La sfida di Andrea

Come è tradizione in tutti i grandi partiti che si rispettano alla fine, appena ripresi dallo sbigottimento per il voto che, inaspettatamente, aveva portato alla elezione a segretaria del partito di Andrea Nahles – 36 anni, ex presidente degli Jusos, ex sindacalista della Ig Metall, e attualmente portavoce della corrente di sinistra – la Spd ha trovato un compromesso che riporta tutto all’ordine: la «ragazza» non ripresenterà la sua candidatura alla carica al prossimo congresso del partito, fra qualche settimana, ma in compenso verrà eletta vicepresidente, al posto di Heidemarie Wizcorek Zeul, anche lei a suo tempo (vent’anni prima) presidente degli Jusos e portavoce del Frankfurter Kreuz (così si chiamava allora la sinistra del partito, nel frattempo annacquatissima) e attualmente ministro per la Cooperazione. Chi sarà segretario non si sa ancora, ma è certo che Müntefering, il cui favorito era stato bocciato, ha già buon motivo per esser tranquillizzato.
E tuttavia quanto è accaduto lunedì a Berlino nella Willi Brandt Haus è un segnale che non può certo esser ignorato anche se ora si è messa una toppa alla situazione. Intendiamoci: non si era trattato di un improvviso capovolgimento dei rapporti di forza fra destra e sinistra del partito, che peraltro non sarebbe stato possibile. Le cifre illuminano del resto il senso del voto nella direzione della Spd: 23 a 14, a sfavore di Kajo Wasserhovel, brillante conduttore della campagna elettorale e fedele del presidente e vice premier nella «grande coalizione», Franz Muntefering. Per Andrea Nahles che, decidendo all’ultimo di proporre la sua candidatura per la carica – non importante come da noi ( in Germania leader è il presidente ), ma pur sempre significativa – hanno dunque votato molti più membri dell’organismo dirigente di quanti la sinistra non ne conti. Perché l’abbiano fatto è comunque assai significativo. Testimonia dell’insofferenza ormai generalizzata nel più vecchio e tuttora forte partito socialista europeo per una prassi ormai sempre più consolidata: l’esautorazione dell’organizzazione, dei suoi militanti e degli organismi che democraticamente essi eleggono, da parte di una ristretta leadership e, in seconda istanza, della delegazione governativa.

Cajo Wasserhovel ha pagato perché considerato privo di qualsiasi autonomia rispetto al suo protettore Muntefering, uomo peraltro non inviso alla sinistra ma ormai accentratore di tutti i poteri che contano e notoriamente legatissimo a Gerd Schroeder. Dopo anni che il partito subiva la dittatura politica del suo vertice, ingoiata in nome della preoccupazione di indebolire il proprio pur criticato governo, la Spd ha avuto uno scatto di orgoglio, che ha coinvolto anche i timidi centristi, e ha riaffermato la sua volontà di contare. (Una lezione, sia detto per inciso, che farebbero bene a meditare anche in molti altri partiti fratelli e cugini, ivi compresi gli italici, dove ormai si dirige direttamente dalla televisione).

Andrea Nahles non è comunque personaggio che si farà chiudere entro i limiti relativamente ristretti del ruolo cui è stata ora nominata e neppure in quello di vicepresidente in cui molto probabilmente verrà eletta al congresso. La neosgretaria protempore interpreta infatti, oltre al bisogno di ridare peso al partito, in un momento in cui di una dialettica col governo ci sarà ancora più bisogno di prima, anche il bisogno avvertito dai militanti di ricostruire una propria identità, un proprio progetto strategico, una propria cultura e dunque presenza nella società. Per troppi anni tutto è stato infatti risolto in chiave tattica, senza dar seguito (né spesso ragione) alle brusche svolte impresse da Schroeder, che – sia pure con grande fiuto nel cogliere gli umori degli elettori – faceva e disfaceva senza consultare nessuno.

Muntefering non era uomo in grado di avviare i processi innovativi (è noto per le sue capacità organizzative e per la sua integrità di vecchio solcialdemocrtatico) di cui la Spd, dopo l’amara sconfitta del 18 settembre, e incalzato alla sua sinistra dal nuovo partito di Lafontaine e di Gisy, ha bisogno. Probabilmente questa forza non ce l’ha oggi nessuno, ma Andrea Nahles, uno dei non molti esponenti della nuova generazione non ingrigito dalle abitudini del potere, rappresenta almeno una sfida.

Dipenderà, naturalmente, anche dalle intenzioni del futuro presidente del partito che dovrà essere designato in sostituzione del dimissionario Muntefering, probabilmente Mathias Platzeck, ministro presidente del Brandemburgo, uomo vicino a Schroeder ma anche lui appartenente ad una nuova generazione che vuole dire la sua. Quale che sia il nuovo assetto della Spd il voto della direzione socialdemocratica tedesca indica comunque che la vita della grande coalizione, peraltro ancora non varata perché incagliata nel negoziato sul programma, sarà assai meno tranquilla di quanto i tanti estimatori delle prudenti soluzioni centriste avessero immaginato.