La rivolta dei ghetti francesi ha un solo vincitore: Sarkozy

Chi semina vento raccoglie tempesta, diceva un vecchio adagio. Chi semina tempesta, invece, raccoglie consensi popolari. Almeno oltre le Alpi, dove la rivolta delle banlieues alla fine ha fatto il gioco del più piromane tra gli uomini politici francesi: Nicolas Sarkozy, colui che aveva chiamato «feccia» i giovani delle periferie, riabilitando le leggi speciali della guerra d’Algeria e spiegando al popolino che «i poliziotti non sono mica degli assistenti sociali». Attaccato duramente da sinistra, contestato da diversi esponenti del suo stesso entourage,
il ministro dell’interno non ha guardato in faccia nessuno ed ha tirato dritto per la sua linea tutta ordine e disciplina, convinto che il paese profondo fosse naturalmente dalla sua parte. Che il riflesso securitario nato dalla guerriglia che ha incendiato le notti nei ghetti metropolitani fosse un’ennesima variante della frattura sociale tra popolo e élites, tra governanti e governati. «Di cosa mi si accusa, di chiamare un delinquente un delinquente? Di dire a voce alta che c’è un problema nell’immigrazione, di parlare come parlano i francesi?
Va bene accetto le accuse», risponde stizzito ai suoi tanti detrattori. Malgrado il ruolo nefasto che ha interpretato nei vari passaggi della crisi, provocando ad arte con la sua demagogia incendiaria gli adolescenti che si scontravano con la polizia, le cifre sembrano dargli ragione: come indica un sondaggio realizzato dal periodico Le Point, nelle ultime tre settimane “Sarko” ha infatti compiuto un balzo di undici punti negli indici di popolarità (63%) con picchi del 70-75% tra gli strati popolari e un tasso di approvazione del 97% tra gli elettori del Front National e del 70% tra i francesi tout court.
Mentre il partito socialista si dibatteva in congresso per trovare una «sintesi» alle proprie stucchevoli battaglie intestine, il ministro dell’interno convocava i nuovi iscritti dell’Ump (il partito di cui è presidente) in una mediatica due giorni di lavori, bloccava la pubblicazione di una biografia non autorizzata sull’ex moglie Cecilia, continuava a dispensare pillole di “tolleranza zero” a giornali e televisioni, parlando di «pulizia dei ghetti» e ribadendo con un linguaggio da sergente di ferro che la missione della Repubblica
è «la riconquista dei territori perduti». Un attivismo capace di oscurare i propri rivali politici (esterni e interni) e di rilanciarlo in quella che rimane l’ambizione numero uno: la corsa alle presidenziali del 2007. Per fare questo è però necessario rimanere costantemente sulla cresta dell’onda, occupare la scena mediatico-politica facendo parlare di sé, nel bene come nel male. Anche diventare un detestabile
spauracchio per i giovani dei quartieri “difficili” se ciò servirà alla nobile causa dell’Eliseo. Ma soprattutto presentarsi come l’uomo nuovo della destra, colui che vuole traghettare la Francia oltre il gollismo imbolsito del presidente Chirac e della sua damigella d’onore Dominique de Villepin. «Come è possibile che l’eredità, comunque rispettabile del gollismo venga liquidata da questo piccolo avventuriero?», si chiede Philippe Val, direttore del settimanale satirico Charlie Hebdo. Filoatlantico in politica estera, liberista in economia, cattolico praticante, Sarkozy sembrerebbe in effetti un corpo estraneo nella blasonata tradizione repubblicana.
In realtà, il pirotecnico ministro dell’interno ha fiutato prima di molti suoi colleghi le trasformazioni in atto nella società francese e la dissoluzione delle antiche rappresentazioni politiche, giocando la carta di un neopopulismo che mira a sì a sedurre l’elettorato xenofobo del Front National, ma per ricondurlo nell’alveo più rispettabile e rassicurante della droite di governo. Da questo punto di vista hanno torto coloro che vedono in “Sarko” nient’altro l’inquietante silhouette di un lepenista in doppiopetto. Il progetto di Sarkozy è meno estremista, ma, in un certo senso, ancora più estremo di quello del Fn. Se il ghigno del fascistoide Le Pen è ancora in grado di generare sussulti democratici nel Paese, c’è da dire che finora non si sono viste mobilitazioni di massa contro il rampante ministro dell’interno; il
quale pur maneggiando una retorica antica, si autoaccredita come l’uomo del grande cambiamento. «Un francese su due non vota perché non crede a una parola di quel che gli dicono i politici, io affermo al contrario la necessità di operare una rottura nel nostro modo di fare politica, nell’immobilismo del nostro modello nazionale e sociale, è questo che ci chiedono i francesi, un rinnovamento», ha sentenziato in una chilometrica intervista rilasciata al settimanale L’Express. Fino ad ora la strategia ha pagato e con gli interessi, anche a causa della pochezza degli avversari (socialisti in primis) e della generale mancanza di attrazione che la classe politica transalpina esercita sui suoi disincantati cittadini. Non è detto però che il populismo e la demagogia riusciranno ad ipnotizzare i francesi in eterno, anzi fino alla primavera del 2007.