La sfida di Bush alla Cina: «Deve imparare da Taiwan»

Nel cuore storico e culturale di quello che fu l’impero giapponese, il presidente Bush ha ieri attaccato la Cina in un discorso in cui ha profetizzato la diffusione della democrazia e la libertà, in particolare di religione, in tutta l’Asia. E lo ha fatto nella maniera più sgradita a Pechino, colpendola nel punto più scottante, Taiwan, «un Paese – ha detto – passato dalla repressione alla democrazia; moderno, libero, democratico e prospero».
Additando loro a esempio Taiwan, Bush ha sfidato i leader cinesi a imitarlo, sebbene lo considerino una provincia separata. «Riformando l’economia – ha ammonito – si scopre che una volta aperto uno spiraglio nella porta della libertà non si può più chiuderlo». E ancora: «Il popolo cinese vuole più libertà di espressione, vuole praticare la propria fede senza il controllo dello Stato, vuole stampare la Bibbia e altri testi sacri senza la paura di punizioni».
Bush ha cercato di smorzare i toni, poco prima di partire per Pusan, nella Corea del Sud, per la conferenza annuale dell’Apec, l’associazione economica del Pacifico, ribadendo la strategia di «una sola Cina», e diffidando «entrambe le parti dal tentare di cambiare unilateralmente la situazione».
Ma l’esposizione degli obiettivi del suo viaggio in Asia e il suo tono messianico («Libertà e democrazia sono valori asiatici perché valori universali») hanno provocato un’aspra reazione a Pechino. All’invito a fare della Cina una grande Taiwan, il ministro degli Esteri Li Zhaoxing ha risposto: «Taiwan è parte irrinunciabile della Cina e non accetteremo interferenze». Soltanto più tardi Li ha concesso: «Washington e Pechino hanno molti interessi in comune».
A sua volta il presidente, atteso sabato in Cina, dove pregherà a una messa pubblica (un’altra sfida ai leader di Pechino), ha rettificato il tiro in una successiva conferenza stampa, sostenendo di non avere voluto «paragonare sistemi diversi ma soltanto ricordare che una società libera è nel bene di tutti». Secondo la Casa Bianca, Bush ha lanciato un messaggio ai regimi «antidemocratici» sin dall’inizio del viaggio che finirà lunedì in Mongolia anche per alzare la posta in gioco all’Apec. E infatti nel suo intervento ha denunciato la Corea del Nord e la Birmania, assenti a Pusan, «dittature che violano i diritti umani», inneggiando al Giappone «divenuto strumento di stabilità e ricchezza nell’intero continente».
Il discorso di Kyoto si può leggere anche in funzione della guerra dell’Iraq, da Bush inquadrata nella sua campagna per la libertà. Alla conferenza stampa congiunta con Koizumi, che manterrà le truppe giapponesi a Bagdad, il presidente ha detto che la democrazia in Iraq «porterà alla pace in Medio Oriente per le generazioni a venire». Con la sfida alla Cina, Bush spera probabilmente d’aver gettato le basi per una serie di dichiarazioni a suo favore all’Apec, dove peraltro i 21 Paesi membri ieri apparivano divisi, e dove si preannunciano proteste contro la globalizzazione e la guerra in Iraq. Il presidente, che a Pusan avrà colloqui bilaterali con il leader sudcoreano Roh oggi, con il russo Putin domani, mira a ottenere innanzitutto misure concrete contro il terrorismo e per la denuclearizzazione della Corea del Nord.
Bush, contestato ieri all’arrivo in Corea da una folla rumorosa, desidera accordi per la difesa dall’influenza aviaria e per la liberalizzazione dei commerci. Ma si tratta di obiettivi irraggiungibili senza la Cina. Per questo, mentre lo aspettava, il segretario di Stato Condoleezza Rice ha tentato di smussare i contrasti in un lungo incontro con Li Zhaoxing, invitando anche il presidente cinese Hu Jintao a Washington.