirigente della Filt-Cgil di Caltanissetta. Specialmente se si vive nelle province del centro. «Certo, i chilometri-treno sono rimasti uguali, ma molte vetture sono state spostate verso le tratte litoranee». Il risultato è che oggi a Caltanissetta, Enna e Agrigento non si viaggia più sulle rotaie. Prima il ritiro di 508 carrozze in seguito allo scandalo delle pulci. Poi il nuovo orario di Trenitalia del 12 dicembre ha soppresso in Sicilia 18 corse. Per finire il 22 dicembre una frana tra Dittadino e Raddusa, nell’ennese, ha dato il colpo di grazia a comunicazioni già precarie. Il risultato lo racconta Calogero Volpe: «Un agrigentino che un sabato volesse prendere a Palermo il treno diretto a Torino (dato che il treno diretto è stato soppresso da due anni) che parte alle 14,59 sarebbe costretto a salire sul diretto delle 8,30. Per aspettare alla stazione di Palermo una “coincidenza” di quasi 5 ore». Non dimentichiamo, poi, che Agrigento fa rima con “valle dei templi”, meta archeologica che ogni anno spinge nella città decine di migliaia di visitatori. Che giungono tra le colonne doriche quasi sempre su pullman turistici. Probabilmente anche su quelli di proprietà della famiglia Cuffaro, come la Cuffaro Tours, proprietà del fratello del presidente.

“La situazione è catastrofica”. Non usa mezzi termini Enzo Macaluso, segretario regionale dei ferrovieri della Filt, ormai impegnata con tutte le proprie energie nell’organizzazione dello sciopero del 26 gennaio. «I lavori per l’elettrificazione sono fermi, i lavori di manutenzione soffrono l’esternalizzazione e la mancanza di investimenti nelle due officine di Messina e Catania, con la conseguenza di un grave depauperamento dei mezzi di trazione. Fino al punto che, spesso, la soppressione dei treni dipende dalla mancanza di mezzi. Dinanzi ad una crescita della domanda il servizio i chilometri-treno rimangono stabili. Chiudono le biglietterie di Acireale, Termini e Cefalù. E l’azienda continua a rifiutare il confronto col sindacato, col silenzio della Regione». Non è dunque un caso che i sindacati ferrovieri dell’isola si preparino al terzo sciopero in 5 mesi. «Il 26 gennaio – minaccia Macaluso – aderiremo in massa allo sciopero. Perché i ferrovieri siciliani sono stanchi di vedere la propria terra e il proprio lavoro divenire sempre più poveri».