La rivolta dell’Università: «Così chiudiamo»

«Il sol dell’avvenire non sorge mai. Siamo sulla linea d’ombra, ma oltre c’è il baratro». La metafora del presidente della Conferenza dei rettori Guido Trombetti rende bene la situazione dell’università italiana. I numeri citati nella sua relazione annuale chiarisco-
no meglio. «Dal 2001 ad oggi abbiamo un miliardo di euro in meno», «il decreto tagliaspese Bersani ci ha tolto altri 250 milioni di euro». La conclusione è dunque cruda ma logica: «Avanti così e molti atenei non saranno in grado di chiudere i bilanci», ci sarà «il blocco degli atenei perché mancano i soldi per il “giorno per giorno”».
FINANZIARIA NEMICA Nemico pubblico numero uno dei rettori di tutt’Italia è naturalmente la finanziaria che dei 250 milioni tagliati da Bersani ridà solamente 94 milioni. Tutti attendono con trepidazione («l’andamento delle notizie è sinusoidale», scherza il “matematico” Trombetti) da Fabio Mussi una parola di conforto. Il ministro rompe la tradizione del semplice ascolto della relazione annuale ed interviene «non tirandosi indietro dalle responsabilità». «Sapevamo che il 2007 sarebbe stato un anno magro, si trattava di capire quanto magro e noi non accettiamo che i sacrifici a cui siamo chiamati compromettano il futuro». Sui tagli ai consumi intermedi Mussi è ancora battagliero: «In questi ultimi giorni spero si arrivi ad aggiustamenti perché i tagli del decreto Bersani al 20 per cento dei consumi intermedi sono un errore madornale, una botta pesantissima. Su questo la manovra va modificata». Il ministro ha comunque già spuntato più di una modifica: «Non c’è più il taglio agli scatti di anzianità dei docenti e sul blocco del turn over l’Università è fuori».
IMPEGNI E PROMESSE La platea appoggia il ministro convinta dalla promessa con cui conclude l’intervento: «Entro la fine della legislatura la spesa statale per università e ricerca raggiungerà la media europea». Un impegno non da poco visto che il gap con il resto del continente è ancora profondo. «Per la ricerca ora si spende l’1,1 per cento del Pil e si deve arrivare all’1,9: per farlo servono circa 7 miliardi di euro. Nell’università siamo allo 0,88 per cento del Pil per arrivare all’1,2 per cento servono 5 miliardi». Obiettivo difficile da raggiungere. Impossibile invece raggiungere quel 3 per cento indicato nel «libro dei sogni» che ora è l’Agenda di Lisbona.
VALUTAZIONE E BARONATI L’appoggio dei rettori arriva anche sull’Agenzia di valutazione voluta da Mussi. Sentire un rettore come Trombetti che parla di «incentivi significativi per i comportamenti virtuosi» e di «docenti che se chiamati a fare parte dell’Agenzia dovrebbero prendersi per 5 anni l’aspettativa» non capita tutti i giorni. Via libera dunque ad una «valutazione terza» con un metodo che però «deve essere individuato dal singolo ateneo».
PRO E CONTRO LA RIFORMA A cinque anni dall’introduzione del 3+2 il bilancio è a chiaro scuri. «Con le lauree triennali il numero dei laureati si è quasi raddoppiato passando, ma – annota Trombetti – la maggior parte continua per la specializzazione biennale e quindi la laurea triennale non dà sbocchi sul lavoro come si sperava». C’è poi la distorsione data «dalla proliferazione dei corsi e diplomi più che raddoppiati: spesso è difficile anche dal nome capire la differenza tra uno e l’altro», ammette Trombetti che chiede ai colleghi «una profonda revisione con una forte riduzione dei corsi».