La sbornia è finita?

Scriviamo questo editoriale nel clima di attesa (per taluni politici bassi e calvi possiamo parlare chiaramente di nevrosi isterica…) per la formazione del nuovo governo guidato da Romano Prodi. L’Unione, seppur di misura, per fortuna ha vinto: evviva! Nonostante una campagna elettorale verbalmente violentissima (seguita da pietosi ed ambigui approcci per salvare la poltrona) e gli ultimi tentativi di ribaltamento “eversivo” dell’esito delle urne, gli italiani sono sembrati e sembrano piuttosto annoiati e distaccati. Eppure ci sarebbe molto di cui essere preoccupati, dopo un quinquennio in cui le cose, per il paese, hanno preso davvero una brutta piega: debito pubblico fuori controllo, taglio alle spese sociali, “riforme” ultraliberiste di settori chiave come il lavoro o l’istruzione, crescita economica da prefisso telefonico, crescita esponenziale delle disuguaglianze tra ricchi e poveri. Forse per un aspetto Berlusconi aveva ragione: su molti fronti si sono sfidate concezioni diverse, profondamente diverse, della società. Con l’esito delle elezioni abbiamo avuto segnale di come l’interesse particolare, familistico e senza morale, sia profondamente radicato in Italia. La sua forma più estrema, incarnata dall’anomalia del conflitto di interessi, ha trasformato la res publica , lo stato e le sue istituzioni, in res privata. Di fronte alle proporzioni mastodontiche di questa anomalia, si è diffusa ulteriormente nella società l’ideologia per cui tutto ciò che porta benefici individuali, diviene lecito: l’attendere i condoni edilizi, il definire un centralinista come lavoratore autonomo, l’evadere il fisco, fino allo snaturare la Costituzione, il far saltare le regole democratiche. Dall’altra parte delle alpi, in Francia, invece, ha vinto l’indignazione di massa per un contratto di lavoro precario che, in confronto alla nostrana “legge 30”, sembrava una robetta da principianti. Di fronte al dissenso popolare il presidente di centrodestra Chirac, ha dovuto ritirare la proposta di legge. Questa è una lezione di rispetto della democrazia e di maturità. I francesi, avranno sì il vizio storico molto “coglione” di decapitare i tiranni e di tanto in tanto di combinare autentici putiferi, ma noi italiani non siamo molto diversi: anche noi, come i francesi, abbiamo le nostre irriducibili Vandee reazionarie e anche noi abbiamo avuto i nostri momenti di gloria, in cui ci siamo scrollati di dosso il vecchiume che avrebbe voluto riportare indietro le lancette della storia. Ma sono davvero così migliori di noi i francesi? E noi siamo così poco vitali per nascita? Non credo che sia così, forse noi italiani siamo disillusi per l’ambiguità della dirigenza di una parte della sinistra, che ha troppo spesso avuto poco da dire alla gente che soffre per colpa del capitalismo, una sinistra che di recente ha preferito i salotti buoni e le disinvolte scalate finanziarie, ai precari ed ai metalmeccanici. Siamo scoraggiati perché certe strade che ci erano state descritte, anche da chi diceva di fare i nostri interessi collettivi, come vie di uscita dalla crisi, oggi si sono rivelate senza sbocco, come la precarietà del lavoro, le privatizzazioni selvagge dei servizi e dei settori strategici, la compressione inarrestabile dei salari. Queste vie sono state aperte ed indicate per prime dal centrosinistra, consentendo alla destra di estremizzarle portandole alle estreme conseguenze, facendole divenire idee legittime, interiorizzate da ampie fasce della cittadinanza. Sebbene pochi segnali ci possano far pensare il contrario, temiamo che alcuni nostri compagni di avventura nell’Unione non abbiamo capito appieno la lezione, per cambiare ragionevolmente e realisticamente rotta. Il futuro, nuovo governo dovrà fare i conti non solo con gli “orribili” cinque anni passati, ma anche con l’ideologia degli ultimi venti e fare delle scelte decisive. Il problema sarà decidere a chi toccherà pagare il conto, se come al solito ai lavoratori e alle forze sane ed avanzate del paese o, finalmente, ai tanti privilegiati, ai soliti “furbetti del quartierino”. Qualcuno ha definito come un “brutto sogno” l’Italia di Berlusconi. Il paragone più calzante col berlusconismo e la fase appena conclusa, sembra invece quello di una sbornia finita male: nel caso dell’incubo ci si sveglia, si torna alla realtà e si ricomincia un nuovo giorno sollevati; nel secondo caso, per incominciare un nuovo giorno, dopo il collasso, serve un ricostituente e… soprattutto la volontà di smettere di “alzare il gomito”!