La sfida irrisolta: spiegare la crisi

Perché? Domanda infantile, che corre nervosamente su labbra piuttosto adulte. Perché il prezzo del greggio sembra ormai impazzito? Davvero l’offerta – la capacità di estrazione – non riesce più a tener dietro alla domanda mondiale? E dove – a che livello – si arresterà la sua corsa? Le risposte variano a seconda del campo di appartenenza.
I petrolieri si sforzano di spiegare che di greggio ce n’è in abbondanza e che tutta la colpa va scaricata sugli «speculatori finanziari». Un esperto italiano di «trading» petrolifero ci ha spiegato che «i fondamentali attuali sono buoni, perché ‘il fisico è lungo’ (la produzione materiale è abbondante, ndr), l’Opec non taglia l’output». Il problema è che «il paper (le contrattazioni su carta, ndr) conta più del ‘fisico’», al punto che «quando una petroliera parte dal Medio Oriente, il suo carico può subire anche 100 scambi prima dell’arrivo». Anche «i costi di raffinazione sono molto bassi, sui 4 dollari a tonnellata» e che «l’Europa ‘è lunga di benzina’, mentre negli Usa ci sono problemi di qualità a causa di una legislazione più restrittiva in molti stati, che escludono la presenza di Mtbe (metil-ter-butil etere, un inquinante delle falde acquifere, ndr)». Insomma, anche per lui il problema è soprattutto «di speculazione», anche se «dobbiamo scordarci il petrolio a 40 dollari». Si specula sui beni scarsi, vien da ricordare, su quelli «abbondanti» è proprio inutile.
I paesi produttori si chiamano fuori. L’Opec si dice «preoccupato» per i prezzi attuali che «mettono a rischio la crescita economica», dice il portavoce Omar Farouk Ibrahim, ma «se il mondo non fosse sufficientemente rifornito, potremmo estrarre di più per calmierare i prezzi». Prontamente smentito dal ministro iraniano dell’energia, secondo cui «l’Opec non ha capacità sufficiente per aumentare la produzione».
Gli analisti vedono nero. Quelli dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, sentiti dal Times, ritengono che «il picco petrolifero sia dovuto all’impossibilità che le multinazionali estrattive raggiungano nel breve periodo quei livelli tecnologici necessari a soddisfare la domanda mondiale e portare la produzione dagli attuali 85 milioni di barili al giorno ai 120 richiesti dai mercati». Se si pensa che la «sovracapacità» produttiva dei paesi Opec è stimata a 1 milione di barili, c’è di che preoccuparsi. Per l’economista Marzio Galeotti (Lavoce.info) «la domanda da parte della Cina è destinata a crescere, mentre l’incremento della capacità produttiva da parte dei principali paesi produttori non si materializzerà in maniera tangibile prima di due o tre anni». Perciò «la tendenza dovrebbe rimanere questa».
Più drastico Fabio Basagni, presidente di Actinvest. «Per l’estate c’è da aspettarsi ulteriori rincari ben al di sopra degli 80 dollari al barile». Oltre alle tensioni internazionali, infatti, viene considerato anche «il riscaldamento dell’Atlantico durante lo scorso inverno» che «potrebbe portare a forti uragani nel periodo luglio-novembre, con possibili danni agli impianti del Golfo del Messico e alla capacità di raffinazione degli Usa». La domanda, spiega, non può diminuire, perché «un terzo viene dall’Asia, Cina e India in particolare; paesi con un tale surplus commerciale che non hanno difficoltà a far fronte a questi prezzi».
I paesi consumatori, come la Francia, rivedono rapidamente le loro strategie. Il ministro delle finanze, Thierry Breton, ha escluso che Edf (l’equivalente della nostra Enel) possa venir privatizzata. La gran Bretagna, che pure è anche un produttore di greggio, e dove Blair ha appena deciso di aprire nuove centrali nucleari, ha scoperto ieri che ci sono di nuovo imprenditori disposti a investire sul carbone. Richard Budge, infatti, ha annunciato che entro l’anno prossimo riaprirà la miniera di Hatfield, nello Yorshire. Gli scienziati guardano i fenomeni con lenti assai diverse. L’Association for the Study of Peak Oil ne riunisce alcune centinaia e da anni, a partire dalla verifica empirica delle previsioni basate sulla «curva di Hubbert», hanno previsto un «picco del petrolio» negli anni tra il 2005 e il 2013. «Picco» sta per «massimo della produzione», non per «fine». Ma sul piano economico il «picco» equivale grosso modo a un disastro, perché «l’offerta non riesce più a soddisfare la domanda». Ugo Bardi, presidente della sezione italiana dell’Aspo, la prende con molta flemma. «Pensiamo che questa crisi sia strutturale. Continua da cinque anni, non la si può spiegare con un ayatollah o con un ulema. C’è un problema di disponibilità della materia prima, e allora costa tutto più caro, dall’estrazione al trasporto alla raffinazione. La crisi del petrolio è iniziata negli anni ’70, non oggi. E’ logico che il prezzo sia così alto; da alcuni modelli matematici possiamo dire che prima il prezzo era troppo basso». Non dà molto peso alle varie guerre, perché «ce ne sono sempre state, anche e soprattutto in Medio Oriente. Durante la ‘guerra dei sei giorni’, nel ’67, il prezzo del greggio non si mosse affatto. Nel ’73, per quella del Kippur, schizzò verso l’alto». Stessa guerra, effetti opposti: scientificamente la causa deve essere un’altra. Vallo a spiegare agli economisti…