La roulette della previdenza e della sicurezza sociale

Nel dibattito previdenziale, l’aumento della speranza di vita e l’invecchiamento demografico vengono usate come un’arma impropria per sostenere la necessità, niente affatto conseguente, di una sostanziale privatizzazione della previdenza e per spingere, in modo astratto e avulso dallo specifico contesto economico, all’aumento dell’età di pensionamento.
Un primo punto cui occorrerebbe prestare attenzione (anche al summit di Caserta) è che, se aumenta la quota degli anziani sulla popolazione, dovrebbe risultare fisiologico un certo aumento della loro partecipazione al Pil. Le previsioni ufficiali dicono invece che nel prossimo mezzo secolo, mentre il rapporto tra gli ultrasessantacinquenni e la popolazione tra i 15 e i 64 anni più che raddoppierà (da 29 a 62), l’attuale assetto del sistema previdenziale pubblico farà in modo che il rapporto tra la spesa pensionistica e il Pil, dopo una leggera «gobba», rimanga sostanzialmente costante (al 13,8 per cento).
Per evitare di generalizzare la figura del pensionato povero, il tentativo che si sta affermando è di sviluppare una previdenza privata «sostitutiva», non «complementare». Dovrebbe tuttavia essere chiaro che se l’invecchiamento demografico accentua i problemi di finanziamento del trasferimento di reddito dal minor numero di attivi al maggior numero di anziani, ciò è vero per qualsiasi sistema pensionistico, pubblico o privato: con la differenza che il primo si basa su un patto sociale intergenerazionale sorretto dalle istituzioni dell’intera collettività; un sistema che proprio per la sua estensione riduce i costi di gestione e non presenta i forti rischi d’instabilità dei mercati finanziari, le cui decisioni non sono democratiche e trasparenti come quelle che regolano le istituzioni.
Una simulazione (di G.Burtless) sulle prestazioni pensionistiche basate sui rendimenti della Borsa Usa (la più dinamica) nel periodo 1911-1999 mostra, per una identica figura di lavoratore-pensionato una variabilità del tasso di sostituzione rispetto all’ultima retribuzione che oscilla tra il 18 per cento e il 100 per cento; il forte divario di copertura è imputabile esclusivamente al diverso momento del pensionamento che, naturalmente, non può essere scelto come in un normale disinvestimento finanziario. Ricordando che, a differenza dei sistemi pubblici a ripartizione, le prestazioni dei fondi privati non riparano dall’inflazione, lo stesso studio fa notare che a un lavoratore andato in pensione nel 1966, l’inflazione avrebbe tagliato in 18 anni il 70 per cento dell’iniziale potere d’acquisto, mentre andando in pensione nel 1921, dopo 13 anni, il potere d’acquisto sarebbe aumentato del 37 per cento.
Siamo dunque alla roulette, ben lontani dal concetto di «previdenza» e di «sicurezza» sociale. I fondi pensione, specialmente se garantiti da una gestione ben regolamentata e controllata dai lavoratori, possono sicuramente avere un ruolo positivo, ma di tipo, per l’appunto, «complementare», cioè aggiuntivo rispetto a una copertura di almeno il 60-70 per cento (è importante anche il valore assoluto) fornita dal sistema pubblico più stabile e meno costoso.
Con la riforma Maroni – la cui applicazione è stata addirittura anticipata al 2007- si sta invece imponendo ai lavoratori, come unica soluzione per non diventare «pensionati poveri», di affidarsi in misura «sostitutiva» ai fondi pensione. E’ stata scartata (almeno per ora) la proposta, presente nel Programma dell’Unione e sostenuta da un appello di economisti e sindacalisti, di garantire ai lavoratori una maggiore libertà di scelta previdenziale e d’impiego dei fondi destinati al Tfr, cioè di poter impiegare il loro salario differito per finanziare non solo i fondi pensione e lo stesso Tfr, ma anche una maggiore copertura da parte del sistema pensionistico pubblico.
Simulazioni effettuate nel Rapporto sullo stato sociale 2006 mostrano che, versando alla previdenza pubblica la metà delle risorse oggi impiegabili solo per i fondi pensione e il Tfr, i tassi di sostituzione aumenterebbero di circa dieci punti e si creerebbero nuove risorse per il bilancio pubblico pari a circa l’1 per cento del Pil. La discussione su questi aspetti strutturali del futuro del nostro sistema previdenziale è tuttavia oscurata dalla questione dell’età di pensionamento che viene affrontata astraendo dalle specificità del nostro sistema economico. In presenza dei nostri bassi tassi di occupazione, forzare l’aumento dell’età di pensionamento implica sostituire un occupato anziano stanco di lavorare e poco adatto a mansioni innovative al posto di un giovane più formato e produttivo costretto a rimanere inoccupato. Per l’età di pensionamento, la scelta individuale dovrebbe avere un ruolo di rilievo; questa sarebbe la migliore garanzia per rispettare non solo le preferenze degli interessati in un delicato passaggio di vita, ma anche per favorire una combinazione di scelte individuali che nel loro insieme darebbero luogo a un buon risultato per il sistema produttivo. Ciò è particolarmente vero se – come nel caso italiano – c’è la necessità di un sostanziale processo innovativo.
L’età del pensionamento, dovrebbe essere collegata all’usura delle diverse carriere lavorative. Tuttavia, se si volesse procedere a una classificazione puntuale delle diverse situazioni – come sarebbe necessario – non sarebbe semplice determinare una corretta e equa diversificazione dei trattamenti; d’altra parte, l’usura lavorativa non dipende solo da componenti oggettive ma anche da valutazioni soggettive.
Un modo per superare questa difficoltà è proprio quella di mantenere il più possibile aperta la scelta degli individui, tenendo conto che il sistema contributivo già collega le prestazioni all’età di pensionamento.
Per capire quale sarebbe il risultato per il sistema produttivo, va tenuta presente la correlazione positiva esistente tra le condizioni di lavoro più usuranti, la minore capacità e disponibilità in prossimità dell’età di pensionamento di offrire un contributo produttivo e innovativo e il desiderio di ritirarsi dal lavoro. D’altra parte, proprio da chi svolge mansioni più interessanti e meno usuranti ci si può attendere un contributo lavorativo più efficace e aperto all’innovazione anche con il passare degli anni e, dunque, un maggior interesse a rimandare il pensionamento.
Ne segue che lasciare ampi margini di scelta per l’età di pensionamento senza ulteriori penalizzazioni o incentivi che distorcerebbero le tendenze individuali sarebbe funzionale anche per la composizione qualitativa dell’occupazione. Andrebbero dunque evitati i disincentivi che costituirebbero un modo surrettizio di elevare l’età di pensionamento con l’effetto di costringere al lavoro gli addetti meno qualificati e di ostacolare un turn over particolarmente favorevole a migliorare il grado di formazione e la produttività degli occupati. Ma andrebbero evitati anche gli incentivi poiché ripeterebbero l’esperienza negativa ampiamente documentata del super bonus della legge Maroni che si è risolto in una spesa inutile a favore di chi comunque sarebbe rimasto al lavoro e in un sussidio iniquo alle fasce di lavoratori ad alta retribuzione.
Naturalmente, proprio perché il metodo contributivo già prevede prestazioni inversamente correlate all’età di pensionamento, si dovrebbero comunque diversificare i coefficienti di trasformazione tra diverse tipologie generali di attività lavorativa, migliorandoli per quelle più facilmente e sicuramente identificabili come più usuranti.
L’adattamento di dettaglio dell’età di pensionamento andrebbe lasciato alla scelta individuale che, dopo la riforma Maroni del 2004, è stata pressoché azzerata.