La scarpa italiana in declino

Viaggio a Fermo, cuore del «made in Italy» in crisi. Oggi lo sciopero nazionale dei tessili

La notizia arriva poco prima dello sciopero: l’azienda ha deciso di mettervi in mobilità. Le lavoratrici della Atlante – fabbrica di scarpe di Montegiorgio, nell’ascolano – hanno appena finito di tagliare e orlare gli stivali alle manovie, le linee di produzione delle calzature. Una veloce spazzata al pavimento, la riunione con i sindacalisti, dalle 17 alle 18. «Erano pronte 97 lettere di mobilità – spiega Beppe Santarelli, Filtea Cgil – Per ora siamo riusciti a trasformarle in un anno di cassa integrazione straordinaria, per provare a salvare i vostri posti di lavoro. Ma dovete partecipare anche voi». Le orlatrici sono perplesse: qui non funziona come a Terni o a Melfi, i lavoratori sembrano aver paura di esporsi. Anche Piero Francia, della Femca Cisl, invita le operaie «a venire al tavolo con gli imprenditori, a non mancare allo sciopero dell’8 marzo». Come nel caso dell’Atlante, l’annuncio «in diretta» della mobilità è ormai affare quotidiano nel «triangolo» della calzatura marchigiana, tra Macerata, Fermo e Ascoli Piceno. Piccole e medie imprese fiorite negli ultimi 40 anni, un modello invidiabile, fucina di quel «made in Italy» che fa impazzire giapponesi e americani. Lavoro e benessere per tutti, che dal 2002 si sono tradotti nel loro maledetto contrario: una valanga di licenziamenti e cassa integrazione a raffica. Per avere un’idea della crisi, basta qualche numero. Dei trentamila addetti alle scarpe del fermano, 728 hanno perso il posto l’anno scorso, mentre le ore di cassa integrazione si moltiplicano: quella straordinaria, che dà l’idea delle aziende in reale difficoltà, è schizzata dalle 46 mila ore del 2003 alle 276 mila del 2004. «E ogni giorno che apro la posta in ufficio – ci spiega Santarelli – ho richieste di nuove imprese». Se i sindacati nazionali hanno indetto per oggi uno sciopero di 4 ore, nelle Marche hanno deciso di raddoppiare e fermarsi per l’intera giornata, dandosi appuntamento per questa mattina ad Ancona: qui un intero sistema è a rischio. Sotto accusa, la politica di delocalizzazione operata dai grandi gruppi, che tolgono commesse alle imprese della regione per trasferire pezzi di produzione in paesi come la Cina o la Romania, dove il costo del lavoro è più basso. Un esempio per tutti? La Atlante, che adesso chiuderà per un anno, ha visto scendere gli ordinativi di 7 volte (da 350 mila paia a 50 mila) da parte della statunitense Intershoe: e non è che quest’ultima abbia meno richieste, ma preferisce produrre all’estero. Forse dei 97 posti se ne perderanno 50, quelli delle orlatrici, e nel 2006 torneranno alle manovie solo i montatori.

Un modello che non si salva perché basato, appunto, sul lavoro appaltato. Non risente della crisi, infatti, un big come la Tod’s, che produce poco distante da qui e si rifornisce presso centinaia di piccole aziende terziste: ha un marchio forte, diversifica sui modelli, fa ricerca e ha una grande rete di distribuzione. E’ insomma autonoma, e dunque sopravvive. «E addirittura aumenta i profitti – aggiunge il sindacalista Cgil – mentre nega l’integrativo ai suoi 1900 dipendenti e chiede ritmi sempre più veloci e costi al massimo ribasso alle imprese satellite».

La precarietà delle scarpe, infatti, non si gioca solo sui licenziamenti: qui, denuncia la Cgil, sono sempre più numerose le buste paga fasulle (1000 euro registrati, ma in realtà il lavoratore ne percepisce solo 800) e si moltiplicano gli straordinari non retribuiti. Mentre le orlatrici a domicilio, quelle che lavorano con le macchine a casa propria, hanno sempre meno commesse e salari in caduta libera. Nel nostro breve giro nel comprensorio della calzatura abbiamo raccolto un’infinita serie di aziende che chiudono o tagliano. Tra loro, la Diesse di Montegranaro, che non regge i costi e serra i cancelli. La Annabella (sempre a Montegranaro), che chiude una manovia e scende da 100 a 70 operai, e progetta già un’ulteriore discesa a soli 30. Cristina Cicchini (Cgil) ci parla della Gazzoli & Cicchini (30 dipendenti), che chiuderà a fine mese. Luigi Bugiardini (Cgil), riferisce che la Ciao Bimbi (82 addetti) ha chiesto la cassa integrazione per 20 persone. Luca Silenzi (pure lui delegato Cgil), è reduce da 2 settimane di cig alla Annabella: mentre stava fermo, in Romania il suo gruppo continuava a produrre a tutto spiano.