La scure del Governo sulla Previdenza Pubblica

*segreteria regionale CGIL Piemonte

Torino, Novembre 2010

La necessità di fare cassa ha prodotto nel luglio scorso la più pesante e pericolosa manovra sul sistema previdenziale pubblico che il Paese abbia conosciuto, ma se ne parla troppo poco. Anche perchè la così detta “riforma” è stata imposta a lavoratori e parti sociali senza che se ne sia potuto discutere e di conseguenza senza che il voto dei lavoratori interessati, di oggi e di domani, venisse acquisito.
Questo esempio di “democrazia del fare”, cui il Governo ci ha abituato, è stato giustificato come imposizione Europea. Quell’Europa che è lontana dall’essere capace di intervenire in modo prescrittivo nelle scelte interne dei Paesi membri, che produce la pluralità di modelli pensionistici che oggi conosciamo, che nemmeno con il Libro Verde ha inteso imporre una sua visione. La questione del lavoro pubblico delle donne parificato a quello maschile doveva essere affrontato in modo assolutamente differente, invece si è usata l’Europa come pretesto per nascondere una grassa operazione economica utile in realtà al solo scopo di sanare i conti dello Stato. Pochi ne hanno denunciano la portata, tra questi la CGIL. In Francia per molto meno i lavorarori e i sindacati uniti hanno tenuto in scacco il governo per molto tempo senza mai arrendersi nemmeno di fronte al muro di gomma Sarkozy .
A noi non giova certo la posizione assunta da CISL e UIL sulla manovra, silente, distante dai problemi concreti delle persone. Ma il silensio sulle pensioni nel nostro paese rischia di essere assordante, occorre muoversi se vogliamo davvero difendere il nostro diritto alla pensione. Nella piattaforma per la manifestazione indetta dalla CGIL per il 27 novembre c’è anche questo punto.
Il no alla riforma parte alla messa in discussione della certezza del diritto alla pensione, introducendo, a partire dal gennaio 2011, un meccanismo così detto di “finestre mobili”, ovvero la maturazione del diritto alla pensione e di accesso alla propria finestra di uscita 12 mesi dopo il raggiungimento del requisito dell’età anagrafica per i lavoratori dipendenti e 18 mesi dopo per quelli autonomi. Periodo che in realtà si allunga di un mese, perchè il diritto scatta il mese successivo. Che cosa succede in questo anno in relazione alla collocazione a riposo è ancora da chiarire, ma è chiaro che si allungano i tempi di permanenza al lavoro, con la conseguenza che ciò può avere sull’ingresso di giovani generazioni nel mondo del lavoro. Questo dato è ulteriormente appesantito dalla decisione, a partire dal 1 gennaio 2015, di incrementare i requisiti di età anagrafica per l’accesso al sistema pensionistico alla speranza di vita di 3 mesi ogni 3 anni; primo scaglione il 2015, anno in cui la manovra sull’età per le donne sarà portata a compimento.
Il tutto con decreto direttoriale, ovvero senza l’obbligo di passare al vaglio del Parlamento. Uno strumento tecnico in mano alla politica per modificare i tempi di accesso alla pensione senza più alcun confronto. Una leva facile per il risanamento dei conti, che vanno sempre peggio, soprattutto sul fronte debito pubblico.
Vuol dire che nel 2015 una donna che abbia prestato lavoro come dipendente di un settore privato, pur restando fermo l’obbligo del raggiungimento dei 60 anni e del montante contributivo, potrà andare in pensione a partire dal compimento dei 60 anni più 3 mesi e lo stesso varrà per gli uomini (65 + 3 mesi).
Per le donne nel settore pubblico invece sarà molto peggio: già nel 2012 l’età anagarafica dovrà essere di 65 anni e nel 2015 sarà collocata in pensione non più a 65 anni, ma a 65 anni e 3 mesi e così via, mano a mano che l’età verrà “corretta” in relazione alla speranza di vita. Come è ovvio è un sistema fortemente discriminante per le donne del pubblico impiego, ma che preoccupa non poco anche le altre donne: non c’è ragione per pensare che una volta “azzerate” le differenze nel settore pubblico non si faccia lo stesso per quello privato.

L’attacco invece al reddito delle pensioni passa attraverso il valore dei coefficienti di trasformazione del montante contributivo, che dovrebbero tutelare il potere d’acquisto dei redditi da pensioni.
Ebbene, differentemente da quanto stabilito nella legge 247 del 2007, il tavolo per la revisione dei coefficienti non è mai stato convocato mentre per effetto della speranza di vita che cresce, il valore dei coefficienti è prevedibile che subirà una drastica riduzione nei prossimi 10 anni.
Sostanzialmente è stata realizzata una strutturale riduzione del reddito da pensione dei lavoratori a partità di quantità di versamenti contributivi, che colpirà praticamente i giovani che sono nel sistema contributivo pieno.

Giovani che debbono confrontarsi con un mercato del lavoro ostile per la sua sostanziale precarietà e frammentazione, che oltre a rendere complicata la sopravvivenza dell’oggi consegna ad essi un futuro di totale incertezzza per quanto attiene al diritto alla pensione.
E’ un sistema insostenibile, socialmente ed economicamente, per questo va denunciato.
E’ la negazione del futuro, di cui oggi purtroppo non vi è sufficiente consapevolezza.
E’ passata l’idea che “tanto la pensione non ce l’avremo mai”. Un punto di vista comprensibile ma che dobbiamo eradicare anche attraverso la costruzione di una iniziativa da costruire con la nostra gente e con le forze politiche democratiche di questo paese che possa ridare speranza, difendere e rilanciare il sistema pubblico previdenziale e affermare il principio della adeguatezza della prestazione e della garanzia del diritto. Dobbiamo lavorare per allargare il consenso a questa battaglia, ma esser pronti a farla anche da soli. Capita non di rado recentemente.
Occorre inoltre recuperare il tema dei lavori usuranti, abbandonati letteralmente dalla discussione del Governo, che ci consente di recuperare il tema della qualità del lavoro svolto per tutto l’arco della nostra esistenza, della sua intensità e del suo peso specifico, che potrebbe incidere sul piano del valore del contributo ai fini previdenziali.
E infine, abbiamo giustamente parlato della necessità di considerare accettabile una pensione che valga almeno il 60% del nostro ultimo salario.
E’ un obiettivo che ad oggi, con questa ultima operazione di cassa, è stato messo fortemente in discussione.
Dobbiamo dire come raggiungere oggi quell’obiettivo importante rilanciando il sistema pubblico di protezione sociale come diritto al futuro, ridando valore alle pensioni in essere, di cui in questa “riforma” non si parla e che resta per noi elemento centrale di una battaglia sindacale che ha come obiettivo il mantenimento del potere di acquisto di reddito e pensioni, messo in discussione anche dai tagli all’assitenza e alla sanità che costringeranno pensionati e famiglie a far fronte da soli a questa crisi.
I tagli allo stato sociale, al netto della dinamica dei prezzi, e il valore delle pensioni chiariscono bene come sia non più differibile un intervento su questo tema, ivi compresa la volontà di affrontare un tema caldo: la tassazione sui redditi da pensione, che è altissima e che occorre ridurre significativamente. E’ una leva immediata che nella politica generale fiscale che si sta discutendo deve essere inserita.
Con altrettanta franchezza occorre affrontare la discussione sulla previdenza complementare, sul suo rendimento ma soprattutto sul diritto all’accesso da parte di tutti i lavoratori. Così come la conosciamo oggi, la previdenza complementare rischia di essere un elemento di ulteriore distanza tra lavoratori forti e lavoratori deboli e di fornire una risposta integrativa solo a chi ha già un lavoro stabile, sicuro, in categorie in cui la contrattazione è un fatto acquisito. Se non puntiamo al sistema pubblico, non costruiremo le condizioni per una vita dignitosa.

Ciò detto, restano alcune questioni aperte, come il tema dei lavoratori in mobilità che non rientrerebbero nelle ipotesi di deroghe alla nuova normativa e che rischiano di non avere alcuna copertura, né di salario, né pensionistica, in attesa di maturare il nuovo diritto di accesso. La norma ha previsto di garantire l’accesso alla pensione per soli 10.000 lavoratori collocati in mobilità così dettà di accompagnamento alla pensione: è una cifra che coprirebbe solo l’esigenza del Piemonte. E’ Insufficiente, iniqua, discriminatoria.
Chiediamo che tutti i lavoratori posti in mobilità con accordi siglati entro il 30/19/2010 abbiano il diritto ad essere collocati in pensione, ovvero di maturare il diritto secondo la vecchia normativa. Non facciamo pagare due volte alle stesse persone il prezzo di una crisi che non hanno prodotto.

E’ all’ordine del giorno dunque la battaglia per la difesa dello stato sociale, per il ripristino di un sistema pubblico che non vogliamo vedere cancellato, per i lavoratori di oggi, per i giovani, per i lavoratori stranieri, che hanno in più il problema del riscatto dei contributi versati se tornassero nei paesi di provenienza e dell’assenza di relazioni bilaterali capaci di stabilire le regole per garantire la continuità dei versamenti contributivi e dunque delle pensioni in caso di mobilità da paese a paese.
Cioè si tratta di garantire che ad uguale lavoro corrisponda un uguale diritto.

Su questi temi la politica dovrebbe battere un colpo.
Costruiamo un patto per la difesa della previdenza pubblica e del lavoro che tenga insieme redditi da pensione e redditi da lavoro, sindacato e politica democratica. Là dove vogliono dividerci, noi dobbiamo escogitare il modo di tornare ad essere uniti, nei luoghi di lavoro come nella società. E’ un impegno che vale la pena di prendere insieme, se davvero vogliamo rapresentare un mondo del lavoro in profonda trasformazione, fragile, può darsi, ma che non rinuncia a difendere i propri diritti.