La scorciatoia della repressione

Venerdì scorso i lettori di Liberazione hanno appreso, da un articolo di Franco Giordano, che sul manifesto del giorno prima (giovedì 19 luglio) era apparso, a firma di Claudio Grassi e mia, un intervento duramente critico nei confronti dei “movimenti antiglobalizzazione” e del Genoa Social Forum. Questo, almeno, quanto affermato da Giordano. E siccome questo giornale non ha ritenuto di pubblicare, insieme al suo, anche il nostro articolo; siccome le citazioni riportate da Giordano erano in molti casi a dir poco imprecise; siccome non ci è stato consentito sinora di replicare, i compagni hanno motivo di ritenere che le cose stiano effettivamente in questi termini. Non è così, come ben sa chi ha letto senza pregiudizi il nostro intervento sul manifesto. Varrebbe la pena di soffermarsi su un simile modo di procedere e sulle questioni non puramente formali che esso solleva. Ma troppa acqua è passata sotto i ponti in questi giorni – e purtroppo anche troppo sangue – perché si possa indugiare adesso su aspetti del nostro modo di confrontarci l’uno con l’altro che avremo modo di commentare in altre occasioni. Veniamo piuttosto al merito della discussione sul movimento anti-G8.
Una preoccupazione in particolare ha mosso Grassi e me: il timore che il movimento possa rivelarsi fragile, insufficientemente radicato e saldo al cospetto delle sfide incombenti. A guidare le nostre considerazioni – e anche le critiche che, con spirito costruttivo, abbiamo ritenuto di muovere su singoli elementi di analisi politica – è la speranza che il movimento si sviluppi, cresca in quantità e qualità politica, acquisti continuità. Questo era ed è il nostro unico scrupolo, antitetico agli intenti polemici che ci vengono attribuiti. Tornerò su questo punto, evidentemente fondamentale, per indicare taluni aspetti di analisi che mi sembrano bisognosi di chiarificazione. Prima vorrei però sgomberare il campo da un problema non marginale sollevato dall’articolo di Giordano.
Il tono delle sue critiche mi è apparso qua e là esasperato. Certo, sono stati giorni intensi e difficili, per tutti; e questo può spiegare, in parte, qualche eccesso. Ma c’è anche una ragione oggettiva alla base di una contrapposizione talvolta così estrema da impedire l’ascolto delle opinioni diverse dalla propria. L’idea da cui Giordano muove è che tra il partito e il movimento anti-G8 sussista ormai una totale identità. Egli scrive quindi che discutere del movimento significa “parlare di noi, dei nostri comportamenti e delle nostre iniziative”. Si capisce che, muovendo da simili premesse, qualunque critica al movimento sia vissuta come una critica al partito. Ma forse non è necessario e nemmeno corretto impostare in questi termini la questione del rapporto tra partito e movimenti.
Non lo è, a mio giudizio, per il partito, che non può non strutturarsi in forme coerenti e organizzate, come tali non del tutto consone a soggettività fluide, la cui ricchezza risiede invece nella informalità, nella molteplicità e persino nella eterogeneità di culture, sensibilità ed espressioni politiche. Ma ritenere che il partito e i movimenti siano la stessa cosa non è bene neppure per questi ultimi. Una eccessiva prossimità al partito – e a maggior ragione l’identificazione con esso – li minaccerebbe, ne metterebbe a repentaglio la vitalità, la capacità di aprirsi alle più diverse espressioni critiche, dunque la stessa prontezza nel recepire e rappresentare istanze sociali. Un rapporto è una relazione tra soggettività distinte che si riconoscono tali e che operano per valorizzarsi a vicenda mettendo l’una a disposizione dell’altra il proprio patrimonio di esperienza e di intelligenza. Non è e non deve essere una identità, che inevitabilmente si risolverebbe nella perdita di attitudini e competenze diverse, preziose per tutti.
Vengo ora alle osservazioni svolte nell’intervento apparso sul manifesto. Che cosa abbiamo scritto? In estrema sintesi, abbiamo sostenuto che non tutte le analisi che hanno accompagnato la preparazione delle manifestazioni di Genova dimostrano un’adeguata sensibilità riguardo all’essenza capitalistica della cosiddetta “globalizzazione”. Non sempre cioè, a nostro avviso, emerge la consapevolezza della logica di classe che tuttora presiede sia al controllo delle società, dei mercati e degli Stati nazionali, sia al governo delle relazioni internazionali. Abbiamo quindi inteso porre, in sostanza, una domanda a nostro giudizio ineludibile: se si ritenga che la lotta contro la mondializzazione capitalistica debba dirigersi soltanto contro le multinazionali (e – come sostiene Naomi Klein – contro il «neoliberalismo»), o non debba puntare anche contro la gestione imperialistica del mondo, che in quest’ultimo decennio ha determinato il ritorno in forze del colonialismo e della guerra nel cuore stesso dell’Europa.
Di questo ci sembra urgente discutere tra noi senza anatemi né irrigidimenti, perché crediamo necessario che tutta la sinistra critica – partiti, sindacati, movimenti – sviluppi analisi all’altezza di una fase di scontro sociale e politico di inaudita asprezza. I fatti di Genova non lasciano spazio ad illusioni. Ci sono state imponenti manifestazioni di massa, con una partecipazione straordinaria che testimonia che è ormai diffusa la coscienza della distruttività del capitalismo. A questo successo ha dato un grande contributo la parte più avanzata del sindacato, realizzando quella saldatura tra componenti tradizionali del movimento operaio e nuove soggettività critiche senza la quale la lotta contro il capitale non potrebbe fare molta strada. Ma la brutale violenza delle “forze dell’ordine”, culminata nell’esecuzione di un ragazzo e nella perquisizione cilena di sabato notte, dice anche di un salto di qualità nell’offensiva dell’avversario. E autorizza il timore che governo e padronato vogliano tentare la scorciatoia della repressione per sedare sul nascere il conflitto sociale e politico di cui lo sciopero dei meccanici, lo scorso 6 luglio, è stata una formidabile avvisaglia. Di fronte a questo quadro ambivalente non basta tenere i nervi saldi, né basta la generosità di un movimento grande ma, come annota Giulietto Chiesa, “anche composito, indifeso, ingenuo”. Occorre anche capire chi sia l’avversario, di quali forze disponga, quali propositi lo guidino. E occorre altresì che tutta la sinistra critica e di classe trovi in sé la forza per mettere in comune ogni sua risorsa, non ultima quella capacità di analisi della realtà che soltanto una discussione libera e leale può aiutare a crescere.