La Rivoluzione va avanti nonostante la sconfitta

I risultati del referendum costituzionale venezuelano, la vittoria per molti versi inaspettata del “no”, rappresentano una battuta d’arresto del progetto bolivariano. Una sconfitta, che speravamo non ci fosse, ma che può essere un’occasione per riflettere e per correggere gli errori che hanno portato a quest’esito. La rivoluzione bolivariana, anche in questo appuntamento, ha dato una dimostrazione lampante ed indiscutìbile di democrazia, come ha affermato lo stesso Presidente venezuelano che ha dato una lezione di stile e di consapevolezza democratica. Si pensi a proposito a quanto accadde inltalia all’indomani delle elezioni politiche. Ha dimostrato quanto false e tendenziose siano le menzogne propagandate contro di lui dai media di mezzo mondo. Calunnie tese a rappresentare Chavez come Caudillo, dittatore, e cosi via in una serie d’invettive prive di fondamento.
Questo è il cammino, ha confermato Chavez, quello democratico, che ha da sempre distinto il processo bolivariano. Un processo che si è affermato solo grazie alle vittorie elettorali, che ha saputo vincere i tentativi di golpe, di sabotaggio economico e che, di fronte alla prima sconfitta elettorale, da prova di maturità e di compostezza. Le ragioni della vittoria del no sono molteplici. Da una parte c’è stata la capacità dell’opposizione di presentarsi, questa volta, unita nella scelta di votare, (e non di astenersi) riuscendo a mobilitare tutto il suo potenziale. Un’opposizione che non ha più solamente il volto dell’oligarchia corrotta e screditata, ma anche quello di studenti non associabili agli impresentabili esponenti del passato, anche se, come ammesso anche dal Washington post, alcuni di loro direttamente finanziati dagli Usa. Altrettanto non è successo dall’altra parte. A mancare all’appello sono stati più di un milione di elettori che un anno fa hanno votato per Chavez. Soprattutto settori popolari, quelli che hanno fatto la differenza in passato. I pur rilevanti risultati in campo sociale, non devono far sottovalutare problemi come quello della penuria di alimenti.
Altra ragione per cui in molti hanno preferito rimanere a casa, è l’accelerazione che si è voluta imporre al progetto di riforme. Mi riferisco alla scelta da parte dell’Assemblea nazionale di aggiungere alle proposte di riforma presentate da Chavez in agosto, anche altre 36, fra cui alcune, come quella che estendeva i poteri presidenziali in caso di stato d’emergenza, che hanno suscitato preoccupazioni in ampi settori chavisti. Fra l’altro, proposte formalizzate un mese prima del referendum, alimentando il movimento studentesco che chiedeva di rimandare il voto. Non a caso il referendum si esprimeva su due blocchi di riforme. A: quelle del Presidente, B, quelle del Parlamento. Non è bastata però questa divisione a diversificare il voto. Altro elemento importante è stata la sottovalutazione da parte delle forze bolivariane della capacità di mobilitazione altrui, e una sorta d’affidamento alle capacità del leader, il credere che sarebbe bastata la popolarità del Presidente a portare all’ennesima vittoria, senza una conseguente mobilitazione popolare. Mancata forse in parte anche per una non dichiarata preoccupazione di alcuni governatori locali di perdere, attraverso il processo di decentramento previsto nelle riforme del potere popolare locale, le loro rendite di posizione. Si unisca a tutto ciò una campagna mediatica còme sempre aggressiva da parte dell’opposizione, tesa a spaventare soprattutto il ceto medio , con l’invenzione che le riforme avrebbero portato all’ abolizione della proprietà privata.
Chavez ha giustamente riconosciuto la vittoria dell’opposizione, richiamandola al senso di responsabilità nell’evitare in futuro le tentazioni violente e golpiste che da sempre hanno distinto la sua azione. Ci auguriamo che questo accada veramente, e che siano isolati quei settori dell’oligarchia che non hanno smesso un solo secondo di cospirare in questo senso. Chavez è motore di un cambiamento non solo nel suo paese, ma in tutto il continente. Non è difficile immaginare come, la battuta d’arresto del referendum, sarà sfruttata da molti per continuare nella loro campagna d’attacco nei confronti della politica di emancipazione del sub continente. Chavez ha ancora molti anni di governo davanti a lui, e ha ribadito che il programma di riforme non va in soffitta. Le proposte di democrazia diretta, di decentramento amministrativo e democratico, di diritto del lavoro e sociale possono avanzare anche attraverso le leggi ordinarie. Per costruire l’obiettivo ambizioso del socialismo del XXI secolo, occorrerà approfondire un processo di riforma della società che riprenda i temi della democrazia partecipativa, della costruzione dal basso, dei cambiamenti necessari. A questo proposito un’ attenzione particolare dovrà essere dedicata alla relazione con i movimenti sociali, alla costruzione di un Partito, quello socialista (unificato) voluto da Chavez, che deve ambire ad essere non uno strumento di passiva adesione al leader, ma un soggetto democratico e radicato. La storia ci ha insegnato che non è possibile costruire il cambiamento affidandosi solo ad avanguardie “illuminate”. Siamo fiduciosi del fatto che Chavez e la sinistra venezuelana sapranno reagire a questa sconfitta. No, che insieme agli altri partiti della Sinistra europea eravamo presenti a Caracas in questi giorni, continueremo ad essere dalla loro parte, perché la primavera latino americana e la rivoluzione bolivariana continuano ad essere una speranza anche per noi.

*Responsabile Esteri Prc