La seconda volta di Lula da Silva

Niente a che vedere che la magica atmosfera del primo gennaio 2003, quando l’antico migrante nordestino e leader sindacale Lula da Silva si insediò alla presidenza della repubblica, ma anche la posse di ieri a Brasilia, 4 anni dopo, ha rivisto se non l’entusiasmo e le speranze di allora la stessa persona e lo stesso pubblico.
Lula da Silva ha cominciato ieri il suo secondo mandato per altri 4 anni, segno che fra errori o peggio qualcosa di buono ha fatto. Anzi di eccellente, che nessun altro presidente del Brasile prima di lui aveva saputo, voluto o potuto fare. Lula, nonostante gli scandali di corruzione – che specialmente nel 2005 hanno travolto il suo governo e il suo partito (il Pt) – e il continuismo spinto nella politica economica del suo predecessore neo-liberista Cardoso – che hanno impedito al paese una crescita economica consistente, in ottobre ha stravinto il ballottaggio contro il «socialdemocratico» Alckmin grazie al voto dei poveri, che in Brasile sono la grande maggioranza dei 185 milioni di abitanti. I suoi programmi sociali, come Fame Zero e Borsa Famiglia, in 4 anni sono riusciti a raggiungere 11 milioni di famiglie povere, cambiandone la vita (e per fortuna anche il voto).
Quella di ieri a Brasilia è stata una cerimonia festosa ma molto più contenuta di quella di 4 anni fa. In cima alla rampa di Planalto non c’era più ad attendere Lula per passargli la fascia verde-oro, Fernando Henrique Cardoso, un passaggio di consegne straordinariamente simbolico fra il famoso sociologo adusto di titoli e lauree e l’ex retirante del Pernambuco e metalmeccanico di San Paolo senza laurea e praticamente autodidatta. Lula è succeduto a se stesso. E non è un caso che in un recentissimo sondaggio il 52% dei brasiliani interpellati abbia definito il suo primo mandato «eccellente» o «buono» e che più di un terzo lo ritenga il miglior presidente che il Brasile abbia mai avuto.
Se 4 anni fa nell’immensa Esplanada dos Ministerios c’erano fra 500 e 300 mila persone, ieri dicono non fossero più di 30 mila. La pioggia fina che cadeva su Brasilia e il terremoto che ha sconvolto il Partido dos Trabalhadores hanno contribuito forse a tenere lontana più gente. Forse mancavano anche l’entusiasmo e la curiosità della «prima volta». La prima volta che un «presidente operaio» diventava presidente della repubblica in un paese fortemente classista e socialmente razzista.
Fra gli invitati non c’erano neanche presidenti o premier stranieri. Unica eccezione Massimo D’Alema, come «vecchio amico» di Lula. Però nonostante la pioggia e il resto, è stata festa grande.
Poco dopo le 4 Lula ha lasciato la sua residenza ufficiale dell’Alvorada, poi all’altezza della maestosa cattedrale è salito (insieme a lla primera dama Marisa Leticia) sulla vetusta Rolls Royce scoperta, antico regalo della regina Elisabetta d’Inghilterra ai presidenti brasiliani, ed è disceso per l’Esplanada fino al palazzo del Congresso dove, secondo la costituzione il potere legislativo l’ha proclamato presidente. Dal Congresso è passato al palazzo di Planalto, la sede presidenziale per una cerimonia con 1800 invitati. Infine, terza e ultima fase, doveva scendere di nuovo nella Esplanada dove era prevista la festa popolare che non era anch’essa come quella di 4 anni fa e al posto dei 4 grandi palchi di allora (su cui si era esibito anche Gilberto Gil prima di correre e giurare come ministro della cultura) ne era stato montato uno solo, ma che vedeva lo show di nomi famosi della musica popular brasileira, quali gli Oludum, Leci Brandao e Celia Porto.
Nel suo discorso di insediamento pronunciato davanti al Congresso, Lula ha detto di sentirsi più «maturo» nella difficile arte di governare un paese complicato come il Brasile in un mondo sempre più impazzito. Ha detto di «essere cambiato in alcune cose» ma che ha tenuto e terrà fermo il suo « profondo impegno con il popolo e il paese». Ha chiesto «fretta, audacia, coraggio e creatività per far crescere il paese», senza tuttavia «rinnegare la pazienza» che al paese ha chiesto (leggi l’ortodossia economica), perché mai c’è stato «un momento nella nostra storia in cui abbiamo avuto una congiuntura così favorevole»: bassa inflazione (meno del 5%), forte crescita delle esportazioni (un saldo commerciale superiore ai 30 miliardi di dollari), espansione del mercato interno grazie all’aumento dei consumi popolari, calo della disoccupazione e innalzamento del reddito dei lavoratori (il salario minimo portato a 380 reais, 135 euro).
Nel primo mandato la crescita debole – non più del 2-3% l’anno – è stata la vittima designata dell’ortodossia economica e degli altissimi tassi di interesse, adesso, ha concluso, è venuto il momento «dello sviluppo accelerato», almeno il 5% l’anno, come il resto dell’America latina. Chissà che questa volta ce la faccia.